Autore, sceneggiatore, docente e tra i fondatori de La Revue Dessinée Italia, poi diventata semplicemente La Revue, Lorenzo Palloni è stato ospite dell’edizione 2026 di Trapani Comix. Con lui abbiamo parlato di fumetto, giornalismo, social network, intelligenza artificiale e del ruolo culturale delle storie in un presente sempre più complesso.
Buon pomeriggio Lorenzo e grazie per il tuo tempo.
È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che Lo Spazio Bianco ti ha intervistato — era il 2019 – in un momento molto importante della tua carriera, fresco dei riconoscimenti del Premio Gran Guinigi e del Premio Carlo Boscarato. In questi anni il tuo percorso si è arricchito di nuove storie, collaborazioni ed esperienze: guardandoti indietro, come senti di esser cambiato, artisticamente e professionalmente, da quel Lorenzo Palloni?
È una bella domanda, anche perché non sono abituato a pensare a me stesso, ma alle cose che faccio. La mia vita è un progetto dietro l’altro e le storie non sono mai uguali, quindi ogni esperienza è diversa.
Probabilmente sono diventato un po’ più veloce e un po’ meno cialtrone. Allo stesso tempo mi sento più strutturato, ma anche meno ossessionato dalle strutture narrative. Ogni storia è un mondo a sé, così come ogni rapporto con i collaboratori: si cambia continuamente e ogni progetto ti modifica. Negli ultimi anni mi sono affacciato anche al fumetto popolare, con Dylan Dog, e ho continuato a lavorare per la Francia. Poi è arrivata La Revue, che ha cambiato molto la mia vita professionale perché, per la prima volta, mi ha garantito uno stipendio fisso. Fino al 2024, da partita IVA, tutto quello che facevo era una rincorsa continua al progetto successivo per assicurarmi entrate negli anni a venire. Sapere invece che ogni mese arriva comunque qualcosa ti permette di raccontare meglio le tue storie. Paradossalmente ho rallentato un po’, anche se continuo a produrre una quantità enorme di lavoro. Rispetto a prima, però, mi sono sicuramente calmato.
Ti capita ancora di lavorare a più progetti contemporaneamente oppure questa maggiore stabilità ti ha permesso di dedicare il tempo necessario a ogni storia?
Il tempo giusto per ogni storia non esiste mai. Una delle cose che insegno ai miei studenti è la compartimentazione: bisogna lavorare contemporaneamente su almeno cinque progetti. Se fossimo in Francia potrei dirti di concentrarti su un libro alla volta, ma la realtà è diversa. Anche lavorando per il mercato francese, oggi il settore è in contrazione e far quadrare i conti è complicato. Per questo devi avere sempre cinque o sei progetti aperti contemporaneamente.
E in questo momento a cosa stai lavorando?
Negli ultimi due anni ho scritto tre libri e ne sto disegnando altri due. Quest’anno dovrò scriverne almeno altri due, oltre a diversi progetti che non riguardano direttamente il fumetto: per la televisione, per l’animazione e altri lavori ancora. È un mestiere che non finisce mai e non puoi permetterti di fare una sola cosa per volta. Semplicemente non siamo pagati abbastanza perché sia possibile.
Questo continuo confronto tra il mercato italiano e quello francese come ti ha cambiato?
Mi ha fatto capire che il lavoro del fumettista non consiste soltanto nel fare fumetti. Devi conoscere il mercato, capire come si muovono gli editori, sapere a chi proporre una storia e quale può essere l’interlocutore giusto. In Francia, ad esempio, seguo con attenzione gli spostamenti degli editor tra le varie case editrici, perché sono informazioni che incidono concretamente sul lavoro. Devi conoscere i gusti di chi leggerà i tuoi progetti e capire dove possono trovare spazio. Da questo punto di vista, lavorare per la Francia ti rende più responsabile sia come autore sia come professionista.
E invece il mercato italiano?
