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“Gaza attraverso lo schermo”: l’incontro di Mazen Kerbaj a Lucca Comics 2025

11 Novembre 2025
Nella cornice del Lucca Comics & Games 2025, Mazen Kerbaj ha incontrato la stampa, raccontando del suo ultimo lavoro.
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Tra le tante opportunità di incontro con autori e autrici durante il Lucca Comics & Games 2025 ci sono anche i Press Café, momenti dedicati alla stampa in cui i fumettisti possono rispondere alle domande dei giornalisti. In questa edizione abbiamo partecipato a uno di questi momenti con Mazen Kerbaj, fumettista, illustratore e musicista libanese che vive a Berlino, autore di Gaza attraverso lo schermo, pubblicato da Coconino Press. Il volume raccoglie le vignette che l’autore ha disegnato a cadenza quasi quotidiana dal 9 ottobre 2023 e pubblicate su Instagram: disegni e parole con cui racconta e rielabora l’escalation del conflitto tra Israele e Palestina, fino al genocidio ai danni di quest’ultima, cui il resto del mondo ha assistito attraverso i propri telefoni. Un diario quotidiano, ora raccolto in volume e arricchito da una prefazione di Valerio Mastandrea, una postfazione dell’autore e una storia inedita. Abbiamo trascritto l’incontro di Mazen con la stampa, che ha visto la partecipazione di realtà quali XtraCult, Robinson di Repubblica e Il manifesto. Il Press Café è stato moderato da Luca Raffaelli, giornalista di Repubblica, che ha anche posto le prime quattro domande.

Gaza Attraverso lo Schermo

Sono rimasto colpito dalle pagine di Mazen: capitava che non riuscissi a leggerle perché riportavano eventi troppo dolorosi. Come ha scritto lui, ho visto in televisione e su internet delle immagini che non sono umanamente sopportabili. Vedo il suo libro come una compartecipazione a quel dolore, ma anche come un’ulteriore iniezione consapevole di sofferenza che non può non arrivare da una tragedia come quella che sta ancora accadendo. Quello che voglio chiederti è quale sentimento avevi nel realizzare queste vignette: erano una forma di sfogo, di ricerca di partecipazione, di ricerca di consapevolezza su quello che stava accadendo in quel momento?
Spero fosse consapevolezza, e non solo mia: lo spero, perché ho ancora un po’ di fiducia nell’umanità. Potrei essere ingenuo, ma cerco di combattere una malattia che si sta diffondendo e quando riesco a tradurre in un disegno la mia rabbia e la mia incredulità per ciò che sta accadendo, posso salvare almeno una persona, me stesso. E colgo un’occasione, questo è il sentimento con cui lo faccio: quando cerco di tradurre qualcosa in un disegno, il mio cervello è quello dell’artista, si mette al lavoro e in questo modo posso combattere. Ho imparato che mettendo i disegni sui social e poi in un libro, posso aiutare anche altre persone. Non salvo nessuno, ma aiuta altre persone a trovare quella cosa. Mi aiuta a mettere in pagina la mia prospettiva e quindi me stesso, Mazen Kerbaj, un uomo come tanti; e mi piace pensare che tutto il mondo (anche se non proprio tutto, ma spero la maggior parte) senta esattamente la stessa cosa.

