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Topolino #3300: La palandrana auto-adattante

23 Febbraio 2019
Dopo un paio di numeri non male, ecco che il #3300 torna su livelli non eccelsi. La maggior parte del sommario, infatti, si rivela abbondantemente al di sotto delle due storie di apertura, comunque non esenti da difetti. Dell’intero sommario questa settimana ho deciso di approfondire la storia di chiusura per motivi che saranno ben presto chiari. Problemi di vestizione L’influenza di Giorgio Pezzin sugli sceneggiatori disneyani risulta forse meno forte rispetto a quella di Rodolfo Cimino ma comunque ben presente. Dopo la Trainsoceanica di Augusto Macchetto ecco La palandrana auto-adattante di Giulio D’Antona, in cui Paperone, come in una

Dopo un paio di numeri non male, ecco che il #3300 torna su livelli non eccelsi. La maggior parte del sommario, infatti, si rivela abbondantemente al di sotto delle due storie di apertura, comunque non esenti da difetti. Dell’intero sommario questa settimana ho deciso di approfondire la storia di chiusura per motivi che saranno ben presto chiari.

Problemi di vestizione

L’influenza di Giorgio Pezzin sugli sceneggiatori disneyani risulta forse meno forte rispetto a quella di Rodolfo Cimino ma comunque ben presente. Dopo la Trainsoceanica di Augusto Macchetto ecco La palandrana auto-adattante di Giulio D’Antona, in cui Paperone, come in una classica storia di Pezzin, si lancia in una nuova impresa commerciale grazie all’ennesima invenzione di Archimede. In questo caso la spinta viene fornita dalla necessità di fornire i suoi studi cinematografici di costumi il meno costosi possibile. In questo senso continua a restare decisamente stantia e anacronistica, anche rispetto alla visione paperoniana di Pezzin, l’idea che un magnate con miriadi di industrie in molti campi possa continuare a mantenere il suo esteso patrimonio e la sua posizione di dominio economico mondiale risparmiando fino al centesimo su ogni impresa. Questa visione, però, è abbastanza generalizzata tra tutti gli sceneggiatori e vede decisamente pochissimi esempi in controcorrente, dunque non è un difetto esclusivo di D’Antona, che comunque prende con coerenza la strada pezziniana nel momento in cui i particolari vestiti auto-adattanti ideati da Archimede vengono commercializzati senza gli opportuni test preliminari, con gli esiti immaginabili.
La storia, di impianto classico, comunque scorrevole e godibile, viene affidata per i disegni a Marco Meloni, che compie diligentemente il suo compito con uno stile classico ma senza guizzi, fortemente ispirato dallo stile di un maestro come Sandro Dossi.

Fluidi non-newtoniani

Come molti lettori di supereroi ricorderanno, i costumi dei Fantastici Quattro e della maggior parte dei supereroi del Marvel Universe sono costituiti da molecole instabili, un modo semplice e diretto per ovviare al fatto che i costumi stessi si adattano alle dimensioni degli eroi (Mr. Fantastic e la Cosa), non si incendiano (la Torcia) e scompaiono (la Donna invisibile). Le molecole di cui sono costituiti, infatt, si adattano ai poteri dell’eroe che indossa tali costumi.
Per cercare di realizzare qualcosa del genere nella realtà ovviamente si dovrebbero utilizzare le nanotecnologie, che per ora servono per usi molto più utili ai normali esseri umani come l’impermeabilità, la protezione dai batteri e dai raggi-UV o con effetti antistatici. La nanotecnologia, da sola, potrebbe però non bastare, come suggerisce lo stesso D’Antona quando Archimede si presenta da Paperone per fornirgli il suo fantastico tessuto, che si rivela un barile contenente un fluido non-newtoniano!
Prima di proseguire, vediamo la differenza tra fluido newtoniano e fluido non-newtoniano: il primo reagisce in maniera lineare all’azione di una forza esterna (aumenta o diminuisce la fluidità all’aumentare o al diminuire della forza applicata), un fluido non-newtoniano ha invece un comportamento meno intuitivo, se paragonato, ad esempio, con l’acqua. Fluidi non-newtoniani che possiamo incontrare tutti i giorni sono la maionese, la pasta per le torte o per la pizza, e in piccola percentuale anche il vetro delle finestre.
La stessa acqua può essere trasformata in un fluido non-newtoniano, ad esempio aggiungendo un sapone. O ancora meglio si può proprio realizzare l’esperimento, utilizzando il salicilato di sodio, NaSal, e l’esadediltrimetilammonio bromuro, abbreviato in CTAB, noto anche come C16H33N(CH3)3Br, che è idrofobico, proprietà che sarà molto importante per spiegare il comportamento del gel che si andrà a creare.
Quando questi due amiconi si mescolano in acqua, la sostanza generata sarà in tutto e per tutto un colloide, ovvero