Secondo me in Italia non esiste un vero mercato del fumetto. I dati degli ultimi anni sono piuttosto sconfortanti e credo che una parte del problema derivi anche dalla qualità media delle storie pubblicate. Molti editori oggi si lamentano del calo delle vendite, ma per anni hanno proposto prodotti mediocri, dando per scontato che il pubblico avrebbe continuato a comprarli. Le persone però non sono stupide: se una storia non offre nulla dal punto di vista emotivo, smettono semplicemente di leggerla. Naturalmente esistono opere eccellenti e autori bravissimi, ma emergono all’interno di una mediocrità molto diffusa. È una situazione che si è consolidata nel tempo e che difficilmente si risolverà in fretta. Il mercato italiano è stato condizionato da molti fattori e penso, per esempio, a come sono stati gestiti i manga: si è puntato per anni sull’immissione massiccia di titoli a prezzi molto bassi, drogando il mercato e creando una situazione che oggi presenta il conto. Il problema è che, senza un mercato solido e strutturato, non puoi aspettarti che gli autori — a meno che non siano degli ossessionati come me o molti miei colleghi — riescano sempre a produrre storie di qualità. Alla fine tutto si riduce a quello: alla qualità delle storie.
Parlando di storie, quali sono i temi più vivi nel fumetto francese oggi? E quali, invece, vorresti vedere maggiormente sviluppati anche in Italia?
In Francia oggi c’è molta attenzione verso temi come la salute mentale, la libertà fisica e sessuale e, più in generale, i diritti umani, soprattutto in un momento storico in cui molti di questi diritti vengono percepiti come sempre più fragili o sotto pressione. Da noi la situazione è diversa. Abbiamo una forte cultura del cosiddetto “familismo amorale”: la famiglia viene spesso vissuta come il principale punto di riferimento e l’orizzonte tende a fermarsi lì. In Francia, invece, esiste un senso di appartenenza collettiva molto forte; c’è l’idea di essere parte di una comunità nazionale e questo si riflette anche nelle storie che vengono raccontate. Sono temi che possono essere affrontati in molti modi diversi e che trovano spazio presso editori molto differenti. Anche il femminismo, ad esempio, è un argomento estremamente presente. Io stesso ho appena scritto un libro che affronta queste tematiche: si intitola Cogas, è ambientato nella Sardegna del Settecento, racconta la storia di tre ragazze ed è stato disegnato da Alessandra Marsili. Uscirà a novembre 2026 per Tunué, nella collana Magica. In realtà sono temi che potrebbero interessare molto anche ai lettori italiani. Il problema è che spesso queste storie non arrivano o non trovano spazio sufficiente, proprio perché manca un vero mercato capace di sostenerle e valorizzarle. La differenza principale è che in Francia il fumetto è considerato un settore culturale strategico. Fin dall’infanzia viene trasmessa l’idea che leggere fumetti sia importante tanto quanto leggere narrativa, e questo crea un bacino di lettori enorme. In Italia il fumetto continua invece a essere, almeno in parte, stigmatizzato. Esistono grandi fenomeni popolari come Tex, Diabolik e Dylan Dog, oppure autori come Zerocalcare, ma spesso il successo di questi ultimi va oltre il fumetto stesso e coinvolge il loro ruolo pubblico, culturale o sociale. Alla fine, però, tutto si riduce alla qualità delle storie. Senza investimenti e senza la volontà di costruire nuovi lettori è difficile produrre opere ambiziose. I francesi questa lezione l’hanno imparata da tempo e oggi ne vedono i risultati.
Sei anche docente di sceneggiatura e storytelling. Insegnare ti ha cambiato come autore? Ti ha spinto a guardare il tuo lavoro in modo diverso?