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In Gaza attraverso lo schermo affronti anche il senso di colpa che coglie guardando queste immagini. Mi sono chiesto tante volte se dovessi sentirmi in colpa per avere una casa e una certa tranquillità intorno a me. Mi sono detto che il senso di colpa fa male e forse che chiunque, in uno stato di difficoltà, se io non posso evitare direttamente quella difficoltà, non vuole la mia infelicità proprio come io non voglio quella degli altri. È una scusa?
Il senso di colpa è terribile. Lo sento perché sono cresciuto nella guerra civile, ho visto molte guerre in Libano e sono andato via dieci anni fa: sono sempre stato spaventato dal fatto che ero fuori dal Paese mentre qualcosa lì stava accadendo. Assistevo da lontano e sentivo il senso di colpa per non essere lì con quelle persone. Ma ciò che sta succedendo a Gaza eleva il senso di colpa a un altro livello: prima di tutto non è nel Libano (lo è stato per un po’, certo, ma non è nel Libano come a Gaza), ma il vero problema è che davanti a questo senso di colpa pensi a loro, e ti senti ancora più in colpa per sentirti in colpa. Siamo in una situazione in cui nemmeno questo sentimento ci possiamo permettere ed è quello che ho cercato di raccontare. Bisogna dire al senso di colpa di tacere, perché là stanno morendo. Anche questo senso di empatia per te stesso, che devi a te stesso per continuare, ti viene negato. È da qui che viene l’ultima storia del libro. Mi ci è voluto tantissimo tempo per farla uscire da me e metterla su carta. Mia figlia mi ha detto: “Papà, è troppo deprimente, non dovresti postarlo su Instagram, potresti deprimere tutti”, ho risposto che tutti erano già depressi, quindi… e l’edizione italiana è la prima in cui viene pubblicata, è molto recente, non c’è in quella americana. Sono molto contento che Coconino l’abbia inserita.

Leggendo il tuo libro mi è venuto in mente il film Valzer con Bashir, che racconta il dolore dei carnefici, dei soldati israeliani che sono stati responsabili di qualcosa di cui non riescono più a reggere il peso. Il senso di colpa che si propaga nell’animo dei persecutori, di coloro che distruggono. Ti è tornato alla mente scrivendo il tuo diario?
Valzer con Bashir forse è stato un buon film per l’animazione, ma sento il contrario rispetto a ciò che viene raccontato nel film: lo trovo molto problematico, perché non accetto il mea culpa del carnefice. Non accetto che, di fronte a una vittima, il carnefice venga a dirmi che non può più dormire. E non c’è un momento del film in cui Israele e il progetto sionista vengono affrontati: è come se il soldato fosse stato messo lì a uccidere delle persone. Questi ragazzi, che potrebbero essere miei cugini. Non stiamo parlando di una concezione o di una prospettiva. Metà della mia famiglia, mia moglie, vengono tutti dal sud del Libano, per me è qualcosa di vicino, di viscerale. E quando questo mea culpa arriva ai concorsi e vince dei premi e il mondo occidentale dice che sì, quello è come noi, si sente male come noi, io non lo accetto, semplicemente.

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Non credo sia tanto un’ammissione di colpa, quanto il fatto che se una persona ha ancora un minimo di umanità, non può vivere con quel dolore che ha provocato. Capisco quello che intendi dire, ma si tratta di un regista israeliano e di un film molto forte. Non riguarda tanto lo stabilire di chi è la colpa, ma il fatto che chi uccide, muore, se resta umano.
Certo, lo capisco, ma puoi rifiutare di andare nell’esercito, puoi fare obiezione. Non interrogarsi su questo ed entrare nell’esercito è una scelta. Non sto dicendo che tutti gli israeliani hanno preso parte all’esercito e nemmeno che sono tutti colpevoli, non sono ingenuo, ma se non ti interroghi su quello che sta accadendo, su quello che stai facendo, allora sì, sei colpevole. Come le persone che oggi non dicono “sono contro il genocidio”: non sono né pro né contro, dicono che è complicato. Allora, per come la vedo, queste persone sono a favore. È un peccato, ma siamo in un momento in cui non c’è più grigio. Io dico sempre che le cose non sono bianche o nere, ci sono le sfumature, ma purtroppo siamo a un punto nella storia in cui devo amettere che sì, è o bianco o nero, o sei a favore o contro, non c’è una zona grigia. Dopo possiamo parlare dell’accordo di Oslo, del massacro del 1984, ma c’è qualcosa che sta succedendo davanti ai nostri occhi, ora, è nei nostri telefoni, sta succedendo qui. Ed è terribile, mi trovo a parlare come George Bush, “sei con me o contro di me”, mi fa impazzire essere arrivato a un punto così estremo, ma è dove mi ha portato la situazione.

