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Diventare sé stessi nella distruzione: intervista a Gwénola Carrère

8 Aprile 2025
L'autrice, ospite di "A occhi aperti" 2024, racconta "Extra-Végétalia", fumetto che unisce la fantascienza e il rapporto tra corpo e natura.
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A novembre 2024, la fumettista e illustratrice Gwénola Carrère è stata ospite al festival di fumetto e illustrazione “A occhi aperti”, a Bologna. Originaria di Ginevra, l’artista vive e insegna a Bruxelles: ha pubblicato albi illustrati per l’infanzia (due dei quali pubblicati in Italia da Topipittori) e un’opera a fumetti per adulti in due volumi, Extra-Végétalia (Super Loto Éditions 2022; 2024). Carrère racconta, in un fumetto senza parole, una società utopica di sole donne in comunione con una natura dotata di una propria coscienza. Su questo pianeta approda un uomo in fuga da una Terra devastata. Ecologia, femminismo e critica del presente sono solo i punti di partenza per una narrazione che muove da una resa grafica studiata, in un continuo alternarsi tra disegno scientifico e sequenze che si avvicinano all’astrattismo. Il tema del festival, il rapporto tra essere umano e paesaggio, è strutturale in Extra-Végétalia, che pone domande alle quali non è facile trovare risposta: l’utopia di un equilibrio con l’ambiente, è davvero possibile? Cosa ci può dire di noi stessi questa tensione tra controllo e comunione con il paesaggio? Tra conoscenza e desiderio? I fumetti di Gwénola Carrère aprono spazi da esplorare e abitare all’interno di un mondo brulicante sospeso tra meraviglia e inquietudine.

Buongiorno Gwénola e benvenuta su Lo Spazio Bianco.
Parlando dei due volumi di Extra-Végétalia, questi raccontano, in un fumetto senza parole, un mondo in cui i confini tra umano e vegetale, tra natura e cultura, tra corpo e paesaggio, non sono facili da tracciare. Si vede un lavoro profondo sulla rappresentazione di questo scenario che confonde un altro binarismo, quello tra racconto e illustrazione. Come nasce questo lavoro? E che tipo di ricerca hai fatto?

Ho iniziato a lavorare a Extra-Végétalia nel 2019. Era un periodo in cui riflettevo molto sul femminismo, perché appartengo a una generazione che, cresciuta negli anni Ottanta, non l’ha vissuto in maniera tanto intensa. So che ha avuto una storia densa e significativa per tutto il XX secolo, ma credo che il movimento femminista fosse più dinamico negli anni Sessanta. Quando ero un’adolescente, era come se fosse sopito.
Negli ultimi anni, però, vedevo sempre più studentesse presentarsi con richieste, istanze e domande sul femminismo, tanto che ho iniziato a sentirmi in imbarazzo per la mia mancanza di formazione in questo senso. Così ho deciso, a quarant’anni, di approfondire la questione: ho letto diversi materiali e ho trovato in un saggio, di cui ora non ricordo l’autrice, una copertina stupenda in stile Art Nouveau di un testo intitolato Herland. Si tratta di un romanzo di Charlotte Gilman Perkins, una pioniera americana del femminismo. Mi incuriosì immediatamente. Ho scoperto che il romanzo era del 1915 ed era stato tradotto in francese solo nel 2017, più di cento anni dopo. Ho letto Herland e ho cominciato a pensare a una narrazione che nascesse dalla quella stessa storia.
Il romanzo di Perkins racconta di tre uomini che esplorano un’isola dove vivono solo donne in totale autonomia, senza uomini. Donne in equilibrio con la natura, che si riproducono da sole. Mi è sembrata una trama interessante, ma volevo ambientarla nel futuro, su un altro pianeta. Cosa avrebbero potuto fare i miei uomini? Man mano ho capito che cercavo l’incontro tra un uomo e una donna in un contesto in cui questo avvicinamento avrebbe portato conseguenze significative per entrambi.
Rispetto al disegno, prima di Extra-Végétalia ero ossessionata da un famoso scienziato, esploratore e artista tedesco della seconda metà del XIX secolo, Ernst Haeckel. Era affascinato in particolar modo dalle piante e le disegnava su grandi tavole, rappresentando le varie componenti in maniera molto dettagliata: l’interno del fiore, i petali, le radici e tutto il resto. Ogni singola parte della pianta era per me come un’ipnosi, un labirinto in cui entrare.
Quando ho cominciato a ragionare sulla storia che prendeva le mosse da Herland, ho pensato che l’estetica di Haeckel doveva essere in qualche modo presente. Mi sembrava adatta in particolare per le architetture, perché le sue piante sono incredibilmente architettoniche. Ho capito che la mia città futuristica sarebbe stata costruita con le piante come base.