Moltissimo. Forse l’insegnamento mi ha cambiato più del lavoro stesso. Quando insegni capisci che il processo creativo è diverso per ogni persona e che ciascuno sviluppa un rapporto unico con il fumetto. Ho iniziato molto presto. Frequentavo la Scuola Internazionale di Comics a Firenze e, contemporaneamente, facevo da prima da studente poi da assistente a Patrizio Evangelisti. All’inizio riportavo semplicemente le lezioni dei miei insegnanti, ma questo mi ha permesso di interiorizzare le regole fondamentali del linguaggio del fumetto, che sono prima di tutto regole percettive. L’insegnamento ti offre due grandi vantaggi. Da una parte ti permette di osservare come il fumetto viene assimilato dagli altri, vedere come le persone imparano a leggerlo e a utilizzarlo. Dall’altra ti costringe a uscire dall’isolamento del lavoro. Passiamo mesi, a volte anni, chiusi su uno stesso progetto; confrontarsi con gli studenti significa entrare in contatto con idee, sensibilità ed esperienze diverse. Quando ero studente io era persino meglio. Non c’era ancora un vero mercato e sapevamo che, in una classe di venti o trenta persone, forse una o due sarebbero riuscite a fare questo mestiere. Era un ambiente molto competitivo ma anche molto motivato. Oggi noto soprattutto un cambiamento nelle abitudini di lettura. Si legge molta meno narrativa, e per me è un problema perché la prosa è fondamentale per chi vuole raccontare storie a fumetti. Per questo obbligo i miei studenti a leggere romanzi: la prosa espande l’immaginazione, aiuta a costruire mondi e a pensare le sequenze in modo più personale.
La tua ultima graphic novel, È successo un guaio, racconta una storia intensa e particolare, ambientata a La Spezia. Da dove nasce l’idea di questo racconto? Perché hai scelto proprio La Spezia come scenario della vicenda e quanto ha inciso, nella costruzione dell’atmosfera, la decisione di lavorare interamente in bianco e nero?
Come tutte le storie, nasce da più esigenze. La prima era raccontare un giallo: sono cresciuto leggendo noir e narrativa popolare italiana e sono un grande appassionato del genere. Mi piaceva però l’idea di impormi dei limiti. Ogni volta che un autore si mette dei paletti, il cervello è costretto a trovare soluzioni nuove. Per questo ho scelto di ambientare la storia in una piccola città di mare che conoscevo bene. Ho vissuto a La Spezia per sette anni e cercavo un luogo stretto, chiuso, quasi ostile. La città possiede naturalmente quell’atmosfera che il noir richiede. C’era poi una componente personale. Sono andato via da La Spezia nel 2023 e sentivo il bisogno di restare ancora un po’ dentro quel mondo. Non è una città che ho amato particolarmente, ma mi ha formato in anni importanti della mia vita e mi ha fornito molto materiale narrativo. È una città profondamente noir, con caratteristiche urbanistiche e sociali che la rendono molto particolare. Attraverso questa storia volevo anche raccontare una società sempre più frammentata e individualista.
Mi interessava costruire personaggi che, come spesso accade nei romanzi di genere, sembrano autosufficienti ma che in realtà riescono a funzionare soltanto quando collaborano. Per questo al centro del racconto c’è la famiglia Malocchi, che gestisce un’agenzia investigativa e si trova coinvolta in una vicenda sempre più complessa. Il noir diventa così uno strumento per riflettere sia sulle relazioni umane sia sul nostro rapporto con la memoria collettiva e con la storia del Paese.
Da gennaio hai intrapreso un nuovo progetto, la newsletter Karoshi, in cui pubblichi periodicamente illustrazioni, pensieri e riflessioni. Da dove nasce l’esigenza di creare questo spazio? E credi che ti accompagnerà a lungo o abbia una scadenza?
