Il Color Fest è tradizionalmente il seriale dedicato a Dylan Dog sul quale gli autori possono godere di una maggiore libertà nello sperimentare linguaggi diversi, raccontando l’Indagatore dell’Incubo attraverso visioni lontane da quelle degli albi regolari.
Sperimentazione in linea con Maurizio Rosenzweig, artista sempre in bilico tra impianto classico e suggestioni modernissime, contraddistinto da una colta ironia, che con Lo spazio pianco si cimenta con la creatura di Tiziano Sclavi, probabilmente il personaggio a fumetti italiano che più si presta ad essere declinato secondo personalità e mondi autoriali profondamente differenti tra di loro.
Sara, ex poliziotta e amica di Dylan Dog, lavora come security personale delle celebrità ed è quindi abituata a fronteggiare pericoli concreti e particolarmente violenti. Accade però che la figlia, Lizzy, si ritrovi minacciata da qualcosa di oscuro e inafferrabile che miete vittime prosciugando i loro cervelli, dopo aver tagliato via la calotta cranica: se allora i suoi muscoli non riescono a proteggerla, si ritrova costretta a richiamare l’indagatore dell’incubo che dovrà fronteggiare un male che sfugge alla ragione.
Storia di Dylan e di Maurizio
Maurizio Rosenzweig è uno dei fumettisti più eclettici, viscerali e fieramente indipendenti del panorama italiano di oggi: ha costruito una carriera ultra trentennale all’insegna di un’assoluta onestà intellettiva e un’energia espressiva straripante.
Il suo stile metabolizza la lezione espressionista di Pazienza unendo suggestioni di un gigante come Will Eisner: solitamente i suoi personaggi, uniti ai dettagli architettonici, sembrano voler bucare la pagina, su testi nei quali innesta appunti visivi, note a margine o commenti diretti, come a voler trasformare la tavola in un dialogo intimo e anarchico.
Lo spazio bianco tra le idee
Rosenzweig è inoltre un autore capace di muoversi sul confine tra fumetto d’autore intimista e grande produzione popolare: era quindi quasi inesorabile il suo arrivo su Dylan Dog in un albo dove tutta la sua forza, tutta la sua arte, tutto il suo mondo sembrano prendere vita in una storia semplice eppure complessa nelle influenze. L’artista adotta il suo stile dinamico e lo rende al meglio, sporco ma leggibilissimo, con fitti tratteggi e corpose pennellate, e mai come in questo caso le venature caricaturali esaltano la natura bizzarra dell’incubo.
Punto di forza dell’albo, e nucleo creativo con piena forza d’impatto, è comunque lo “spazio bianco” del titolo, che colloca la storia in quel filone metanarrativo che è sempre stato presente in Dylan Dog, come nei famosi Morgana o E ora L’Apocalisse!.
Nella costruzione delle tavole Rosenzweig rompe la gabbia fumettistica tradizionale arrivando a citare la gestione dello spazio di Gianni De Luca (maestro indiscusso del fumetto italiano e celebre per la sua Trilogia Shakespeariana degli anni ‘70), adattandola al genere horror-psicologico. Un omaggio che si traduce in scelte grafiche strutturali e ben precise, mirate a scardinare il linguaggio classico bonelliano (ma italiano tout court): l’abolizione della rigida scansione temporale tra le vignette, lo stesso personaggio che si muove molteplici volte all’interno di un unico grande ambiente: Dylan e Sarah che camminano e parlano ed evolvono l’azione pur restando all’interno di un stesso sfondo immobile ed uguale permettendo all’occhio del lettore di seguire il flusso del movimento senza barriere proprio come nel Fumetto Teatrale delucano citato sopra.
In questo modo, la pagina diventa un’unica entità, lascia che “lo spazio bianco” che divide le vignette invada la tavola diventando la dimensione della depressione e via via le strutture – sia delle vignette che, conseguentemente, delle tavole – si fanno più distorte e instabili, i contorni evaporano e fitti tratteggi di Rosenzweig accentuano il senso di smarrimento all’interno di una pagina dalla narrazione drammaticamente aperta.
A sostenere adeguatamente questa impostazione narrativa e strutturale c’è la palette cromatica di Matteo Vattani che non è meramente riempitiva, ma definisce l’inquietudine delle scene contrapponendo i toni cupi della realtà al vuoto abbacinante della dimensione liminale. Oltretutto, lì dove c’è il rischio che il lettore si confonda quando il personaggio è rappresentato più volte all’interno dello stesso ambiente, Vattani utilizza sfumature e variazioni di tono per far capire la sequenzialità delle azioni, facendo sfumare o progredire la luce e staccando le figure in movimento continuo dagli sfondi fissi e monumentali.
Infine, il villain principale è ammiccante nella sua costruzione grafica (riprendendo lo Slender Man come figura in giacca e cravatta e tentacoli oscuri) e l’universo in cui si muove offre spunti interessanti per eventuali ritorni futuri.
Contrapposta ad una ricchezza visiva strutturale così densa, la narrazione avrebbe dovuto essere altrettanto attenta e stratificata. Invece, la storia presenta alcune lacune: non tanto nell’idea di base e nello svolgimento, quanto nella costruzione del background esistenziale proprio del mostro, che adagia tutto in un banale “faccio quello che faresti tu al posto mio”, appiattendo in qualche modo l’archetipo sclaviano classico (i mostri siamo noi) e banalizzando un’intuizione fortissima.
In conclusione, Lo spazio bianco è un Color Fest leggermente fuori fuoco che, a fronte di un comparto grafico sperimentale per un fumetto mainstream, non riesce però a bilanciare con una storia ugualmente d’impatto.
Abbiamo parlato di:
Dylan Dog Color Fest # 58 – Lo Spazio Bianco
Maurizio Rosenzweig, Matteo Vattani
Sergio Bonelli Editore, agosto 2026
96 pagine, brossurato, colori – 7,90 €
ISSN: 977197194704560058










