Stefano Zattera è una presenza fissa nel panorama del fumetto italiano underground degli ultimi decenni: attivo fin dagli anni Novanta con i suoi personaggi (primi fra tutti, Baby Burger e Earl Foureyes Mutant Detective), questi sono comparsi su riviste italiane ed estere, distinguendosi per lo stile grafico e narrativo caustico e retrò, fedele a un certo fumetto americano degli anni Cinquanta e Sessanta. Autore poliedrico, nel tempo Stefano Zattera si è dedicato alla pittura, alla scrittura, alla fotografia e al cinema, interessi che in certi casi si riconoscono anche nei suoi fumetti, spesso diversi per la tecnica utilizzata. Facendo della variazione una costante, Zattera ha riversato la sua creatività in una grande quantità di progetti, mantenendo come punti stabili un forte citazionismo e un modo di fare arte che potremmo definire “postmoderno”, fedele all’immaginario americano dell’era atomica. Durante l’edizione 2025 di Lucca Comics & Games abbiamo intervistato l’autore, che ci ha raccontato del suo percorso, della sua opera e del suo ultimo progetto, Earl Foureyes – Giù nel multiverso.
Buongiorno Stefano e grazie per questa intervista.
Nel corso della tua lunga esperienza di fumettista hai toccato ambiti artistici diversi: infatti sei anche pittore e scrittore, oltre che illustratore, hai pubblicato su varie riviste ed esposto in gallerie. Hai un’esperienza molto eterogenea, quindi ti chiedo: come ti sei avvicinato al fumetto? È stato prima o dopo (o in contemporanea) con altre forme espressive? E come dialogano queste nel tuo lavoro?
Il fumetto è stato il primo amore, da bambino ne ero un avido lettore: li compravo, li leggevo a casa dei cugini, ce li passavamo tra amici, leggevo tutto quello che trovavo. E mi piacevano le storie, ma già da allora mi appassionavo agli stili grafici diversi: leggevo chi erano i disegnatori e ho cominciato a riconoscerli dal disegno. Poi con Magnus e Alan Ford, il gruppo TNT, mi è venuta voglia di disegnarli: ho pensato che se avessi fatto dei fumetti avrei voluto avere uno stile con quella forza. Infatti il primo disegno che ho copiato era proprio del gruppo TNT: mi era venuto abbastanza bene e tra qualche apprezzamento e le prime richieste di parenti e amici, si è accesa una passione. Anche quando ho iniziato a studiare arte, l’ho fatto con l’intenzione di fare fumetti. Ma la scoperta della storia dell’arte e della pittura hanno dato voce a un’inquietudine creativa che già avevo: volevo provare tutto e mi sono dedicato alla scrittura, alla pittura, al cinema, alla fotografia… E dopo questo percorso ho ripreso da dove avevo iniziato, sono tornato al fumetto, che non avevo mai mollato davvero, semmai lo avevo lasciato un po’ in disparte. Ogni tanto lo faccio ancora per dedicarmi ad altro, perché mi è rimasta questa irrequietezza, questa schizofrenia creativa.
Il tuo personaggio più iconico, e anche quello che più hai esplorato, è Earl Foureyes Mutant Detective: un detective privato in perfetto stile hard-boiled, all’interno però di un universo distopico abitato da mutanti e governato dal regime ultra capitalista e iper burocratico di Mr. Pipa. Come nasce questo personaggio?
Foureyes è nato come illustrazione: non c’era l’intenzione di renderlo un personaggio, non aveva quel tipo di studio alle spalle. Era all’interno di una delle mie prime fanzine, era il ‘95 credo, e non si trattava di fumetti, ma di una raccolta di ipotetiche locandine di B-movie: horror, fantascienza, film di genere, insomma, e ne avevo fatta una riprendendo una posa da Spirit di Will Eisner, uno dei miei autori di riferimento. E al personaggio, invece di mettergli la mascherina, gli ho disegnato quattro occhi. In quell’immagine Foureyes compariva insieme a un cattivo, che poi però sarebbe diventato un suo comprimario, il Dottor Eggs, uno scienziato. Poco tempo dopo mi chiesero di fare una storia di quattro tavole per la rivista Schizzo, del Centro Fumetto Andrea Pazienza. Avevo i tempi abbastanza stretti e ho pensato che quel personaggio potesse avere delle potenzialità: ho disegnato la prima storia raccontando le sue origini e questo mi ha spinto a ragionarci, a creare un universo. Ma quella locandina gli ha dato un’impronta precisa, quel sapore retrò degli anni Cinquanta e Sessanta, un’estetica cui mi ispiro spesso: a quell’epoca le pubblicità erano tutte illustrate e al contempo era un momento magico per il fumetto, si respirava un’aria dal punto di vista delle immagini, dell’immaginario figurativo, secondo me irripetibile. E il mio fumetto prende molto da lì, ha un’impostazione retrò, è moderno solo nel senso che cerco di cambiarne i contenuti.