Il fatto che sia pensato come un progetto è strano, perché in realtà nasce semplicemente dall’esigenza di raccontare quello che faccio fuori da quel pantano di merda che è Instagram. Io detesto i social network. Credo abbiano veramente devastato il pianeta. Al tempo stesso, però, non puoi non esserci, perché se quello che fai non ha un output, una restituzione, rischia di non esistere. È una cosa che ho imparato lavorando con le università e con i fumetti per la ricerca: non esiste mai soltanto il momento creativo o quello della ricerca. Esiste anche la comunicazione di quel lavoro. Senza quella parte, nessuno sa che stai facendo quelle cose. Instagram è palesemente una sindrome di Stoccolma collettiva. Ci ha dato l’illusione che potesse essere uno strumento libero e innovativo di comunicazione, ma abbiamo visto che non è così. Lo spazio online si sta erodendo come si stanno erodendo tanti altri diritti, perché ci siamo semplicemente dimenticati che era uno spazio privato, gestito da aziende che fanno i propri interessi. A un certo punto questa cosa mi ha stufato parecchio. Sono uscito da Facebook, che per me è una palude di boomer, e avevo bisogno di uno spazio più lungo, dove poter raccontare ciò che faccio e anche elaborare il momento storico che stiamo vivendo. Mi piaceva molto l’epoca dei blog: ci si prendeva il tempo per leggere, riflettere, assorbire le informazioni. Le newsletter stanno tornando perché credo che ci siamo stancati della velocità dei social.
Forse rallenteremo. Forse torneremo ai blog, ai siti personali, a forme di comunicazione più lente. In fondo il fumetto va proprio in quella direzione: ti costringe ad abbassare i giri, a prenderti il tuo tempo, a leggere davvero. Mi dispiace anche per chi ha costruito una carriera dentro Instagram, perché quelle carriere sono basate sul nulla. Noi pensiamo che Instagram sia uno specchio del mondo, ma non lo è: è semplicemente un modo di rappresentarlo. Oggi l’intelligenza artificiale viene addestrata su quell’idea di mondo, non sul mondo reale, e questa cosa avrà conseguenze enormi. Già adesso, per ottenere visibilità, bisogna pagare. Prima o poi tutto diventerà a pagamento e a quel punto bisognerà chiedersi se ne sarà davvero valsa la pena. La mia ossessione è il fumetto. Letteralmente da sempre. Disegno fumetti da quando ero bambino: prendevo dei fogli enormi e mettevo personaggi in sequenza senza sapere nemmeno cosa fossero le vignette o lo spazio bianco. Era una cosa completamente istintiva. Credo che succeda perché il fumetto è uno dei mezzi più primitivi dell’umanità. Un bambino è una creatura primitiva e tende naturalmente a raccontare per immagini. Oggi, però, proprio questa sua natura antica gli dà un valore ancora più grande. Il fumetto ti costringe a rallentare. Ti obbliga ad abbassare i giri, a prenderti il tempo per leggere le vignette, per far sedimentare immagini, parole e significati. È un mezzo virtuosissimo proprio perché è primitivo. È economico, democratico, non guarda in faccia nessuno. Puoi raccontare l’esplosione dell’universo con un pennarello da pochi centesimi. Per questo lo considero un dispositivo quasi immortale. La tecnologia è transitoria, il fumetto no. Oggi si parla continuamente di intelligenza artificiale e di automazione. Secondo me l’impatto che avranno sulla società non viene ancora esplorato abbastanza. Fra dieci anni il problema del lavoro potrebbe essere enorme. In uno scenario del genere il fumetto conserva qualcosa di fondamentale: mantiene un rapporto diretto con l’essere umano. Il vero valore del fumetto è che sbaglia. È imperfetto. E l’imperfezione è probabilmente il valore umano più grande che abbiamo. Per questo credo che vada preservata. È un simbolo di autenticità, di umanità, e oggi ne abbiamo più bisogno che mai.
Che riscontro ha avuto la newsletter?
Il commento che ricevo più spesso è che sono troppo pessimista. Molti colleghi mi dicono: “Bella, però fai continuamente liste di cose tragiche”. In parte è vero, ma credo che stiamo vivendo un momento storico in cui mettere la testa sotto la sabbia sia facilissimo. Per me l’obiettivo – che poi è anche un po’ il riflesso de La Revue – è tenere alta la guardia. Se passiamo il tempo a scrollare Instagram o TikTok rischiamo di non vedere più come funziona davvero il mondo. E secondo me è importante capire dove stiamo andando. Questo non significa credere alle news, che per me sono una cosa diversa dall’informazione. Le news sono tra le cose che hanno fatto più danni alla nostra società, insieme ai social. Attraverso la newsletter provo a parlare di temi che aiutino a mantenere alta l’attenzione e il senso critico. In fondo è anche una forma di restituzione. Faccio il lavoro più bello dell’esistenza, un lavoro incredibilmente privilegiato. E il privilegio non dovrebbe generare senso di colpa, ma consapevolezza. Potevo nascere in un altro Paese, in condizioni completamente diverse. Tutto quello che faccio è un modo per restituire almeno una parte della fortuna che ho avuto. Altrimenti siamo qui a non fare niente.