(…) una soluzione composta di particelle distribuite di grandezza compresa tra 0,2 e 0,002 μm. E’ proprio la dimensione delle particelle che distingue una soluzione colloide da un miscuglio e da una soluzione.

A questo punto prendiamo le sostanze di cui sopra, in quantità uguali pari a 0,05M e prepariamo due soluzioni distinte di acqua e di soluto. Bisogna avere l’accortezza di mescolare continuamente la soluzione di CTAB (in laboratorio, ad esempio, lo si può fare mettendo un pezzetto di metallo all’interno e poi accendendo una piccola calamita sotto alla soluzione), e poi, lentamente, versare la soluzione con il sale all’interno di quest’ultima. La soluzione così ottenuta, continuando a mescolare, diventerà via via più viscosa, ottenendo anche riflessi bluastri, che si possono osservare ad esempio mettendo uno schermo nero dietro la provetta (se non ricordo male, ovviamente!).
Una caratteristica interessante del colloide ottenuto è la creazione, quando viene versato, di veri e propri tubi o ponti che collegano il colloide nella provetta con quello che è già caduto. Effetti di questo genere, come ad esempio il fatto che la maionese non si sposta immediatamente se corichiamo il vasetto, o come il fatto che il vetro scivola verso il basso (i suoi movimenti, però, sono apprezzabili solo su un arco di tempo dell’ordine degli anni o più), sono spiegabili con la struttura che, grazie al CTAB idrofobo, viene a costituirsi all’interno del colloide. Il CTAB, infatti, tende a unirsi uno con l’altro e rintanarsi all’interno dell’NaSal, idrofilo, per tenersi lontano dall’acqua. Si vengono così a creare dei veri e propri tubi, una struttura molto simile a quella di un polimero, e che dal punto di vista geometrico è assimilabile a un frattale, nel senso che non ha una dimensione geometrica intera.

In maniera pittorica il colloide può essere visualizzato come un piatto di spaghetti, dove ogni spaghetto è un polimero differente. Queste strutture sono oggetto di studio, e presentano la peculiare caratteristica che l’idrofobia del CTAB riesce a vincere la repulsione coulombiana tra le teste idrofile costituite dagli ioni di NaSal, realizzando una vera e propria catena, simile concettualmente alle catene di spin delle transizioni di fase. In effetti la matematica che alcuni utilizzano per studiare questi spaghetti non è molto differente da quella delle transizioni di fase, che per inciso è una matematica molto potente e usata nei campi più disparati (come la finanza, o almeno qualche fisico prova a usarla in quel campo). ((Sezione basata su Come funziona un impianto anti-incendio?.))

La recensione completa del numero verrà pubblicata domenica su DropSea

Gianluigi Filippelli

Gianluigi Filippelli

Gianluigi Filippelli (Cosenza, 1977) ha conseguito laurea e dottorato in fisica presso l'Università della Calabria. Attualmente lavora presso l'Osservatorio Astronomico di Brera (Milano) dove si occupa di Edu INAF, il magazine di didattica e divulgazione dell'Istituto Nazionale di Astrofisica di cui è editor-in-chief.
Tra i suoi interessi, le applicazioni della teoria dei gruppi alla fisica e la divulgazione della scienza (fisica e matematica), attraverso i due blog DropSea (in italiano) e Doc Madhattan (in inglese). Collabora da diversi anni al portale di critica fumettistica Lo Spazio Bianco, dove si occupa, tra gli altri argomenti, di fumetto disneyano, supereroistico e ovviamente scientifico.
Last but not least, è wikipediano.

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