Campare di satira: Mario Natangelo

Campare di satira: Mario Natangelo
Pubblichiamo la versione integrale di una intervista a Mario Natangelo, vignettista de "Il Fatto Quotidiano" fin dall'esordio del giornale.

Abbiamo piacere di ospitare, in forma estesa e completa, una intervista al vignettista satirico .
L’intervista è apparsa in forma parziale sulle pagine del Quotidiano del Sud – Edizione di Salerno il 9 dicembre 2021.

peggiostronziIniziamo dalla fine: come e a chi è venuta l’idea di realizzare un libro che parla di te stesso, di satira e della sinistrata Italia in cui viviamo?
L’idea per il libro non è stata assolutamente mia. Era marzo 2020 e io ero chiuso in casa da solo in pieno lockdown, quando mi è arrivato un messaggio nella casella di Facebook, che leggo per puro miracolo. Era della capa della saggistica di Piemme, mi diceva che aveva un’idea e voleva parlarmene. Quando al telefono mi ha detto “vorrei proporti un libro, ma un libro scritto e non disegnato” ho riso sguaiatamente poi ho capito che era seria e ho detto di no. Da quel momento – complice il lockdown e la clausura forzata – ci siamo sentiti spessissimo, parlando di libri e idee e temi. Amo molto la saggistica, ne leggo quintali, specialmente a tema storico. A un certo punto parlavamo molto di Hitler e vi siete scansati per poco una ‘biografia ragionata di Hitler’ a mia firma. Poi ci siamo spostati sui grandi cattivi della storia. E poi alla fine siamo finiti a parlare dell’Italia di oggi ed è saltata fuori l’idea che sarebbe diventata il libro. Il titolo, I peggio stronzi, è stata la prima cosa decisa. Il resto è stato stilare la lista dei personaggi che avrei raccontato, della politica, del giornalismo, della satira. Un racconto di vita (di merda) vissuta.

Da dove parte la voglia di realizzare vignette ironiche? In che momento hai pensato potesse diventare una professione?
Io vengo da Scampia, papà impiegato e mamma casalinga, botte per strada, degrado urbano e sociale. E da lì ho imparato – come scrivo nel libro – che se guardi bene trovi sempre qualcosa di divertente. Disegnavo vignette già al liceo sul giornalino d’istituto e venivo convocato in presidenza, dove mi facevano il culo. Poi dopo qualche anno di pausa in cui – mi vergogno a dirlo – ho pubblicato degli orribili racconti su varie antologie, ho ripreso la matita per un inserto satirico de L’Unità. Fino a quel momento disegnare era una roba che facevo nel tempo libero. Il gioco si è fatto serio quando nel 2009 è nato Il Fatto Quotidiano e ho capito che a 23 anni avrei potuto mantenermi disegnando. Una roba che ancora oggi non mi pare possibile.

Hai ammesso di aver imparato sul campo il lavoro in redazione. Quali sono le dritte più importanti che hai avuto e cosa può dare il lavoro in redazione in più rispetto a quello da free lance, da casa o in giro per il mondo?
Lavorando in redazione già a 23 anni ho imparato il ‘mestiere’ come un artigiano a bottega. Non quello del vignettista in senso stretto, perché sono tuttora e sono sempre stato l’unico vignettista ‘residente’, in sede, quindi non c’erano miei omologhi con cui confrontarmi. Ma ho assorbito quello del giornalista, il modo in cui si pensano le notizie, come funzionano le cose. E anche tutti i tic del mestiere, che sono diventati anche i miei. E che prendo per il culo esattamente come facevo a scuola, sul giornalino d’istituto. Con la differenza che stavolta il preside non mi convoca per farmi una cazziata.