È evidente la scelta di restituire la complessità di uno spazio che si apre di fronte all’incontro con l’altro: non c’è una demonizzazione di nessuna delle due parti. A questo proposito, all’interno del festival “A occhi aperti”, parlavi di un tuo posizionamento post-femminista. Ti chiederei che rapporto si instaura tra il tuo lavoro e i discorsi contemporanei relativi alle teorie femministe, all’ecocritica, al rapporto tra essere umano e ambiente e tra donna e ambiente. Questo anche alla luce del nostro presente, in cui si discute molto di Antropocene, di una fine imminente se non del pianeta, almeno del nostro modo di abitarlo.
Per me femminismo ed ecofemminismo sono stati solo due di tanti aspetti di questo lavoro. Li ho trovati entrambi in un filosofo italiano che scrive in francese, Emanuele Coccia, molto conosciuto in Francia. Coccia è affascinato dalla natura, dalle piante e dall’idea che la morte non esiste, ma che la vita sia una continuità. All’interno del suo libro Metamorphose (Metamorfosi, Einaudi, 2022), sostiene che c’è una continuità tra piante, uomini, animali, minerali, stelle. So che è un principio molto consolidato della fisica, “nulla si distrugge e tutto si trasforma”, ma mi affascinava l’idea di riprenderlo per trasporlo anche alle soggettività e, in qualche modo, di attualizzarlo.
È tramite Coccia che sono venuta a conoscenza di due artiste importanti per questo lavoro, soprattutto rispetto alla prospettiva ecofemminista: la prima è del XVIII secolo, si chiama Maria Sibylla Merian ed era un’esploratrice, un po’ come Ernst Haeckel, ma prima di lui. Ha viaggiato in tutto il mondo per disegnare piante e vegetali attraverso la litografia. La seconda è Kiki Smith, un’artista statunitense di origine tedesca. Ha iniziato a esporre negli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, è scultrice e artista plastica. Ha un modo di lavorare molto coinvolgente e intuitivo, un po’ come provo a fare anche io: cerco di non pensare troppo e di costruire il mio immaginario con la materia viva. Lei è stata un riferimento importante, specie per le parti oniriche del fumetto.
Poi, sì, conosco Isabelle Stengers e Donna Haraway, queste personalità così rilevanti della filosofia ecofemminista, ma il loro discorso era troppo complesso per farvi riferimento con il mio lavoro. Cercavo di non essere didascalica: quindi o tradivo la complessità del loro discorso, o ne facevo un manifesto, e non volevo fare nessuna delle due cose. Allora mi sono circondata dei loro discorsi, e ho utilizzato dei riferimenti estetici che hanno agito come un filtro. In questo senso mi sono definita post-femminista. Credo anche che oggi, nella società molto polarizzata che ci troviamo ad abitare, si venga spesso a generare troppa tensione attorno a certi discorsi, tra cui anche il femminismo. Non ho nessuna intenzione di entrare nella guerra tra uomini e donne, è davvero l’ultima cosa da fare. I miei testi parlano del futuro, sono rivolti al futuro, perciò non posso permettermi atteggiamenti anti-costruttivi (che è un posizionamento molto diverso da quello decostruttivo).

