In questa appassionata intervista realizzata al Trapani Comix 2025, Claudio Sciarrone ripercorre le tappe fondamentali della sua carriera, dall’esordio in Disney alla rivoluzione PK, passando per progetti internazionali come Spider-Man: The New Adventures. Parla della genesi di opere personali come Foglie rosse e TECHNOLdOGY, del suo rapporto con Tito Faraci, delle influenze cinematografiche e musicali che da sempre contaminano il suo lavoro, fino al desiderio attuale di fondere tutte le sue esperienze in un progetto personale che unisca disegno e musica. Un dialogo sincero e denso di visione, che racconta il mestiere del fumettista tra tecnica, passione e responsabilità creativa.

Buon giorno Claudio e ben tornato su Lo Spazio Bianco. La nostra ultima intervista risale al 2022, in occasione della Milan Games Week & Cartoomics. Guardando oggi al tuo percorso, quali sono i momenti chiave che hanno segnato la tua evoluzione come artista?
Uno sicuramente è stato lavorare alla parodia de I Sette Samurai di Kurosawa, che poi è diventata Toposamurai e Guerrieri d’Oriente. Ero ancora un ragazzino, stavo lavorando anche a PK in quegli anni e ritrovarmi a fare una storia così importante è stato un punto fondamentale. Tra l’altro Kurosawa era ancora vivo e mi è stato detto che l’ha vista e l’ha apprezzata. Quando me l’hanno riferito non ci potevo credere, è stato davvero emozionante. Essere parte del team di PK è stato un altro momento chiave. Poi le graphic novel dei film Disney: Atlantis, Monster & Co. e Nemo. È stato un passaggio importante anche perché sono stato il primo autore italiano a cui l’America ha affidato questi lavori. Un altro momento importante è stato iniziare a scrivere le mie storie. Foglie rosse, ad esempio, l’ho scritta molto prima che uscisse Stranger Things. Non dico di essere stato preveggente — credo che le idee siano nell’aria, e chi è pronto le afferra un attimo prima — ma era un tema che avevo pensato da tempo e che poi ho visto realizzato anche da altri. E in quest’opera ho raccontato l’infanzia come l’ho vissuta io: ragazzini in bici nei boschi e le prime esperienze di autonomia lontani dai genitori. Volevo raccontare quel mondo perché era anche il mio. Quando sei bambino e sei nel bosco con gli amici, vedi un’ombra e ti immagini chissà cosa. Sono prove di coraggio che ti auto-imponi. In Foglie rosse, ad esempio, la musica è fondamentale per sconfiggere il male, proprio come in Stranger Things. La musica torna spesso nei miei lavori: suono il basso elettrico da quando ho 14 anni e per me è sempre stata una colonna portante, un modo per cadenzare la giornata e regolare anche il mio stato emotivo. Se sono giù, ascolto qualcosa che mi sollevi.
Hai detto che non ti fermi mai e continui a guardare avanti. Ma cosa provi quando qualcuno cita una tua opera di anni fa, come Foglie rosse?
Mi sembra strano perché, quando ho realizzato Foglie rosse, l’ho fatto per me. Ora ha sei anni e alle fiere capita spesso che qualcuno venga a parlarmene, o a prendere una ristampa. Fa effetto sapere che quella storia cammina ancora da sola. A volte rileggo alcune battute e non mi sembra neanche di averle scritte io. Vado a controllare le bozze originali e scopro che sono rimaste identiche: non le ha toccate nessuno. Ma sono talmente estraniato dal processo che mi sembra un’opera di qualcun altro. È una sensazione strana, ma positiva. Quando rileggo qualcosa e mi sembra così bello da pensare “non l’ho fatto io”, vuol dire che ho lavorato bene. Invece, se mi viene voglia di correggere tutto vuol dire che non ero soddisfatto. Molti disegni degli anni di PK, ad esempio, li ridisegnerei volentieri. Oggi invece mi sento più maturo anche in questo ambito. Guardo alcune storie recenti e mi sembrano opere di qualcun altro, in senso buono.

Hai mai sentito di avere un segno distintivo, un “marchio Sciarrone” riconoscibile?
Io no, non me ne rendo conto. A volte penso di non avere uno stile, me lo dicono gli altri. Anche quando faccio lavori non Disney, mi dicono che il mio tratto si riconosce dal modo in cui faccio le pieghe dei vestiti, i panneggi… Io però non ci vedo nulla di particolare. Anzi, mi sento ancora abbastanza anonimo. Poi amici o colleghi mi dicono: “Bastano due linee e so che l’hai fatto tu”. Anche quando pubblico cose sotto pseudonimo o su profili alternativi, loro lo capiscono subito. Forse è perché mi conoscono bene, anche nel profondo del mio segno. Quindi sì, forse uno stile Sciarrone esiste, anche se io non riesco a definirlo.