Ora che è uscito il libro, immagino che lo comprerà chi ha una visione di un certo tipo, chi ha un sentire simile. Invece su Instagram presumo che le vignette siano state lette da persone che non la pensavano come te, che magari ti hanno mosso delle critiche. Vorrei capire com’è il tuo rapporto con i lettori di Instagram, perché, ad esempio, io seguo Mario Natangelo, che è un vignettista, e spesso lui riceve delle critiche feroci alle sue vignette.
Sì, soprattutto all’inizio ho ricevuto risposte sia aggressive che solidali, ma sfortunatamente i social media oggi ti mostrano ciò che sei, ti rispecchiano. Se io sono a sostegno di Gaza, mi mostrano persone a favore di Gaza. La nostra prospettiva si restringe sempre di più. Dieci anni fa, sei eri di sinistra e volevi comprare Il manifesto, andavi in edicola e lì accanto ti trovavi anche La Repubblica o il giornale di estrema destra e facevi una scelta. Oggi non si sceglie, c’è meno apertura, apri il telefono e hai le cose de Il manifesto, tutto è pensato per la tua attenzione, per farti contento e farti cliccare. Poco a poco ho avuto meno critiche ed è terribile, perché io voglio parlare con queste persone, voglio i loro insulti, è importante. Ed è incredibile a pensarci: più abbiamo accesso all’informazione e meno abbiamo possibilità di sapere, di confrontare. E le notizie false sono dappertutto, ma perché molte persone non vogliono sentire niente di nuovo. Quando Trump parla e noi ci scandalizziamo, lui non sta parlando con te o con me, ma con il suo pubblico e gli dice esattamente quello che vuole sentire. Viviamo in una distopia scritta molto male.

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A proposito di critiche: tante persone criticano gli artisti perché, al di là del discutere delle situazioni, di dipingere o rappresentare, “non fanno nulla di concreto”. Spesso l’arte non viene considerata un’azione concreta rispetto al genocidio in corso. Vorrei chiederti come risponderesti a questa considerazione.
Posso prendere uno dei disegni del libro: in una tavola ho scritto varie volte “Testimoniare, testimoniare, testimoniare”. E sotto: “quando non puoi cambiare il presente, fai in modo che il futuro sappia”. Purtroppo, nella sfida tra arte e guerra, io scommetto tutto sulla guerra, non sono un ingenuo, ma per le future generazioni io voglio informare, comunicare ciò che stiamo vedendo. Questo accade in una fase in cui il cervello vorrebbe che scomparissero tutte le immagini terribili che abbiamo visto, sono disturbanti. Quello che ho fatto rimane come testimonianza: molto piccola, ma è meglio di niente.

