La Justice Society entra in guerra ma ne esce malconcia

La Justice Society entra in guerra ma ne esce malconcia
Un nuovo lungometraggio d'animazione da Warner Bros. e DC Comics incentrato sulle gesta della Justice Society ma il risultato è al di sotto delle aspettative.

JS_coverCreata nel 1940 da Gardner Fox e dall’editor Sheldon Mayer, la Justice Society of America fu il primo gruppo di supereroi mai apparso nell’industria delle nuvole parlanti e, dopo la sua prima apparizione in All Star Comics #3, divenne un vero e proprio pilastro della Golden Age del fumetto americano. L’importanza della JSA per la storia editoriale della DC Comics le ha garantito, nel corso degli anni, svariate apparizioni anche al di fuori della carta stampata, sia in ambito animato che live action e il film sul villain Adam con di prossima uscita ne sancirà il debutto sul grande schermo.
Una delle più recenti incursioni del supergruppo nel mondo dell’animazione è Justice Society: World War II, quarantunesimo lungometraggio appartenente al filone dei Animated Original Movies e secondo facente parte della nuova continuity inaugurata da : Man of Tomorrow, diretto da Jeff Wamester. Un film che, duole constatare, non riesce a rendere giustizia a personaggi tanto iconici e finisce anzi per arrancare sotto il peso di una scrittura inadeguata.

Durante un team-up con Superman per sventare un attacco di Brainiac, Flash (Barry Allen) si ritrova inspiegabilmente catapultato indietro nel tempo, per la precisione nella Francia occupata dai nazisti. Qui fa la conoscenza di , Flash (Jay Garrick), Hawkman, Black Canary e : il supergruppo noto come Justice Society che combatte al fianco degli Alleati per arrestare l’espansione tedesca. Decide così di dare loro manforte nella missione che sono chiamati a compiere, nella speranza di riuscire anche a scoprire un modo per tornare nel suo tempo.

Il problema fondamentale di cui soffre il film e che rende arduo per lo spettatore appassionarsi alle vicende narrate è l’assoluta, sconfortante mancanza di profondità che affligge i personaggi. Con qualche marginale eccezione, essi sono del tutto privi di obiettivi personali da perseguire, non viene speso neanche un minuto per esplorare il loro background o le loro motivazioni, non vengono delineati rapporti interpersonali sfaccettati, non vanno incontro ad alcun tipo di evoluzione e, in quei rari casi in cui ciò avviene, il cambiamento è talmente superficiale o estemporaneo da risultare praticamente ininfluente.
Un esempio lampante è la sofferta e apparentemente unilaterale storia d’amore tra Wonder Woman e Steve Trevor, sulla quale il film insiste e nella quale si vorrebbe che il pubblico si sentisse coinvolto. Il problema è che non viene mai mostrato l’effettivo sviluppo del rapporto tra i due, non vengono mai mostrati episodi o interazioni che giustifichino i sentimenti da loro provati. Tutto ciò che viene mostrato al pubblico è l’ossessivo comportamento da stalker di Steve, che ogni giorno chiede a Diana di sposarlo, senza però nessuna contestualizzazione. Va da sé che si tratta di un modo del tutto erroneo di raccontare un rapporto tra due personaggi, che non aiuta a suscitare empatia in chi guarda ma, anzi, sortisce l’effetto opposto.

Il protagonista, Barry Allen, è senza dubbio, il personaggio che riceve la maggior cura nella realizzazione di un arco narrativo personale, laddove questa sua avventura nel passato si configura come un’esperienza formativa dalla quale imparare a gestire con rinnovata consapevolezza i vari aspetti della sua vita privata. Il problema è che il catalizzatore di tale processo di maturazione è proprio il rapporto tra Steve e Diana, che riflette quello tra il velocista e la sua amata Iris, ma venendo tale rapporto gestito in maniera piuttosto carente finisce per togliere credibilità anche alla crescita interiore dello stesso Barry, la quale finisce per assumere i contorni di una morale spicciola e forzata.

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A ben vedere, c’è un personaggio dotato delle potenzialità per dire qualcosa di interessante e attorno al quale si sarebbe potuto costruire un arco narrativo soddisfacente. Si tratta di Shakespeare, il corrispondente di guerra che affianca i nostri eroi, in quanto è l’unico ad andare incontro a un’evoluzione psicologica e di status significativa nel corso del film. Anche qui però la resa finale è ampiamente deludente, dato che gli autori decidono di glissare a piè pari sul processo di mutamento in sé, sul conflitto interiore da egli affrontato e sui motivi che lo hanno innescato, preferendo invece estromettere il personaggio dalla narrazione per quasi metà del tempo, facendolo riapparire solo nei minuti finali come banale deus ex machina.

Un ultimo, disperato tentativo di creare coinvolgimento emotivo negli spettatori il film lo fa nel finale, ma il modo in cui tenta di raggiungere tale scopo è a dir poco impacciato. In primo luogo decide di ricorrere all’espediente della morte di parte del cast ma, trattandosi di personaggi totalmente privi di caratterizzazione e per i quali non ci si è preoccupati di delineare un background che potesse fornire loro ragioni per rimanere legati alla vita, questi decessi appaiono oltremodo vuoti e privi di pathos. Inoltre gli autori tentano un approfondimento dell’ultimo minuto sul personaggio di Black Canary, suggerendo un difetto personale al quale però non si è mai accennato in precedenza e che spunta dal nulla con tale estemporaneità da spingere a chiedersi se non ci si sia persi qualche passaggio.

