Gli Scheletri di Zerocalcare negli armadi di una generazione

Gli Scheletri di Zerocalcare negli armadi di una generazione
Nel nuovo libro Zerocalcare racconta una generazione che ha appreso a tenersi dentro i propri mostri, rischiando di perdersi nella propria solitudine.

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In Macerie Prime puntava lo sguardo sulla crescita dei personaggi che popolano i suoi libri da sempre. Nei due volumi dell’opera, separati da sei mesi, l’autore di Rebibbia partiva dall’idea di imporre una crescita grafica che riallineasse al presente Cinghiale, Secco e gli altri personaggi-amici per poi raccontare il disagio di una generazione costretta a crescere senza certezze e per questo esposta a una fragilità che coinvolge anche i rapporti personali. In quel volume il protagonista restava quasi a margine, come a voler raccontare di un mondo che cambia mentre lui si illude di essere immutato, congelato come Ian Solo nella grafite.

Dopo aver imposto un upload ai suoi amici, in Scheletri si fa un passo indietro, offrendo al lettore protagonisti ritornati ragazzi per quella che, nei fatti, è una lunga rincorsa per raccontare nuovi aspetti del processo di crescita che evidentemente il fumettista aveva la necessità di approfondire e che lo riguarda più da vicino. Il volume si apre con il ritrovamento di un dito da parte dello Zerocalcare diciottenne davanti alla porta di casa e del quale si sente il destinatario; non proprio una testa di cavallo secondo lo stile de Il Padrino, ma comunque un evento capace di turbarlo e riportare lui, e i lettori, a una storia iniziata sei mesi prima.

Siamo nell’inverno del 2002, periodo nel quale uno Zerocalcare dotato di improbabile cresta rossa si trova a fare i conti con la vita di studente universitario e un senso di inadeguatezza che matura, un giorno dopo l’altro, e che il fumettista immagina come mostri che lo abitano come fossero metastasi. Insicurezza, fallimento, paura di deludere, frustrazione sono demogorgoni rappresentati come parte di un sottomondo che alberga nel suo stomaco.

Questo disagio, sintetizzato rappresentandosi al volante di un canotto mentre ha attorno piloti di Formula 1, il protagonista lo metabolizza nascondendosi nella metropolitana di Roma, un treno che diventa una comfort zone nel quale fuggire e fare crescere indisturbati i propri scheletri; tutto fatto pur di non palesare il proprio malessere a una madre salutata ogni mattina per andare a un’università mai raggiunta.

A rompere il suo castello fatto di incertezze arriva Arloc, un writer che fa un uso analogo della metropolitana, ma con altri scopi. Entrambi fuggono, ma mentre Zerocalcare i suoi mostri li tiene dentro, per Arloc si tratta di demoni che improvvisamente escono come avessero fame. Tra i due nasce un’amicizia fondata sulla condivisione dei reciproci segreti e sulla necessità di affrontare assieme analoghe fragilità; anche Arloc è infatti affetto dalla stessa sindrome dell’impostore.

scheletri zc- 2Il racconto non è un affresco malinconico sulla gioventù.
Nei vari passaggi temporali, che alla fine costringono i protagonisti a ritrovarsi a distanza di vent’anni, non c’è la nostalgia da “gli anni d’oro del grande Real” cantati dagli 883, quanto la necessità di raccontare un malessere generazionale, la difficoltà di trovare qualcuno con cui condividere il proprio disagio facendosi allo stesso modo carico di quello altrui.
Arloc in questo contesto è il soggetto che ha il coraggio, o la sfrontatezza, di fare saltare il tavolo e svelare come certi mostri sono tali finché non si decide di affrontarli; per Zerocalcare diventa quasi il deus ex machina capace di liberarlo dai propri fantasmi, ma che a sua volta si trova nella incapacità di affrontare i propri.

Scheletri non è un racconto incentrato sul cambiamento e sui rapporti che si adattano al tempo che passa quanto sulla solitudine con cui certi cambiamenti si affrontano. L’alter ego dell’autore è talmente preso dalla necessità di misurare tutto su sé stesso da trovarsi a non perdonare agli altri alcun cambiamento inatteso, sia esso un trasferimento o l’aver messo al mondo un figlio; l’esasperazione dell’egocentrismo che diventa egoismo.