In Extra-Végétalia c’è una tensione continua, pur in un mondo che, almeno inizialmente, appare in equilibrio. Ha a che fare con il desiderio, ma anche con la conoscenza di qualcosa di nuovo. Una tensione simile, tra un rapporto con il paesaggio quasi simbiotico, e un desiderio di controllo attraverso la rappresentazione, si vede anche nel disegno e nella struttura. Come un’alternanza tra la razionalità e il lasciarsi andare. In che modo questi due aspetti convivono nel tuo fumetto?
La mia fantasia è da sempre quella di riuscire a lasciarmi andare. So che posso essere istintiva e spontanea, ma non ci riesco. E per provarci devo sempre inventare un’intera storia. Per esempio, Extra-Végétalia nasce dal fatto che dovevo fare una mostra: si trattava di un’esposizione molto piccola, in uno spazio ridotto, ma anche per un obiettivo del genere ho cominciato a costruire un progetto ampio e complesso. È come se avessi bisogno di una storia per strutturare un percorso, capire quale strada devo seguire, e il fumetto mi aiuta in questo senso. Solo quando sono abbastanza sicura del dove, del quando e di cosa può accadere, ecco, allora posso bendarmi e vagare in quello spazio. Ho bisogno di una serie di preparazioni, di strati, di livelli, prima che possa finalmente lasciarmi andare.
E dopo, è puro piacere.

All’interno di questo discorso, sono particolarmente di impatto le scene che raccontano rapporti sessuali: qui, linee e colori esplodono, le forme si fanno fluide e si fondono. Questa componente ha un ruolo rispetto al tuo desiderio di individuare dei limiti e di romperli?
È probabilmente la mia fantasia più antica rispetto alla creazione e alla rappresentazione. Molto prima di Ernst Haeckel o dell’ecofemminismo. Quando avevo vent’anni pensavo che sarebbe stato fantastico potersi unire alle piante, al mondo vegetale, percepire una sorta di intimità con esso. Ma non sapevo in che modo pensarlo, figuriamoci rappresentarlo. Poi ho letto Gilman Perkins e da lì sono nati degli scenari. Era arrivato il momento di far rivivere certe fantasie.
Tornando alla necessità di lasciarsi andare: fisicamente, per me, la natura è il modo migliore e più semplice per avvicinarsi all’astrazione. Quando guardo la foto di un paesaggio, è più facile percepire lo spazio di immaginazione. Tieni solo le linee, solo i colori e rimane comunque tantissimo. È ancora tutto lì. Per me è la via più ovvia per raggiungere l’astrazione, qualcosa cui continuo ad aspirare. Rimango sempre bloccata nella figurazione. Per queste ragioni volevo realizzare un lavoro in cui fosse centrale la natura.

E in che modo questo tentativo di rappresentazione ha a che vedere con il corpo femminile, certamente centrale in Extra-Végétalia?
Stiamo entrambi girando attorno alla questione, vero? In effetti c’è un aspetto che non ho ancora toccato, che è quello psicanalitico. Potremmo dire che Extra-Végétalia si apre con una domanda e si chiude con un tentativo di risposta.
All’inizio la donna protagonista ha un rapporto con la natura, dal quale si genera una radice che però non germoglia, non cresce. Nell’epilogo, invece, è lei stessa a trasformarsi, connettendosi con il cuore del pianeta. Può suonare ingenuo, ma credo che almeno parte del senso di Extra-Végétalia sia quello di intraprendere un percorso per diventare se stessi. Che detto in questo modo è banale, ma nella realtà è molto complicato, perché si tratta di un processo che coinvolge in varia misura la distruzione. Bisogna distruggere parti di sé, per diventare se stessi. L’epilogo del fumetto, del resto, è dolceamaro, è un’esplosione di vita, in cui è implicita la morte.

Parliamo dello spazio all’interno dei tuoi fumetti: in Extra-Végétalia la pagina può essere a tutti gli effetti uno spazio da attraversare. Sfrutti il racconto e l’illustrazione, la successione e la pausa. Il paesaggio stesso fornisce una partitura, scandisce certi momenti. Come hai lavorato alla possibilità di attraversare il tuo fumetto, di abitarlo?
Sono sempre stata attratta dalla pittura. Da bambina volevo fare la pittrice e anche oggi sono convinta che, da anziana, dipingerò. Ma non adesso, non è ancora il momento, sempre per quella questione dell’astrazione. Sto seguendo un percorso per raggiungerla.
Mi affascinano molto anche le vetrate delle chiese, lo si intuisce facilmente da certe composizioni. Ho trasposto queste influenze nella griglia del fumetto ed è stato divertente, perché mi ha permesso di unire il tempo che scorre con la composizione, fare un lavoro sulle connessioni. L’ho trovato interessante anche dal punto di vista metafisico: unire tempi diversi, realtà diverse… collegare l’istante con l’eternità. Ci penso solo ora, ma credo che a posteriori tutto abbia senso in Extra-Végétalia, seppure in modo inconscio. E nell’inconscio, lo sappiamo, tempo e spazio funzionano in maniera radicalmente diversa.