Il lavoro che fai nelle vignette di Gaza attraverso lo schermo si pone a metà tra il filtro e la rielaborazione: il flusso costante di immagini che arriva da Gaza è insostenibile, ma allo stesso tempo non si può non guardare, non si può rifiutare di sapere. In che modo il fumetto e il disegno lavorano su questo flusso di immagini? Cosa succede quando queste immagini diventano disegno? Sia sul tuo versante come artista, che da quello dei lettori.
Da parte mia il rapporto è diretto: quando l’immagine esce da me come disegno, è come se mi fossi purificato da essa. È molto catartico. Ma quando sono coinvolte persone nei disegni è diverso, mi ci è voluto del tempo. Disegno per la stampa da 35 anni, ma in questo caso ho imparato delle cose nuove: quando vedi l’immagine di un uomo che brucia o di bambini in pezzi, il tuo cervello ti dice di distogliere lo sguardo, ma tu continui a guardare perché vuoi testimoniare. Ti dici che stanno morendo e che devi vederli, per loro. E quando vedi un’immagine che hai già visto tra le notizie qui, nel libro, in questo stile che a volte è un po’ giocoso, un po’ cartoonesco, il tuo cervello ci casca, ci entra. Un po’ come i fumetti che leggevamo da bambini, davanti ai quali arriviamo privi di difese. Ti fidi di quelle immagini. Allora ti si imprimono dentro. Almeno, a me piace pensare che accada questo, magari è pura teoria. Ma anche usando un po’ di humor (molto cupo, ovviamente) succede qualcosa nel cervello che si imprime in modo diverso rispetto all’immagine che non vuoi vedere. È difficile credere che questo libro per la maggior parte sia stato fatto nei primi due mesi del genocidio. Abbiamo dimenticato quante cose succedevano ogni giorno, e succedono ancora, perché ci siamo abituati. Otto mesi fa non era ancora così, ho visto quando è iniziato, non c’erano ancora persone affamate e non gli sparavano quando venivano a prendere qualcosa.

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Ho una domanda sull’aspetto formale del libro: sei anche musicista oltre che fumettista, e artista visivo, ma nel libro l’aspetto grafico della scrittura assume un’importanza fondamentale. Spesso la scrittura sostituisce le immagini. C’è un significato particolare in questo?
Sì, sia nella scrittura che nello stile di disegno c’è l’idea che queste vignette possano essere stampabili da qualsiasi stampante domestica e rese dei poster o degli adesivi, come se incoraggiassi le persone a prenderle e a metterle dove vogliono. Così le scritte hanno iniziato a diventare sempre più grandi, sono una specie di slogan, e a un certo punto il disegno è diventato superfluo, come una decorazione. Mi è piaciuto cercare di tradurre gli eventi in lettere, che poi sono comunque disegni nella maggior parte dei casi. Ho lavorato molto con i codici, i simboli, con le dimensioni, i font, i grassetti, il bianco e il nero.

Hai mai avuto dubbi sul fatto di trasformare quello che era un diario quotidiano in un libro?
È una cosa che faccio da quando avevo sei anni. Per me è come catturare il tempo che passa, tutto ciò che riesco a mettere su carta o nella musica diventa piccoli frammenti, fa parte della mia vita. E penso sempre ai libri: sono un vecchio dinosauro, amo i libri, amo l’idea che raccolgano i disegni, e poi leggo, soprattutto fumetti. Sapevo fin dall’inizio che sarebbe diventato un libro, l’unica domanda era quando sarebbe finito, quando mi sarei fermato. Per me doveva essere alla fine della guerra, ma dopo varie settimane ho capito che sarebbe durata ed è stato difficile. A un certo punto ho smesso, la prima volta che sono riuscito a fare un disegno con un po’ di speranza. Lì mi sono detto basta.

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C’è solo una pagina che non è stata tradotta nel tuo libro, e dice Ich bin ein Gazaner. Vorrei chiederti perché hai deciso di scrivere questa frase lasciandola in tedesco, che significato ha nel libro.
Si riferisce a me, viene da una citazione di John Kennedy che, arrivato nella Germania Ovest, disse “Ich bin ein Berliner” (“Sono un berlinese”), per dire “Sono con voi e vi riconosco”. Era parte del progetto americano, capitalista, o come vogliamo chiamarlo. La speranza era che questa mia versione della citazione sarebbe stata stampata e diffusa, forse alcune persone lo hanno fatto. L’idea era che siamo tutti Gazawi, c’era uno slogan simile in Francia nel maggio del ’68, “Nous sommes tous des juifs allemands” (“Siamo tutti ebrei tedeschi”), perché avevano catturato Cohn-Bendit.