Zerocalcare, gettando lo sguardo su vent’anni decisivi tanto per lui quanto per i suoi amici, non si arrocca in un racconto generazionale, ma fa della crescita il veicolo per racconta un disagio che è personale. Rapporti non risolti e la paura di esporre agli altri le proprie fragilità, magari leggere ma comunque spaventose come gli scheletri di cui tratta, con il costo che comporta.
L’analisi è cruda, non cerca attenuanti ma neppure pretende di trovare una via di uscita. Zerocalcare e Arloc affrontano la vita in modo complementare, il primo coltivando un’introversia che diventa insicurezza, il ragazzo invece affronta tutto a muso duro, impulsivo con il rischio di autodistruggersi.

Il racconto dilatato su tre tempi, due a cavallo del 2002 e l’epilogo nel presente, consente di osservare azioni e conseguenze, ma anche le difficoltà che vengono affrontate che, come i muri di un , crescono andando avanti. Università, famiglia, prepotenti, le scelte adulte e rapporti che cambiano – “nessuno cambia, tutt’al più marcisce” dice a un certo punto Zero con un velo di amarezza -, sono punti di svolta analizzati senza l’occhio malinconico dell’adulto non fermandosi sull’impatto di ciascuna.Non è un caso che anche il Covid e le macerie che si sta lasciando alle spalle non siano un elemento inserito solo per amor di contemporaneità ma per raccontare di un ulteriore carico.
Il lavoro fatto porta a un finale amaro, affatto risolutivo, che però lascia aperta la speranza che i protagonisti possano finalmente imparare a fare i conti con i propri mostri.

Il proprio malessere, ma anche i comportamenti di cui non essere fiero, diventano metafora, racconto che non è solo generazionale ma tocca lettori più maturi per diventare spaccato sociale; una capacità che per i cinefili potrebbe riportare al Nanni Moretti dei primi film, nei quali le proprie fragilità diventavano occasione per mostrare le fragilità e le contraddizioni di una società nella quale, come recitava in Caro Diario, sentirsi a disagio in ogni contesto.

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Il racconto su diversi piani temporali costringe l’autore a fare una ricerca sulle fattezze dei protagonisti che risulta coerente; lo stile resta plastico e riconoscibile, anche se si intravede l’estrema cura con cui i vari passaggi sono visualizzati, come a voler cercare la massima chiarezza possibile. Questo tipo di approccio, che migliora la narrazione quanto la recitazione dei personaggi, allo stesso tempo offre la possibilità di imporre un cambio di passo repentino, di passare dalla riflessione all’azione in modo rapido e credibile.
Diversamente dai lavori precedenti, il racconto viene quasi completamente asciugato dai riferimenti pop, una scelta che conferma la volontà di dialogare con un pubblico anagraficamente più ampio che così non avverte nessun tipo di esclusione o di incomprensione dovute a metafore pescate da una cultura generazione non necessariamente condivisa.

Sotto molti aspetti il modo in cui si racconta di sentimenti trattenuti fa di Scheletri il libro più violento nella produzione decennale del fumettista. Un racconto che riesce a toccare temi delicati, come le tossicodipendenze, ma anche la misoginia. In più di un’occasione Arloc, anche a causa di una situazione familiare critica, trasforma il senso di inadeguatezza in rapporto tossico, che porta un uomo a considerare una donna un possesso. Lella, l’amica amante dei film di Truffeau che trova in un primo momento il complice ideale in Arloc, diventa così la figura più nobile, il personaggio che rivendica con forza la necessità di essere rispettata e che brilla nel momento in cui i protagonisti mostrano il proprio peggio.

Nel volume non mancano i momenti leggeri, alcuni siparietti confermano la vena comica di Zerocalcare, ma a conti fatti resta un fumetto che lascia segni profondi e nel quale l’autore sta bene attento a non trasformare nessuno dei protagonisti in macchiette comiche; un lavoro nel quale, sebbene non manchino i commenti con cui Cinghiale strappa una risata, chiude con la consapevolezza che anche sapere che tutti i pezzi trovano il loro posto non libera dal disagio, anzi proprio quella consapevolezza se possibile lo amplifica offrendo al lettore il lavoro più maturo, più personale e più amaro che l’autore di Rebibbia abbia scritto.

Abbiamo parlato di:
Scheletri
Zerocalcare
BAO Publishing, 2020
240 pagine, cartonato, bianco e nero – 21,00 €
ISBN: 9788832734898

 

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