In prigione

In prigione
di Kazuichi Hanawa Coconino press 2005 240 pagg. b/n bros. - 13,50euro

La copertina di In prigioneDopo aver apprezzato la particolare bellezza di Prima della prigione, racconto costruito su tre piani narrativi apparentemente slegati fra loro, abbiamo ora la possibilità di leggere quello che è considerato il capolavoro di Kazuichi Hanawa e cioé in Prigione, romanzo grafico che ha fatto conoscere questo importante mangaka anche al di fuori del Giappone.
A differenza dell’altra sua opera già citata, che in qualche modo ne fa da prologo, In prigione è molto rigoroso nella costruzione narrativa, quasi metodica nell’esporre i fatti, nel descrivere cose e ambienti, nell’elencare i più insignificanti aspetti della quotidianità carceraria giapponese.
È molto curioso, nonché eccentrico, questo metodo narrativo, molto distante dalla scrittura fumettistica occidentale, ma altresì differente dalla maggior parte dei manga che mensilmente siamo abituati a trovare nelle librerie. Cio’ che più colpisce questo racconto fatto di pura descrizione, quasi totalmente didascalica nella forma, è la straniazione dell’autore, quasi un atteggiamento di freddezza o di distaccata partecipazione, come se fosse l’osservatore di un esperimento in laboratorio nel quale è prevista anche la sua partecipazione come fenomeno da osservare, studiare e capirne il comportamento. Questa scelta è guidata probabilmente dalla necessità di rapportarsi al tema del racconto, cioé l’esposizione della vita all’interno di un carcere, senza mostrare la minima parvenza di sentimentalismo e drammaticità, come di solito si è portati a fare soprattutto in occidente.
Da questa premessa, appiattire la narrazione, e ridurla a elenchi di cibi consumati (vera ossessione che scandisce il dipanarsi della detenzione) e all’esasperata descrizione di ogni singolo aspetto della vita carceraria, serve ad ossessionare la lettura e il lettore stesso. In questo modo esso assimila e condivide epidermicamente l’assurdità e la disumanità che si celano dietro a regole apparentemente stupide, ma che sono propedeutiche ad un processo di spersonalizzazione del detenuto e all’elaborazione del reato commesso, che da colpa senza scampo si trasforma in vergogna e lutto. Sentimenti che di solito ricadono anche sui congiunti e gli amici del carcerato, che, senza soluzione di continuità, una volta libero si troverà isolato da tutti, ancora prigioniero di convenzioni e usi per noi abitanti dell’occidente cattolico, protestante ed illuminista, inconcepibili.

Ed è più o meno quello che Hanawa ha passato, e che ora è qui a raccontarci, anche grazie all’aiuto di una rete di conoscenti e ammiratori del suo lavoro, che hanno cercato di impedire, invano, la sua carcerazione per detenzione di armi da fuoco (in Prima della prigione, viene raccontata la sua mania per i modelli di pistole che lo porterà ad essere incriminato), sostenendolo poi durante la prigionia e all’uscita dal carcere.
Un autore complesso, dalle tematiche e dal disegno di non facile lettura, spesso entrambi sgradevoli, che non regalano nulla all’estetismo di maniera e all’ammiccamento commerciale. Un fumetto che non è pensato per il semplice intrattenimento, ma per destabilizzare e scandalizzare la società giapponese, perché possa conoscere e interrogarsi sulla situazione carceraria. Letto a migliaia di chilometri di distanza ha il merito di svelare un altro aspetto del paese del sol levante, probabilmente neanche immaginato qui da noi, e nello stesso tempo di mostrarci un altro modo di fare manga.

Una libertà di pensiero e un coraggio artistico poco comuni, che scardinano ancora una volta il concetto secondo cui i fumetti, e soprattutto i manga, sono parenti poveri di ogni altra forma e rappresentazione artistica. La forza e se vogliamo anche la sottintesa violenza di queste pagine sono qui a dimostrare che se in questo campo c’é ancora qualcosa da sperimentare allora possiamo parlare di “arte”. Hanawa non è da considerarsi inferiore a qualsiasi romanziere nel descrivere ciò che ha vissuto. Semmai possiamo dire che usa il mezzo per il quale si è sempre espresso, quello di cui conosce le tecniche e le capacità espressive. Ma questo è tutt’altro che un difetto, semmai nel caso specifico lo considero un vantaggio ben utilizzato.

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