Nella postfazione racconti la tua infanzia e di come sei stato sopraffatto dalla guerra e dall’odio che ha portato con sé, ma anche dall’educazione di certe persone. Vorrei chiederti, come padre, come pensi che debba essere educata la nuova generazione per non alimentare quell’odio?
Vorrei essere ingenuo e dire “con l’amore”, ma penso che sia soprattutto l’ignoranza a produrre odio. Purtroppo, come dicevo, più progrediamo, più siamo ignoranti. È paradossale. Ora che è possibile accedere a tutte le informazioni in qualsiasi parte del mondo in un secondo, le persone sono meno informate rispetto a dieci anni fa. E sta peggiorando. Io sto invecchiando e non sono una di quelle persone che dice che noi eravamo migliori. Credo molto nelle nuove generazioni. Conto su di loro per porre fine a 600 anni di supremazia bianca. Sta diventando davvero evidente: Israele e Gaza sono una cosa, l’America un’altra. La complicità dell’intero mondo bianco, non trovo un altro modo per dirlo, ora è evidente. Come se dicessero “Il diritto internazionale non si applica a noi; e la democrazia va bene, certo, finché non siamo in pericolo”. E sui media, qualsiasi cosa detta contro Israele è antisemita. Di nuovo, è una distopia scritta davvero male, se tre anni fa ve lo avessi raccontato, nessuno mi avrebbe creduto.
Rispetto alle nuove generazioni, sento che si sta svegliando qualcosa. Per la prima volta dagli anni ’70 c’è una nuova generazione politicizzata. Perché negli anni ’80 e ’90, non so, credo che la mia generazione fosse pigra. Negli anni ’70 e ’60 c’erano rivolte ovunque, persone, manifestazioni, studenti insieme ai lavoratori. Ho la sensazione che questo stia succedendo di nuovo. I ragazzi di 15 anni che crescono con quello che stiamo vivendo a un certo punto saranno la maggioranza. Speriamo che dicano basta.

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Come abbiamo detto, hai già raccontato e disegnato altre situazioni di conflitto. Lo hai fatto prima, durante e dopo l’avvento dei social media. Mi chiedevo quindi come questa tecnologia, questo “ambiente”, se così possiamo chiamarlo, abbia cambiato il tuo modo di lavorare e di condividere il tuo lavoro. Ha influenzato anche il messaggio e il suo impatto?
Sì, avevo iniziato con un blog, nel 2006. Per me era quasi fantascienza l’avere un’idea, disegnarla, scannerizzarla e permettere alle persone di leggerla. E loro potevano commentare; cinque minuti dopo potevo ricevere un commento da qualcuno in Costa Rica. Era incredibile. I social media hanno portato questo all’estremo: i nostri figli non riescono a credere che abbiamo vissuto prima di internet. Tutto è cambiato, ma sono una persona che ha lavorato e lavora tuttora con la stampa, con i fumetti underground, scrivo molto di me e delle cose che faccio nella vita, cose che sono proibite in Libano. Ora ovviamente ho più visibilità con i social media, ma anche per questo mi sono sempre preparato ad affrontare l’idea che tutto possa essere letto, c’è anche la possibilità che lo leggano i miei figli.
Oggi quindi, quando parlo di un conflitto, diventa qualcosa di simile al giornalismo: per me è impagabile poter raggiungere direttamente le persone, specialmente quando si tratta di un conflitto come questo in cui tutta la stampa, o almeno la maggior parte della stampa mainstream, è allineata sulla stessa versione della storia. Sono diventato qualcosa di simile a un giornalista senza nemmeno volerlo. E non ho mai voluto fare politica o parlare della guerra, ma questa continua a inserirsi nel mio lavoro. Io non sono un eroe, non ho nessun messaggio da trasmettere, quello che dico è molto soggettivo, racconto la mia storia, il mio sentire, che in certi casi diventa universale: più parli di qualcosa di personale e soggettivo, più le persone ci credono perché provano le stesse cose.