E perché proprio il genere del noir hard-boiled come punto di partenza, come perno attorno al quale ruotano l’universo e i riferimenti di Earl Foureyes?
In quel periodo le mie passioni, almeno dal punto di vista delle storie, erano i vecchi noir, sia nel cinema che nella narrativa. Da Philip Marlowe di Raymond Chandler fino ai romanzi di James Ellroy. Insieme a questi, mi piaceva molto la fantascienza: Philip K. Dick e James Ballard, soprattutto. Ho unito queste due passioni in Earl Foureyes, un noir con una componente fantascientifica surreale e visionaria, psichedelica. Poi ho mi sono ispirato a vari stili grafici, da Magnus a Burns, fino a Will Eisner e Madman di Mike Allred. E Jacovitti, un altro autore per me fondamentale.
Come dicevamo, durante la tua attività hai toccato forme artistiche diverse, frequentando anche i relativi ambienti: dal fumetto underground alla narrativa e alle gallerie d’arte. Anche rispetto al fumetto nello specifico, hai spaziato dalla fanzine ai fumetti brevi fino a forme più vicine al cosiddetto graphic novel. Data la tua esperienza così eterogenea viene spontaneo chiederti: come vedi il panorama del fumetto oggi? Si parla spesso di un settore in crisi, tu cosa ne pensi?
Posso fare scena muta? (ride). Dunque, in realtà mi trovo in un momento di profonda crisi personale rispetto al fumetto. A fronte di una certa fatica per realizzarlo e per portarlo avanti, vedo che i gusti dei giovani vanno in tutt’altra direzione. Questa a me interessa relativamente, è il motivo per cui mi sto allontanando un po’ dal fumetto. Non ne leggo quasi più, sto preferendo i romanzi che, come lettore, sono da sempre una mia grande passione. Comunque riconosco che c’è tanto fermento: Trincea Ibiza, per esempio, ha messo in piedi una realtà interessante, con autori che anche singolarmente sono molto validi. Ho collaborato con loro, sono stati coinvolti in alcuni miei progetti. Loro hanno trovato un modo per coinvolgere una fetta di pubblico giovane, li stanno salvando dal manga e da altre derive (ride). Esagero, non voglio dire che il manga sia il male, anzi, ma a volte ho l’impressione che stia fagocitando il resto, che stia allontanando il pubblico da altri tipi di fumetto: mi piacerebbe che i giovani apprezzassero questo mondo in toto. Io leggo manga, ci sono tanti autori giapponesi che mi appassionano, ma vedo che dall’altra parte c’è spesso la tendenza ad andare solo in quella direzione. Mi sembra che non ci sia tanta curiosità e che questo porti a leggere poche cose diverse rispetto a quello che già si sceglierebbe. Io da giovane leggevo di tutto, aprendomi per gradi: quando ho scoperto Frigidaire sono tornato a fare fumetti (al tempo mi dedicavo soprattutto alla pittura). Avevo trovato qualcosa di innovativo che mi aveva ispirato. Poi certo, i nuovi lettori spaziano all’interno del manga, è un fumetto che accoglie tante anime, ma c’è un mondo che rimane fuori e si rischia di perderlo.
Nei tuoi lavori ci sono numerosi riferimenti alla cultura pop, in particolare a quella statunitense degli albori dell’era atomica. Si tratta di un’estetica che dà un sapore postmoderno e spesso retrò ai tuoi lavori, fedeli a un certo fumetto underground grottesco che permette di raccontare le contraddizioni e le angosce del nostro tempo. D’altra parte però, il mondo è cambiato, e non poco: gli Stati Uniti e il loro essere una “fabbrica di sogni” (e di incubi) sono cambiati, così come il mondo che di quei riferimenti si è nutrito. Alla luce di questi mutamenti, come è cambiato, nel tempo, il tuo modo di fare fumetti?
Qua sono sul punto di contraddirmi, perché dico che sono aperto alle novità, ma io, almeno rispetto al fumetto che faccio, rimango ancorato a quel tipo di “americanità”, di immaginario del sogno americano, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Si è evoluto, certo, ma mantengo un forte spirito citazionista del passato. Questo anche perché, secondo me, quello è il momento in cui è iniziata la modernità, o almeno ha aperto una nuova fase: il fatto che convivessero il sogno americano e l’idillio moderno con gli esperimenti nucleari sullo sfondo, la Guerra Fredda, ci ha portati a uno scenario di cui vediamo ancora le conseguenze. Anzi, non è cambiato poi così tanto: le guerre rimangono, anzi, aumentano, e proprio qualche tempo fa il presidente americano ha annunciato la ripresa dei test nucleari. Poi anche a livello estetico mi piace tuffarmi in quel contesto. Rispetto ai supereroi, per esempio, io scelgo quello che è stato fatto fino agli anni Ottanta. Mi piacciono Ditko, Romita, Kirby, e questo anche al di là del segno: probabilmente ho un lato classico che non molla.