Situazione analoga anche sul fronte antagonisti, dove è facile constatare l’assenza di un’idea ben precisa e coerente. Se inizialmente i nostri eroi vengono messi di fronte alla minaccia di nazisti alla ricerca di manufatti mistici, da poco oltre metà film si assiste a un improvviso cambio di direzione e ora Flash e compagni devono vedersela con atlantidei corrotti e mostri marini. Due minacce così tematicamente distanti e che si susseguono in modo talmente inaspettato da smorzare quel seppur labile senso di incombenza e aspettativa per il conflitto in corso che il film era riuscito a creare.
Oltre a questo, si fa poi sentire la mancanza di una vera e propria nemesi, una figura carismatica che rappresenti l’antitesi dei valori incarnati dalla Società della Giustizia e che possa stimolare il coinvolgimento degli spettatori nel conflitto tra le due parti, È vero, nella seconda metà è presente un personaggio che dovrebbe, in teoria, ricoprire tale ruolo, ma questo è talmente generico nella personalità, nelle motivazioni e addirittura nel design da non meritarsi neppure un nome.
Anche i succitati mostri marini, che dovrebbero rappresentare il grosso ostacolo da superare nel climax del terzo atto, vengono introdotti in maniera troppo estemporanea e senza accenni pregressi che forniscano agli spettatori punti di riferimento per determinarne la pericolosità. Cosa che, di nuovo, va a minare il coinvolgimento.

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Tutto ciò ha un impatto negativo anche sulle scene d’azione. Infatti, l’incapacità di generare empatia per qualsivoglia delle due fazioni e di immergere chi guarda nei conflitti che vengono messi in scena porta a un’inevitabile perdita di interesse per gli espedienti attraverso i quali tali conflitti vengono risolti – per l’appunto le scene d’azione -, che questi diventano ben presto poco più che indistinto rumore bianco. Il che, in realtà, è un peccato, perché bisogna ammettere che, sotto il profilo della realizzazione tecnica, le scene d’azione di Justice Society: World War II sono pregevoli, ostentando un livello di dinamismo e fluidità nell’animazione forse tra i più alti finora raggiunti dalle produzioni animate DC.

C’è poi un’altra mancanza di cui soffre la sceneggiatura ed è una certa tendenza a non elaborare gli spunti che essa stessa presenta. Per esempio, viene spiegato che la coesistenza di due Flash nella stessa epoca ha effetti imprevisti sulla Forza della Velocità e i poteri di entrambi ne risultano indeboliti. Tuttavia questa nozione è completamente fine a se stessa. Non trova mai alcuna applicazione pratica, non viene mai impiegata come espediente per creare tensione nelle scene d’azione o come motivo di conflitto tra i due velocisti. Viene detto che i Flash sono depotenziati ma non viene mai mostrata alcuna effettiva conseguenza di ciò, con i loro poteri che, nel momento del bisogno, continuano comunque a funzionare perfettamente.

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Come accaduto per il già citato Superman: Man of Tomorrow, il film si discosta dal modello estetico impiegato per i lungometraggi facenti parte del DC Animated Movie Universe – la cui parabola si è conclusa a maggio 2020 con il film Justice League Dark: Apokolips War – per uniformarsi allo stile inaugurato dal lungometraggio sull’Uomo d’Acciaio. Si tratta quindi di uno stile artistico che richiama un certo tipo di estetica vintage, dalle forme più morbide e rassicuranti. Di certo abbastanza peculiare, ma forse non immediatamente digeribile da tutti. Notevole la qualità delle animazioni, come già spiegato a proposito delle sequenze d’azione, e azzeccato anche l’effetto dato dalle sgargianti figure dei protagonisti che risaltano in ambientazioni molto spesso decadenti e dalle tonalità spente. Di buon livello il doppiaggio, dove spicca in particolar modo Stana Katic, che caratterizza Wonder Woman con un accento che richiama palesemente l’interpretazione di nei film live action. Assolutamente dimenticabili invece le musiche, che fungono da accompagnamento ma che non presentano alcuna traccia in grado di restare impressa.

Tirando le somme, bisogna purtroppo riconoscere che il nuovo corso dei lungometraggi animati targati DC Comics e . Animation sta faticando a ingranare. Infatti, dopo il già altalenante Superman: Man of Tomorrow, nemmeno questo secondo tassello riesce a lasciare il segno e ad accendere l’interesse per questo nuovo universo condiviso. Non rimane che confidare in : The Long Halloween, trasposizione in due parti del capolavoro di Jeff Loeb e e di prossima uscita, per sollevare le sorti del progetto.

Abbiamo parlato di:
Justice Society: World War II
Warner Bros. Animation
Regia di Jeff Wamester
Storia di Meghan Fitzmartin e Jeremy Adams
Animazione, 2021, 84 minuti

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