Vignetta 2Traspare, chiaro, nel libro, quel che pensi del “diritto di satira” con molti esempi pratici e le varie citazioni agli autori in forza a . Vista la presenza quotidiana praticamente su tutti i quotidiani italiani da svariati decenni di vignette satiriche non dovrebbe essere l’Italia un posto dove la libertà del vignettista è lampantemente riconosciuta? Perché non è così?
NO! IL DIBATTITO SULLA SATIRA NO! PIETÀ! (scherzo) (cioè non scherzo, però ora scherzo).
In Italia – da un punto di vista giuridico, costituzionale, legale – si può dire quello che ci pare nei limiti del rispetto della dignità altrui etc etc. Non ci sono limiti, non siamo in dittatura e – come ribadisco nel libro – la polemica sul politicamente corretto è una roba talmente noiosa che non ha senso parlarne. Diverso, invece, è il fatto che la politica e i media al seguito attacchino la satira in modo pretestuoso, solo per la strategia dell’assedio della quale i renziani sono stati maestri: siamo chiusi nel fortino, chiunque ci critica è un nemico che ci attacca, siamo compatti. La violenza che mi si è rovesciata addosso per le vignette su Renzi e la Boschi, in 12 anni di lavoro, ha pochi eguali. Ma anche i Cinque Stelle non mi hanno risparmiato: come il ministro che mi fa scrivere dal suo avvocato o l’europarlamentare che piagnucola contro mia mamma. Ecco, nel libro cerco di non dare un giudizio o di giustificarmi: cerco di mettere in fila i fatti e poi i lettori giudicano. E tantissimi mi hanno scritto, dopo averlo letto, dicendomi “ma sai che non avevo idea che… etc etc”.

Altan, Vauro, Marassi, Ellekappa: ti va di parlare un po’ della concorrenza? Ispiratori, esempi da scansare, miti irragiungibili. Chi, perché?
Riccardo Marassi è stato IL vignettista, per me. Perché era su Il Mattino e lo leggevo ogni giorno. Quando avevo 21 anni gli scrissi un messaggio sul suo blog: non lo conoscevo e gli chiesi se potevo passare nel suo studio e fargli vedere un po’ dei miei lavori. Lui molto cortesemente mi invitò e fu molto gentile anche con le mie orribili vignette, ma non mi incoraggiò troppo (com’era giusto). Non mi è capitato di parlarci ancora, in seguito, credo mi legga e mi chiedo cosa ne pensi del mio lavoro. Io leggo tutti, ovviamente, non per professione ma per passione. E, generalmente, le vignette satiriche sui quotidiani, i settimanali, le riviste italiane sono pallose. Pallosissime. È roba stantia, esercizi di stile che si ripetono sempre uguali. Tutto molto scialbo e moscio. Mi piace Altan, ma non sono uno di quelli che grida “GENIO” per ogni sua vignetta perché spesso alcune sono delle robe un po’ ‘meh’. Mi manca molto Vincino: quando era vivo, prima di mettermi al lavoro – ogni giorno – andavo prima a leggere tutte le sue vignette. Mi metteva nell’umore, nello spirito. Ora che non c’è più mi sento un po’ perso. Di Staino parlo abbondantemente nel libro. Ma invece di ripetere lo stesso schema che da secoli si ripete parlando sempre degli stessi nomi (Staino, Vincino, Vauro, Ellekappa, Bucchi, etc) voglio segnalare qualche vignettista che mi piace molto e non si trova sulla carta ma sui social: mi piace la fantasia di @ennesse, la delicatezza di @alagoon, la follia completa di @senape_soap (che però non è un vignettista satirico in senso stretto), mi piace anche @cappe_llov e poi mi piace Marione di cui racconto nel libro (no, scherzo) ma mi fermo qui con la lista perché siamo qui per parlare di me.