Hai parlato di contaminazioni artistiche. Quanto sono importanti per te?
Sono fondamentali. Mi contamina più la musica o il cinema che i fumetti. Gioco ai videogiochi, guardo cartoni animati, lavoro per la TV e tutte queste esperienze mi aiutano a crescere. Alla fine, la creatività abbatte qualunque barriera perché, al di là di quello che effettivamente fai (suoni, scrivi disegni ecc..), è il perché lo fai che, secondo me, ci accomuna tutti quanti. Abbiamo qualcosa dentro che dobbiamo tirare fuori: forse per compensare delle mancanze o per riempirci di ciò che ci piace. Io sono curioso, onnivoro. Da piccolo guardavo più cinema che fumetti. Questi ultimi li leggevo perché non c’erano i telefoni, ma poi sono arrivati i videoclip musicali e mi hanno influenzato tantissimo: lo stile dei cantanti, i capelli, i movimenti… Facevo i ritratti, sia dei cantanti che dei compagni di scuola. Era un modo per entrare nello sguardo di qualcuno, per conoscerlo meglio. Come i nativi americani con la fotografia: facevi un ritratto e sembrava di catturare qualcosa di profondo.
Sei uno dei disegnatori di Spider-Man: The New Adventures, pubblicato in tutto il mondo. Come cambia il tuo approccio creativo quando disegni un’icona americana come Spidey, rispetto a personaggi Disney?
In realtà non cambia molto: uno dei Peter Parker, nella versione che mi hanno chiesto di disegnare, è un sedicenne che sta prendendo la patente, combina di tutto e ha lo stesso spirito di Paperino e Topolino messi insieme. Ci identifichiamo in Topolino e Paperino perché, alla fine, parlano di noi. Il punto è questo: se entri davvero in connessione con il personaggio, cambia tutto; se invece li vedi solo come pupazzi, non ce la farai mai a bucare la pagina e ad arrivare al lettore. Ma se ci credi – se li senti parlare, se immagini i rumori della strada – allora il disegno prende vita. Se li consideri solo sagome, rimane solo una facciata: la posa figa e la splash page accattivante, ma senza anima. Invece tutto deve essere funzionale alla narrazione: Se tu credi nella storia e ti immedesimi, anche il personaggio “ci crede”. Quando, ad esempio, ho disegnato l’episodio di Spider-Man in cui Peter prende la patente, è stato naturale identificarmi con lui. Mi sono ricordato di quando c’ero io con l’istruttore, ed è diventato buffo ma vero.

Nel 2023 hai pubblicato con Feltrinelli la graphic novel TECHNOLdOGY, un’opera che mescola satira e fantascienza. Com’è nato questo progetto? E cosa ti ha spinto a raccontare questa storia proprio oggi?
Il progetto TECHNOLdOGY è nato un po’ come nascono spesso le buone idee: erano già nell’aria. Io, Fausto Vitaliano e Francesco Artibani sentivamo il peso crescente dell’intelligenza artificiale e quella sensazione ci ha dato il “la” per costruire una storia che fosse una riflessione, ma anche una satira, su quello che stava accadendo e che puntualmente si sta verificando. Ho contribuito al soggetto e a molti snodi narrativi perché sentivo davvero l’urgenza di raccontare questa storia, oggi più che mai. In fondo, non si discosta molto dallo spirito delle storie Disney più trasversali: TECHNOLdOGY è una graphic novel che può leggere un ragazzino, un adulto e perfino uno in là con gli anni, perché tocca temi universali che ci riguardano tutti. Negli anni ’70 si parlava di incomunicabilità tra generazioni; oggi, invece, viviamo una forma nuova di incomunicabilità, causata dalla tecnologia. Eppure, nonostante tutto, la vita vera esiste ancora. Alle fiere, per esempio, ritrovi l’umanità autentica: persone che ti abbracciano, si commuovono, ti guardano negli occhi. Viviamo in un momento di transizione. È facile lasciarsi andare al pessimismo, ma nei momenti di crisi nascono anche le opportunità. Ho fiducia nelle nuove generazioni: quando parlo con adolescenti, li vedo stanchi del “wokismo” esasperato che ha invaso tutto. Come accade da sempre, una generazione esaspera e quella successiva reagisce. Quando vado nelle scuole, spesso mi dicono: “Sembri un loro coetaneo”. Ma è una questione di ritmo, anche narrativo: se parli col cuore in mano la connessione avviene. Di recente ho tenuto un corso con ragazzi delle medie appassionati di fumetti. Abbiamo lavorato su idee, struttura e narrazione. In ognuno di loro c’era il seme di un piccolo autore. Ma è importante dire una cosa: disegnare non è “diventare famosi e firmare autografi”. C’è un’idea sbagliata di cosa significhi davvero fare questo mestiere. Disegnare un bozzetto in un minuto non vuol dire che tutto sia facile: quel minuto rappresenta trent’anni di lavoro. Come diceva qualcuno, “ci ho messo una vita per arrivare a fare una cosa in così poco tempo”.
