“Penso che la cosa difficile in una storia di fantascienza sia trovare una trama umana che corrisponda alla grandiosità dell’ambientazione fantastica. E questa storia ci riesce”.
Così recita la manchette di Il fuoco, ultima fatica di David Rubin edita da Tunué. L’autore della frase è nientemeno che Paco Roca e la sua “comparsata” in copertina, oltre all’intrinseco scopo pubblicitario, costringe il lettore ad aspettarsi molto, anzi di più, dalla nuova graphic novel del fumettista spagnolo già autore di titoli di successo come Dove nessuno può arrivare, La sala da tè dell’orso malese, L’Eroe, Beowulf o Grand Hotel Abisso (tutti editi da Tunué).
Un asteroide più grande di quello che cancellò i dinosauri colpirà la Terra. Gli umani si preparano a lottare contro la propria estinzione. La premessa di Il fuoco è di quelle classiche, fra le più esplorate dalla fantascienza al punto da aver creato un ricco ma non sempre soddisfacente catalogo di opere sul genere, sia letterarie sia cinematografiche che a fumetti. Rubin reinterpreta però la tematica “apocalisse dallo spazio” ponendo al centro della scena un unico protagonista e in tal modo sviluppa un originale armageddon in soggettiva capace di scuotere l’animo dei lettori per la drammaticità della storia, il realismo cinico che distingue filosoficamente l’opera e la sua potenza visiva.
È il prologo, apripista per i cinque capitoli più epilogo che compongono la graphic novel, a chiarire subito il campo in cui Rubin vuole giocare la sua partita: 19 tavole a 4 strisce con vignette orizzontali doppie impostate, per citare Scott McCloud e il suo Reinventare il fumetto, su transizioni “da scena a scena” che attraversano grandi distanze di tempo e spazio. Una sequenza che stabilisce i riferimenti principali pronti a muovere la trama, inquadra i tratti distintivi dell’attore Alexander Yorba e stabilisce uno scenario di forte impatto emotivo. Perché sin dall’incipit Rubin sottolinea una serie di parallelismi come quello fra la piccolezza dell’uomo e la vastità dell’universo oppure fra il tempo a disposizione di una persona soggetta all’ineluttabile morte e gli archi di milioni di anni dei movimenti cosmici, misure difficili da abbracciare col pensiero razionale. Ma è quando si riconosce lo scopo della scena iniziale, spiazzante a una prima lettura, che si arriva a intuire ciò che l’autore vuole comunicare: un punto di vista sulla realtà, sul futuro e su certe attitudini umane che appare articolato e sfaccettato e che trasforma i parallelismi di cui sopra in ossimori schiaccianti fra universo e individuo, spazio sconfinato e utero materno, marito e moglie ma anche carnefice e vittima.
Questo livello di complessità e profondità psicologica pervade tutta la graphic novel attraverso la storia di Alexander Yorba, architetto rockstar e salvatore designato dell’umanità. Una terribile notizia sconvolge la sua vita e abbatte i muri di finzione che si è costruito attorno e le cui macerie gli aprono gli occhi su verità ignorate ma non meno tragiche e traumatiche: dalla reale possibilità di salvezza per la razza umana, all’abisso che si è scavato fra i pochi ricchi e i tanti disperati, alla vacuità e agli inganni della tecnologia fino alla finzione di un matrimonio con troppi scheletri nell’armadio e una figlia a farne le spese. Alexander precipita in un inferno di fuoco fisico e psicologico fino a guardare in faccia il fallimento di un morto che si crede ancora vivo.
Se le caratterizzazioni e il cinismo a tratti spietato sono i cardini de Il fuoco
, David Rubin non rinuncia a interpretare l’ambiente fantascientifico che fa da sfondo alla storia. Il filone predominante è quello della hard sci-fi – si basa quindi su una tecnologia realistica – e propone qualche elemento di anticipazione con soluzioni pragmatiche e un comparto tecnico plausibile come l’utilizzo di stampanti 3D evolute, programmi di terraformazione o sviluppi medici e scientifici rivoluzionari. Anche al cospetto delle meraviglie di un mondo che ha saputo combattere fenomeni come l’innalzamento degli oceani, aleggiano però una serie di domande espresse direttamente dai personaggi o da leggere fa le righe: qual è il prezzo che si è disposti a pagare per la tecnologia? Ha senso salvare l’umanità, o meglio quella parte di umanità corrotta e moribonda che può permettersi di essere salvata? Fra i dubbi, le perplessità, le rivelazioni, il declino totale che Alexander deve affrontare, si innesta poi la domanda più importante di tutte: perché salvare gli altri, se non posso salvare me stesso?