Hai citato spesso La Revue. Per chi non la conoscesse, come nasce questo progetto e quali obiettivi si pone?
La Revue Dessinée nasce nel 2013 in Francia, dove ovviamente c’è un mercato enorme. Oggi è diventata una realtà gigantesca. Nel 2021 Massimo Colella, con cui avevo già collaborato su progetti di divulgazione scientifica, mi disse che voleva portarla in Italia. Io gli risposi: «Sei un pazzo. Nessuno la leggerà. Non c’è l’utenza». Abbiamo lanciato il crowdfunding chiedendo circa quindicimila euro e ne sono arrivati più di trentamila. Da lì siamo partiti. Sono passati già cinque anni ed il progetto prevede di mettere insieme giornalisti e fumettisti per raccontare la realtà senza inseguire le notizie che durano una settimana.
Non raccontiamo il singolo femminicidio, ma la violenza di genere. Non inseguiamo il picco della notizia, ma i fenomeni che stanno sotto. È una forma di slow journalism. Ogni storia richiede dai nove mesi a un anno di lavoro. Attraverso il fumetto possiamo raccontare temi complessi coinvolgendo emotivamente il lettore e aggirando quella cazzata per cui il giornalismo dovrebbe essere necessariamente distaccato. Siamo anche una rivista completamente indipendente e senza pubblicità. Questa è una cosa fondamentale. Se avessimo la pubblicità di certe aziende, non potremmo criticarle. Il legame tra informazione e pubblicità è uno dei grandi problemi del giornalismo contemporaneo. Una cosa molto importante de La Revue è che rispetto al mercato italiano paghiamo tantissimo gli autori: 80 euro a pagina a chi disegna e 40 euro a pagina chi scrive. Fin dall’inizio volevamo portare nel mercato italiano compensi più vicini a quelli francesi, perché il problema del fumetto e dell’editoria non è soltanto culturale ma anche economico. Se gli autori non vengono pagati adeguatamente, tutto il sistema si impoverisce. Naturalmente questo ha avuto un costo. Per due anni e mezzo, quasi tre, noi che dirigevamo il progetto abbiamo lavorato completamente gratis. Metà della mia giornata era dedicata all’attivismo per La Revue, l’altra metà ai miei fumetti, che erano quelli che mi permettevano di pagare le bollette. A un certo punto eravamo completamente devastati e abbiamo seriamente pensato di chiudere. Poi è arrivata Fandango, che si è interessata al progetto e ci ha permesso di continuare. Oggi abbiamo finalmente uno stipendio e possiamo dedicarci alla rivista in modo più sostenibile, con più tempo per scegliere le storie e lavorarci come vogliamo. Per me La Revue ha senso soltanto se resta un’entità etica. Se non ha uno sbocco etico non è niente. Deve essere un giornalismo che prova a offrire una visione progressista e inclusiva del mondo
La rivista coinvolge professionisti affermati o anche autori esordienti?
Entrambi. Cerchiamo sempre di inserire almeno un esordiente per ogni numero, soprattutto dal lato del fumetto. Sul fronte giornalistico, invece, abbiamo bisogno di persone che abbiano già una certa esperienza. Per quanto riguarda il fumetto, posso permettermi di seguire anche autori alle prime armi. Una parte importante del mio lavoro consiste proprio nel fare da tramite tra il giornalista e il fumettista. Spesso prendo uno storyboard e lo ribalto completamente: sposto vignette, modifico sequenze, cerco di trasformarlo in un fumetto che funzioni davvero. È il lavoro dell’editor. Quello che dovrebbe fare l’editor.