Sempre restando nel postmoderno, i tuoi fumetti sono letteralmente una galassia in espansione: un insieme complesso di citazioni, riferimenti, collegamenti tra storie e filoni narrativi, così come anche di collaborazioni con autori e autrici. Earl Foureyes è già stato protagonista di una serie di tributi, ma da poco hai lanciato un nuovo crowfunding con Barta Edizioni, dal titolo Earl Foureyes – Giù nel Multiverso. Ti va di parlarci di questo progetto?
Sì, riprendendo quello che dicevo, Earl Foureyes ha sicuramente una forte vena classica, conservatrice, se vogliamo, ma ha un elemento innovativo cui tengo molto: volevo che ogni libro avesse una struttura diversa. Il primo è una raccolta di fumetti brevi realizzati nei primi anni in cui mi dedicavo al personaggio, è uscita per Barta Edizioni; il secondo è appunto un “romanzo a fumetti” (che preferisco a graphic novel, rende di più l’idea), si intitola Il buco noir, e l’ha pubblicato Eris; dopo è arrivato il libro degli omaggi, una raccolta di circa duecento omaggi fatti da disegnatori diversi e raccolti nel tempo; il quarto è uscito ancora per Eris, Foureyes four stories: qui affrontavo il personaggio con metodi narrativi diversi, un fumetto, un fotoromanzo, un racconto breve e una storia illustrata, senza testi. Tornando alla tua domanda, stavo ragionando sulla forma da dare al libro successivo e lo spunto me l’ha dato un amico, che tra l’altro è coinvolto nel progetto, lui è più un writer che un fumettista. Un giorno mi ha detto che stava scrivendo una storia con protagonista Earl Foureyes: io ero contento, anzi lusingato, ma mi ha messo in moto una serie di ingranaggi. Ho pensato che potevo chiedere delle storie sul detective mutante ad altri autori e amici, senza dare indicazioni né limiti, in totale libertà. Poi, per farne un libro, io avrei dovuto tessere la trama di collegamento tra le varie storie: sono episodi ambientati in dimensioni diverse, quindi ha senso che il personaggio venga anche stravolto dalla penna di altri autori. Io ho scritto l’inizio e la conclusione, insieme a delle tavole di raccordo tra una storia e l’altra. Così è nato Earl Foureyes – Giù nel Multiverso. Sarà pubblicato da Barta e, come accennavi, parte da un crowdfunding su produzionidalbasso.com. Ho scelto questa forma per finanziare il progetto anche nella speranza di riuscire a retribuire gli autori che hanno contribuito. Certo è difficile, ed è un progetto atipico, perché quello che sarebbe stato il compenso per un unico autore in questo caso viene diviso per 24. Ma voglio dare un compenso equo, sarà diviso per numero di pagine. Come spesso accade in questi casi, abbiamo previsto varie forme di contribuzione per chi sostiene il crowdfunding, con diverse ricompense. Tra queste, a breve metterò una serigrafia fatta con una delle tavole interne, con due colori mescolati direttamente sul telaio. In questo modo ogni copia sarà unica.
Intervista realizzata durante Lucca Comics & games 2025
Stefano Zattera
(1965) è fumettista, illustratore, pittore e scrittore. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Attivo nel fumetto underground, pubblica fanzine e strisce, in particolare del suo personaggio “Baby Burger”. Ha collaborato con una grande quantità di riviste, tra cui Italia On Line, Schizzo e sull’albo monografico Stefano Zattera Earl Foureyes editi dal Centro fumetto Andrea Pazienza, Stripburger (Slovenia), Mostri Italiani di Stampa alternativa, Tattoo Comix, Horrorgasmo e Mater Universalis di Mondo Bizzarro Press, Biblia (Portogallo), Lamette, Malefact (USA), Black di Coconino, XL di Repubblica, Puck, Antifanzine, Il Male, Barricate, Linus, La Lettura de Il Corriere della sera, Frigidaire, Alias Comics de il Manifesto. Ha collaborato e pubblicato con Progetto Stigma, Tinals, Sputnik Press, In Your Face Comics, Eris Edizioni e Barta. Ha pubblicato raccolte di racconti per Antropia e ha partecipato all’antologia Veneto Texas di La Case edizioni; partecipa al romanzo collettivo il Palazzo, e ha pubblicato il romanzo C’era una volta il Nordest per Nerocromo. Ha esposto le sue opere nei principali festival di fumetto italiani e in gallerie italiane ed estere.