Nell’ottobre 2020 viene pubblicata una tua storia inedita, disegnata da te e scritta da Tito Faraci oltre dodici anni prima: Mickey 2.0.. Che tipo di collaborazione c’è stata nella creazione di questa storia così particolare?
Con Tito esiste un’amicizia fraterna che va avanti da oltre vent’anni. Le idee, come spesso accade tra amici così affiatati, nascono in modo naturale, spontaneo, tra una chiacchierata e un brindisi—come accadde la sera del suo compleanno, quando parlando a un tavolino di bar si disse: “Dovremmo fare una cosa così, così, così”. Poi si torna a casa, ci si sente al telefono e le storie prendono forma. Tito ha sempre avuto una grande fiducia in me, consolidata anche dalle esperienze passate come Mickey Mouse Mystery Magazine. Con lui vale la regola dell’1+1 che fa 3: un’alchimia creativa dove entrambi portano idee e si sorprendono del risultato finale. L’idea dietro Mickey 2.0 era di raccontare un futuro possibile per Topolino e i suoi eredi senza mai dichiarare esplicitamente che Topolino fosse morto — perché, in fondo, Topolino non muore. Tip e Tap erano rappresentati come due zii anziani, e il giovane protagonista, pur chiamandosi Topolino, era evidentemente un successore. Aveva il peso di un’eredità pesante sulle spalle: il mito del “vecchio” Topolino, quello di oggi per noi lettori. Questo ci ha permesso di giocare sul tema della vittima di sé stesso, approccio che amo utilizzare anche quando scrivo storie in cui Topolino è il protagonista. Infatti, il mio Topolino è spesso alle prese con il bisogno di spiegarsi, in bilico tra la razionalità e il tentativo, spesso frustrato, di farsi comprendere. È un tratto autobiografico: da ragazzo ero considerato polemico in famiglia. Più cercavo di spiegare il mio punto di vista, più mi rendevo conto di dar fastidio. E questo stesso spirito lo rivedo in Topolino: è il personaggio che si carica il mondo sulle spalle e cerca soluzioni, mentre Paperino, di fronte agli ostacoli, si arrabbia. Ma proprio perché fa sempre “la cosa giusta”, Topolino risulta anche un po’ antipatico.
Negli ultimi anni hai realizzato per Topolino due storie con la tecnica 3D: vuoi raccontarci da dove è nata l’idea e le difficoltà tecniche che un lavoro del genere richiede?
La vera difficoltà sta nel fatto che bisogna disegnare tutto su più livelli. Una volta completata la pagina, bisogna stabilire cosa andrà sullo sfondo e cosa invece uscirà fuori, perché il foglio rappresenta il livello zero. Da lì, si entra o si esce dalla scena. Serve sdoppiare ogni elemento del disegno: fondali, oggetti sullo sfondo, quelli in primo piano e in primissimo piano. A seconda dello sfasamento tra i canali rosso e blu, l’effetto 3D fa emergere o arretrare l’elemento. La cosa bella è che io ho scritto quelle storie pensando sin dall’inizio a come sfruttare il 3D: la sceneggiatura stessa è strutturata per esaltare momenti con profondità o elementi che “escono” dalla vignetta, proprio come nei film 3D pensati appositamente per farti immergere.
Per Marvel hai disegnato un paio di copertine variant disneyane: che esperienza è stata? Ci sarà la possibilità di vederti in futuro all’opera su qualche storia del ciclo “What If”, che reinterpreta i supereroi Marvel in chiave Disney?