Quali sono le aspettative future?
Le aspettative sono toste. Più o meno oggi abbiamo 1.300 abbonati e la sostenibilità completa sta fra i 2.000 e i 3.000. Completa significa che riusciamo a pagare tutto. Per ora paghiamo fumettisti e giornalisti, ma la struttura non riesce ancora a pagare noi. Per quello ci pensa Fandango, che ci tiene in piedi finché non riusciremo a raggiungere un equilibrio economico grazie agli abbonamenti. Il problema vero è che abbiamo già fatto praticamente tutto il possibile. Ci siamo mangiati tutti i lettori di fumetto e di giornalismo che potevamo raggiungere. La difficoltà è che la gente continua a non conoscerci perché non siamo in televisione, non siamo in radio, non ci spacciamo per particolarmente fichi e, soprattutto, sappiamo di avere un po’ di nemici. Noi proponiamo un’idea di giornalismo molto ben pagato e molto diversa da quella dominante. Per questo, per certi versi, siamo anche un po’ pericolosi: facciamo capire che forse le cose si possono fare in un altro modo. Il giornalismo è un ambiente veramente complicato. È quasi l’opposto del fumetto. Il fumetto è un ambiente piccolo, povero e proprio per questo spesso molto positivo; non c’è una competizione feroce. Ognuno fa il suo e in qualche modo si va avanti. Nel giornalismo invece c’è una difesa del proprio spazio che può diventare molto rabbiosa, quasi animalesca. Noi abbiamo provato a scardinarne alcune dinamiche e qualcosa si sta muovendo. Oggi tanti giornalisti vorrebbero lavorare con noi, ma il problema è che siamo una struttura minuscola. Pubblichiamo cinque o sei inchieste per numero e quattro numeri all’anno. Sono una ventina di storie in totale. Pochissime. In questo momento stiamo già lavorando ai numeri di primavera 2027 e cominciando a progettare quelli dell’estate 2027. Non abbiamo la possibilità di assorbire tutte le proposte che riceviamo, anzi, spesso dobbiamo cercare di alternare il più possibile autori e collaboratori. L’obiettivo, però, è continuare a crescere. Ci piacerebbe arrivare un giorno a realizzare anche una rivista di informazione a fumetti per ragazzi. È una cosa di cui parliamo da tempo, ma che oggi non abbiamo ancora le risorse economiche per fare. La vera aspettativa, però, è riuscire a durare nel tempo. E a un certo punto – personalmente – smettere. Nel senso buono del termine. La Revue è probabilmente la cosa più faticosa che abbia mai fatto: siamo in quattro a portare avanti una rivista, il lavoro è immenso. Mi piacerebbe lasciarla nelle mani di qualcuno che abbia imparato questo mestiere e che sappia fare tutto quello che faccio io: scrivere, disegnare, editare, capire il ritmo di una tavola, lo spazio bianco, le tangenze. Ho già qualche nome in testa e sono tutte donne. Insomma, non so che sarà del futuro, se e quando accadrà, in ogni caso, ci sarà un passaggio di consegne, perché una figlia come La Revue non la puoi semplicemente abbandonare.
Lorenzo, grazie.
Intervista realizzata dal vivo a Trapani Comix il 24/06/2026
LORENZO PALLONI
Nato ad Arezzo nel 1987, è uno dei fondatori del collettivo di fumettisti Mammaiuto.
Con saldaPress ha pubblicato LA LUPA, ISOLE, EMMA WRONG disegnato da Laura Guglielmo e DESOLATION CLUB disegnato da Vittoria Macioci.Ha vinto due premi Boscarato, assegnati in occasione di Treviso Comics Book Festival, e un Gran Guinigi di Lucca Comics and Games come miglior sceneggiatore per LA LUPA. È docente di Sceneggiatura e Storytelling alla Scuola Internazionale di Comics nelle sedi di Firenze e Reggio Emilia.