In effetti, anche il tempo del pianeta che racconti è solo in apparenza semplice, in perpetuo equilibrio: sul pianeta in cui vivono le donne ci sono delle rovine. C’è un’armonia con i tempi e i ritmi naturali, ma c’è anche un passato, una Storia. Questo fa pensare che potrebbe anche esserci un futuro. Cosa puoi dirci del tempo di questo pianeta?
Le rovine sono una metafora, mi servivano per mostrare la presenza di un passato. Sono un monito e un ricordo, ci dicono che queste donne non ce l’hanno fatta al primo tentativo: hanno attraversato delle sfide, del dolore e dei fallimenti per arrivare a quella società.
Rispetto alla protagonista, non è un caso se questa raggiunge le rovine nel momento in cui libera quella creatura che ricorda una vulva. L’immagine viene dalla scrittrice Monique Wittig. C’è un’assonanza, tra questa donna e il paesaggio, tra l’atto di liberarsi da qualcosa e quelle rovine: uno spazio vuoto e una ferita, elementi che creano connessione. Si tratta in entrambi i casi di una profondità che può spaventare, ma anche di uno spazio in cui fantasticare. In uno spazio vuoto può succedere qualsiasi cosa.
Tornando all’inconscio, credo che questo tempo abbia a che fare anche con il represso, qualcosa da cui si scappa, ma che immancabilmente ritorna: la protagonista non vive nella società con le altre donne dove tutto è perfetto, organizzato e armonioso, non è quello che vuole, non ci riuscirebbe. È in contatto con la rovina. Si tratta di qualcosa cui tengo, forse perché, di nuovo inconsciamente, credo che stiamo perdendo il contatto con il rovinare delle cose: questi spazi, queste ferite, sono sempre più nascoste. Ed è una perdita inestimabile.

Grazie per il tuo tempo, Gwénola!

Intervista realizzata dal vivo, a Bologna il 16/11/2024

L’autrice

Gwénola Carrère (1977) è nata in Svizzera da genitori francesi. Ha studiato illustrazione e serigrafia a Bruxelles. Lavora come illustratrice realizzando poster e copertine di dischi e pubblica sulla stampa belga, francese, inglese e americana.
Ha collaborato con riviste e collettivi quali Nobrow, Taschen, La revue Dada e XXI. Lavora anche nell’animazione e nel 2012 co-dirige un cortometraggio, La chute, nell’ambito del Laboratoire d’images prodotto da Canal+.
Ha pubblicato libri per bambini e bambine con gli editori Thierry Magnier e Albin Michel. Due di questi sono tradotti in Italia e pubblicati da Topipittori: Una bacchetta magica, sui testi di Antonio Koch (2005), e ABC cercasi… (2008).
Realizza fumetti brevi dal 2014, ed Extra-Végétalia è il suo primo fumetto di ampio respiro, pubblicato da Super Loto Éditions & Les Requins Marteaux nel 2022 (parte 1) e nel 2024 (parte 2). Dal 2007 insegna illustrazione presso l’istituto d’arte St-Luc di Bruxelles.

Rodolfo Dal Canto

Rodolfo Dal Canto

(Bergamo, 1993) Si avvicina al fumetto leggendo Topolino e PK, se ne allontana e ci ritorna verso la fine delle superiori. Si è laureato in Italianistica a Bologna con una tesi su come il fumetto può raccontare processi di trasformazione urbana (con i professori Pezzarossa e Sebastiani). Ha conseguito un dottorato all'Università dell'Aquila sul fumetto italiano contemporaneo. Scrive di fumetti anche per le riviste Limina, La Balena Bianca e nella rubrica dedicata alla nona arte del mensile Blow Up. È membro del gruppo di ricerca SnIF (Studying ’n’ Investigating Fumetti). Si interessa di distopia e post-apocalittico, assenza di futuro, spazi urbani, spettri e altre cose che gli mettono ansia. Vive a Bologna.

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