Rubin dimostra una certa scaltrezza premeditata nel non rispondere agli interrogativi. Da un lato lascia che sia il lettore a sviluppare il proprio punto di vista, mettendolo ad esempio di fronte ad Amsterdam, la città che ha sconfitto il mare, uno skyline sfavillante che fa la guardia alla “vera” Amsterdam completamente sommersa.
Dall’altro gioca sulle posizioni contrastanti di vari personaggi, ad esempio Yorba e la moglie Dasha oppure una collega di Alexander che definisce gli uomini come “granelli di granelli di polvere sparsi per l’universo” o persone “arroganti che non hanno saputo meritare il miracolo della vita”. Quello che emerge è che non può esserci un’unica verità, né un’unica scelta, né una giustizia immutabile. Ma non solo: anche se ci fosse, non cambierebbe nulla.
L’altro caposaldo del fumettista spagnolo riguarda il concetto di speranza che all’inizio sembra poter animare le azioni dell’uomo ma si affievolisce fino a spegnersi, sommerso dalla sofferenza che pervade una storia cruda, asfissiante, capace di stritolare il lettore pagina dopo pagina.
Il clima pesante deriva anche dai dialoghi che rappresentano tuttavia l’unica incertezza del lavoro di David Rubin. Non si può parlare di un problema legato alla prevalenza di testi, perché molte sono le sequenze senza dialoghi né didascalie e in generale il rapporto fra testi e immagini è equilibrato. Tuttavia, soprattutto nella parte centrale del libro, sono presenti alcuni dialoghi a tratti ripetitivi e a volte troppo retorici, che pur senza incidere negativamente sul realismo, appaiono però ridondanti, quasi come un coltello che si rigira nella piaga. Ma, forse, l’intento dell’autore era proprio quello di raggiungere la massima mortificazione possibile per il suo protagonista. Cosa che gli riesce all’apice di un finale grandioso e straziante.
Dal punto di vista visivo, Rubin dimostra ormai una padronanza indiscutibile del suo stile pop, con un ulteriore grado di maturazione nella capacità di mischiare elementi del cartoonesco a uno stile più realistico, espresso soprattutto nei piani ravvicinati e con una evidente ricerca anche nelle anatomie dei personaggi. La scelta di vignette sempre ampie e spaziose – doppie e triple verticali o orizzontali, quadruple o illustrazioni a tutta pagina – impone una griglia a tre o quattro strisce sempre regolare, ma l’autore spazia fra una grande varietà di inquadrature – frontali, laterali, dall’alto o dal basso – e organizza sequenze coinvolgenti basate sull’alternanza fra soggetti e dettagli a loro volta alternati fra campi lunghissimi e zoomate repentine.
Rubin si cimenta anche, con successo, nella realizzazione di lunghi piani sequenza, fra l’altro ambientati a Roma. La capitale italiana rappresentata dall’autore è un tributo ad alcuni luoghi iconici come Piazza Navona, il Pantheon o Piazza di Spagna che, nonostante le contaminazioni dell’ambientazione futuristica, risplendono di una gloria intramontabile. Il finale è invece ambientato in una Madrid già accesa da un fuoco vivo, ma di cui si riconoscono altri dettagli simbolici.
Incisivo anche il lavoro su Alexander Yorba: la sua parabola discendente è enfatizzata dalla caratterizzazione visiva con il protagonista prima elegante, ben rasato e corpulento e via via più trascurato, con la barba incolta e poi lunga, i lineamenti e il fisico sempre più asciutti e infine scheletrici.
Anche la colorazione rispecchia lo stile tipico dell’autore spagnolo, con toni accesi e il frequente ricorso al fluo che assume anche una funzione narrativa nella resa della distanza fisica ed emotiva di certe figure olografiche o per evidenziare la velocità di un treno. Nel finale le tonalità si concentrano sul colore del fuoco, sviscerato in tutte le sue sfumature, prima di abbracciare il nero di un profondo e silenzioso buio.
Abbiamo parlato di:
Il fuoco
David Rubin
Traduzione di Diego Fiocco
Tunué, 2023
257 pagine, cartonato, colori – 29,00€
ISBN:9788867905324
