
La storia si svolge in una piscina dove si incontrano tutti i mercoledì sera due personaggi senza nome: un ragazzo affetto da scoliosi, che nuota a fatica e con un po’ di riluttanza per meri scopi terapeutici, e una ragazza con un passato da atleta, che invece solca sicura e veloce le corsie della vasca per mantenersi in forma.
é un racconto di silenzi e di assenze, concepito con pochissimi dialoghi e nessuna didascalia, in cui le anime dei due ragazzi sembrano avvicinarsi, superando lentamente gli impacci iniziali, ma che alla fine arrivano solo a sfiorarsi, per poi forse perdersi per sempre. è anche un racconto di crescita, dove la ragazza (che sembra più adulta, o almeno con un maggiore vissuto alle spalle) insegna al suo timido amico a nuotare meglio, sia nell’acqua piatta e disinfettata della piscina che in mezzo alle onde più incerte e perigliose della vita e dei sentimenti. Infatti è proprio lei a rispondere in maniera enigmatica al quesito di lui, che le chiede “se ci sono cose per cui moriresti e a cui non rinunceresti mai”; gli risponde sottacqua, con la bocca che si apre e si chiude a suggerire una sequenza di lettere o di suoni che nessuno, in realtà, potrebbe davvero decifrare, ma soltanto immaginare o desiderare. O accettare per quello che sono, ovvero le verità più intime e per questo più nascoste che ognuno di noi cela dentro di sé.
Il flusso dei sentimenti e delle sensazioni che prova il protagonista è reso perfettamente dallo stile adottato dall’autore che, ad essere più precisi, utilizza in realtà due diverse tecniche per rappresentare i due mondi che stanno uno sopra e l’altro sotto il pelo dell’acqua. Nel mondo di superficie il tratto è più nervoso ed espressivo, attento a cogliere le sfumature dei corpi e delle espressioni, rese con linee frementi tracciate a matita sulle quali spesso è steso direttamente il colore. Sicuramente c’é molto di Gipi, che lo ha scoperto e che Vivés ammira, ma io ci vedo anche qualcosa di Sylvain Chomet e del suo splendido lungometraggio di animazione del 2002, Le triplettes de Belleville, forse non a caso anche quello praticamente muto. 
Bastien Vivés ha realizzato questo libro nel 2007, a soli 23 anni, sorprendendo sia per la sua maturità grafica che per la sua capacità di raccontare per sottrazione, con una delicatezza e una sensibilità che ci aspetteremmo da un veterano. Nonostante alcuni detrattori siano già sul piede di guerra, con accuse di inconsistenza e vuoto di contenuti, credo invece che Vivés sia un autore vero ed un grande interprete del mezzo espressivo che utilizza: uno straordinario narratore per immagini e non uno dei tanti illustratori di sceneggiature scritte più o meno bene, un autore che è riuscito ad evitare anche quel vittimismo un po’ patetico che spesso caratterizza i lavori autobiografici di molti dei suoi colleghi.
Riferimenti:
Il sito della Black Velvet: www.blackvelveteditrice.com