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Tu sei anche musicista. La musica per te è qualcosa di indipendente dal fumetto? Come comunicano le due forme d’arte nella tua vita?
Faccio musica sperimentale, sempre improvvisata, accade nel momento in cui viene creata. Quindi, per come la vedo, è esattamente l’opposto del fumetto, a tutti i livelli: la mia musica è astratta e non ha un messaggio; accade in tempo reale, mentre sto creando il pezzo il pubblico lo sta ascoltando, il processo di creazione e il risultato sono gli stessi. Qualcuno ha detto che quando ascolti la musica stai ascoltando il tempo che passa. Il fumetto, al contrario, non è quasi mai astratto, non appena metti due immagini una dopo l’altra si genera una connessione. Ci sono fumetti astratti, ma sono molto rari. Poi il tempo nel fumetto scorre in modo strano, è l’unico medium in cui si ha un’ampia possibilità di scegliere quanto tempo metterci per leggerlo: puoi usare pochi minuti o fermarti su ogni immagine. E quando apro una doppia pagina vedo già cosa sta succedendo alla fine della sequenza: posso vedere il futuro e il passato mentre leggo. Nella prima vignetta vedi Tintin che dice “ciao, sto arrivando” e nella seconda lui è lì, l’hai visto vestirsi, scendere le scale, fare la strada, tutto in quello spazio bianco piccolissimo. Il tempo è qualcosa di molto importante per me e nella musica e nel fumetto lo affronto in due modi diversi, opposti ma complementari.

Nella storia dell’umanità non abbiamo mai visto che il dolore potesse diventare una forma di consapevolezza per raggiungere la pace, quindi credo davvero che abbiamo bisogno di una forma di protezione contro l’intera tragedia. Come dire, una forma di consapevolezza di chi è stato fuori per poter guarire dall’immenso dolore che chi ha vissuto quella tragedia non può portare dentro di sé.
Sì, purtroppo è così, è sempre stato così. Più dico che amo gli esseri umani, più penso che siano la cosa migliore al mondo, ma poi mi rendo conto che sono anche la cosa peggiore. È davvero strano. È assurdo, oggi viviamo in un mondo in cui l’intero pianeta potrebbe mangiare, potrebbe avere accesso alle cure mediche e potremmo vivere tutti felici, lavorando due o tre ore al giorno, invece siamo spettatori di genocidi sui nostri telefoni. È così triste, ci diciamo sempre che forse nel futuro capiranno, ma la storia è la stessa da migliaia di anni.

Mazen Kerbaj

Mazen author

(Beirut 1975), artista visivo e trombettista, ha lavorato come vignettista per diverse riviste. Attivo nell’autoproduzione, nel 2006 ha pubblicato il suo primo diario di guerra disegnato, uscito in Francia per L’Association con il titolo Beyrouth. Juillet – aout 2006 (2007) e negli Stati Uniti per Fantagraphics con il titolo Beirut Won’t Cry (2017), con l’introduzione di Joe Sacco. Sempre in Francia pubblica Politique per Arte/Actes Sud nel 2019. Ha esposto in gallerie e musei. Gaza attraverso lo schermo è il suo primo libro pubblicato in Italia. Vive a Berlino dal 2015.

Rodolfo Dal Canto

Rodolfo Dal Canto

(Bergamo, 1993) Si avvicina al fumetto leggendo Topolino e PK, se ne allontana e ci ritorna verso la fine delle superiori. Si è laureato in Italianistica a Bologna con una tesi su come il fumetto può raccontare processi di trasformazione urbana (con i professori Pezzarossa e Sebastiani). Ha conseguito un dottorato all'Università dell'Aquila sul fumetto italiano contemporaneo. Scrive di fumetti anche per le riviste Limina, La Balena Bianca e nella rubrica dedicata alla nona arte del mensile Blow Up. È membro del gruppo di ricerca SnIF (Studying ’n’ Investigating Fumetti). Si interessa di distopia e post-apocalittico, assenza di futuro, spazi urbani, spettri e altre cose che gli mettono ansia. Vive a Bologna.

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