Vignetta 3Sei un vignettista di “ultima generazione”: sovente posti vignette che si possono fruire gratuitamente sui social e comunque il tuo lavoro circola liberamente in rete. Le notizie, però, ultimamente stanno diventando sempre più paradossali e rendendo il tuo lavoro (minato anche dalla semplicità con la quale chiunque può avere un guizzo ironico e postare online una battuta anche molto felice) non solo una corsa contro il tempo ma anche quasi impossibile (nella misura in cui l’ironia è già insita nella notizia). Quali sono secondo te (o speri siano) le fonti/argomenti/spunti che riusciranno a tenerti vivo come vignettista?
Nel libro in effetti ne parlo abbastanza: cos’è la satira quando tutto può essere satira? Forse il tema non è ‘cos’è satira?’ ma ‘che qualità di satira è?’. Detto che la nostra qualità, quella italiana, fa schifo (mi ci metto dentro, eh!) non sono i temi o gli argomenti a mantenere vivo o stimolato un vignettista. Certo, ci sono autori che prendono la matita come un missionario la croce ma io non sono di quelli. Sono un cazzaro e voglio che la mia roba sia come me. Secondo me quello che ci vuole per fare questo lavoro, e farlo nel modo migliore possibile entro i limiti di ognuno, è il pensiero laterale. Lo scarto di lato. Oggi chiunque abbia una connessione internet e un cellulare può prendere una foto di Draghi e scriverci “Limortacci” e avrà il suo pubblico. Quello non toglie niente a me, il mio obiettivo è cercare di fare qualcosa in più. Non è una corsa, disegnare una vignetta su un tema ‘attuale’. Anzi, spesso la prima idea è spazzatura. Le mie vignette, normalmente, arrivano su un tema 12 ore dopo tutti quanti gli altri, perché vengono consegnate alla redazione, inserite nel giornale, che viene stampato, e poi viene distribuito e poi viene venduto e poi e solo poi qualcuno le legge. Perché siano ancora fresche bisogna chiedersi “Cos’è che nessuno farebbe?”. Devi arrivare dove nessuno arriverebbe. Non ci riesci sempre, ovvio: a volte non hai voglia, a volte non ci arrivi. Ma quando ci riesci, beh, hai portato a casa il risultato.

Cosa pensi, anche sulla scorta della tua esperienza, delle chance e delle possibilità che si hanno attualmente in Italia di poter “vivere” della propria arte (vignettista / fumettista) o da giornalista. Retribuzioni diretto effetto delle vendite, etc. (questa, se ti deprime, puoi saltarla…)
Zero. Io credo, sinceramente, che il sistema dei media tradizionali stia morendo, sia una pozzanghera che si secca al sole, una pozzanghera in cui si dibattono in troppi e in cui non vige il merito ma solo le capacità relazionali (e parla uno che “ce l’ha fatta”). Dobbiamo fare come quel video di Fatboyslim, Right here, right that, in cui il pesce a un certo punto si tira fuori dall’acqua e scopre che le pinne possono funzionare da zampe e inizia a camminare. Si salva chi si evolve. Io sono nella pozzanghera, per fortuna, ma non perdo d’occhio quello che c’è fuori. La vita è lì.

Sei uscito in libreria con quella che è, anche, la tua prima autobiografia. Woody Allen ha scritto la sua prima lo scorso anno. Sei in anticipo di cinquanta anni su Allen.  Ti senti già arrivato?
Ah, ah, ah! Non è un’autobiografia. Sono una serie di biografie mostruose che si intrecciano ad alcuni momenti della vita professionale. Non è stato facilissimo mettersi a nudo, perché il pagliaccio non dovrebbe togliersi la maschera in pubblico. Io l’ho fatto, raccontando alcune cose forse troppo private ma che spiegano quelle che possono essere le motivazioni che spingono gente come me a fare un lavoro che ti procura solo una gran quantità di rogne (e infatti dedico ampio spazio alla strage di e alla morte silenziosa de El Jueves). Questo, però, hai ragione: è il periodo d’oro delle biografie! Solo nella mia stessa collana ci sono Casalino, Zan, Fiano, Renzi, Bonaccini, Staino e poi ciliegina sulla torta Di Maio. Certo, il libro di Di Maio sarà molto più divertente del mio ma non scriverlo perché sennò mi ruba tutti i lettori.

MARIO NATANGELO

foto-bio-natangelo-1Nasce a Napoli nel dicembre del 1985. Giornalista professionista, ha esordito nel 2007 con Emme, inserto satirico de l’Unità. Disegna ogni giorno una vignetta per il Fatto Quotidiano dal primo numero, nel settembre 2009. Ha disegnato diversi anni per Linus e collabora dal 2009 con Smemoranda. Vive a Roma dove a volte va in giro con un cane cattivo.

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