Far parte del progetto Disney 100 è stato un onore. A distanza di anni la gente impazzisce ancora per quelle immagini. Sono stato fortunato ad avere soggetti iconici come Iron Man e Spider-Man reinterpretati da Tobey maguire ed Andrew Garfield. Rifare quelle copertine in chiave Disney è stato bellissimo. Ricordo che Humberto Ramos mi disse “Mickey e Spider-Man insieme, top!”. Recentemente ho fatto una cover con i Fantastici 4. Per le storie vere e proprie non so, ma mi piacerebbe molto dato che ho un sacco di idee. Ovviamente, ognuno ha la sua visione e anche se le storie fatte da altri sono bellissime, io le avrei fatte in un altro modo – è giusto che ci sia varietà. Continuo comunque a lavorare su Spider-Man quasi ogni mese. Sono felice che ci sia un team, ma certo, spero mi affidino ancora qualcosa. Però… attenti a quello che desiderate, perché potrebbe realizzarsi! L’ho vissuto più volte.
Hai costruito una carriera poliedrica collaborando con realtà di primo piano come Disney, Marvel, Nickelodeon, ma anche nel mondo dell’animazione, del videogioco e della musica, lavorando con artisti e band importanti. Guardando avanti, ci sono ambiti creativi ancora inesplorati che ti piacerebbe approfondire o nuovi progetti a cui sogni di dedicarti?
Sì, il mio sogno sarebbe proprio quello di unire tutte queste esperienze in un progetto tutto mio. Mi piacerebbe combinare musica – composta da me – e disegno, perché ho delle cose da esprimere anche attraverso i suoni e penso che le immagini possano dialogare perfettamente con una certa atmosfera musicale. Un altro ambito che mi affascina molto è il cinema. Lo dico spesso: il fumetto, per quanto potente, è lo strumento più “povero” per raccontare una storia, perché parte solo da una matita e un foglio. Ma proprio per questo, negli anni, mi ha aperto tante strade: sono passato dal character design per videogiochi, all’animazione, fino alla collaborazione con musicisti per progetti visuali. Perché come dicevo prima, la creatività non ha confini.
Grazie mille a Claudio Sciarrone per questa intervista e per la sua disponibilità.
Intervista condotta dal vivo al Trapani Comix il 24 maggio 2025
CLAUDIO SCIARRONE
Claudio Sciarrone, diplomato al Liceo Artistico Umberto Boccioni di Milano, inizia la collaborazione con Walt Disney Company Italia e pubblica la sua prima storia per Topolino nella primavera del 1992. Da allora, negli anni, realizza migliaia di tavole a fumetti e copertine. È co-creatore della saga pluriennale Pk-Paperinik New Adventures. Disegna le graphic novel di Atlantis, Monsters & Co., Alla Ricerca di Nemo e WALL•E. Ha disegnato tra gli altri anche i personaggi di Cars, Gli Incredibili, Tron Legacy e Big Hero 6. Ha collaborato con Leone Cinematografica e Rai 2 come character designer e storyboard artist per il pilota del film animato e serie Piccolo Gesù in nomination a Cartoons on the Bay. Per Nickelodeon e direttamente per il mercato americano illustra diversi libri con Le Tartarughe Ninja tra cui un Pop-Up Book per Insight Edition. Per Italia 1 realizza tutte le illustrazioni delle carte per il quiz show Mercante in Fiera prodotto da Magnolia. Ha realizzato illustrazioni di moda per le Edizioni Vogue, GQ, Maxim.
Per Digital Bros e 505 Games è character designer per la serie DivaGirls e di altri videogames Nintendo per le console Wii e DS. Per Nintendo è testimonial del videogioco Art Academy.
È co-creatore della serie di libri Angelino scuola di angeli per Mondadori Ragazzi. Firma diversi libri illustrati per Piemme su Geronimo Stilton. Collabora con Lux-Vide ed è creatore dei personaggi della serie animata Le Straordinarie Avventure di Jules Verne andata in onda su Rai 2.
Sempre per Rai 2 è autore delle oltre 150 illustrazioni per le 10 puntate della trasmissione Delitti Rock prodotta da 3Zero2. Nel novembre 2018 a Lucca Comics in occasione della celebrazione dei 90 anni dalla creazione di Topolino entra nel Guinness World Record per aver disegnato la striscia a fumetti più lunga al mondo sfiorando i 300 metri (297,5 ufficiali). Attualmente è impegnato nella realizzazione di nuove serie per Topolino anche in veste di sceneggiatore. Il suo esordio come autore completo è con Foglie rosse: divisa in quattro episodi, per un totale di 120 pagine, pubblicata a novembre 2019 ha avuto un ottimo riscontro di critica e di pubblico. In lavorazione importanti progetti personali tra musica fumetto e intrattenimento digitale. Nel 2023 pubblica per Feltrinelli la graphic novel TECHNOLdOGY.
