Perché c’è tanta gente che vuole diventare Paris Hilton e nessuno che vuole diventare SpiderMan?
Si domanda Dave Lizewsky, teenager newyorkese aggrappato al mantello di Batman come fosse la coperta di Linus. Attorno a questo surreale interrogativo Kick-ass, il nuovo film di Mattew Vaughn tratto dall’omonima miniserie a fumetti scritta da Mark Millar e disegnata da John Romita Junior, sviluppa il suo racconto.
Tra tanti matrimoni celebrati negli ultimi anni tra fumetto supereroico e cinema, il film di Vaughn sorprende per come riesce a essere, piacevolmente, infedele all’opera originale, pur ricalcandone in maniera quasi “filologica” la trama.
A fermarsi al gioco delle differenze tra i due script, quello del fumetto e quello della pellicola, la lista delle variazioni sarebbe limitata a qualche scena. Ciò che differenzia davvero le due opere è il diverso rapporto che s’instaura tra gli eventi raccontati e l’universo di genere.
Tutto nasce da quel concept così particolare (“Perché nella realtà non esistono supereroi?”) che, nella miniserie a fumetti, viene declinato come novità rispetto alla tradizione del genere. Millar e Romita sono autori conclamati di storie di supereroi “canonici” e Kick-ass sfrutta lo stile grafico e il formato di racconto tipico dei comic book di Spider-Man & Co. Dentro questa tradizione, ai confini di questa tradizione, lo scarto della trama è tutto affidato all’eccedenza della regola: un linguaggio (più) crudo e un impatto visivo (più) splatter.
L’estetica di Millar può essere considerata neobarocca per usare la definizione coniata del semiologo Calabrese per spiegare molta sensibilità contemporanea basata sulla:
cultura di citazione, priva di stile e di razionalità autonoma, dominata dall’effetto di decorazione e di superficie

Per rendersene conto, basta confrontare nella storia la prima uscita pubblica di Kik-Ass in vignetta e in pellicola. Nel fumetto, la violenza della scena marca la distanza tra la vicenda di Dave e quella di un “Peter Parker qualunque”. Ha il valore di un vero e proprio shock narrativo per il lettore: il supereroe (spogliato letteralmente) della sua invulnerabilità resta un Don Chisciotte versione teenager, condannato a vivere una (impossibile) utopia.
L’effetto è voluto, tant’è che più avanti nel film i riferimenti alla sensibilità estetica dei social media diventano una costante. Con questo stratagemma espressivo, Vaughn allarga il discorso di Millar tutto interno al genere supereroico su un piano mainstream: ci racconta il destino di un eroe mediale, prima ancora che di un supertizio. Perché l’unico mondo in cui i supereroi non hanno diritto di esistere è quello reale, il nostro.
Così, quando si tratta mostrare l’efficacia in azione dei superheroes “veri” della storia, Hit-Girl e Big Daddy, il film ricorre a tutti gli stilemi ormai canonici del cinema d’azione: John Woo, Luc Besson e compagnia sparando. Il supereroe al cinema non può che essere effetto speciale digitale o, agli antipodi, affetto speciale analogico, il sogno a occhi aperti di un ragazzino come Dave.
Questa reinterpretazione del concept originario rovescia il senso pessimista, parodistico, del fumetto in un’ottimistica fiaba metropolitana.
Non è casuale che una delle rare differenze figurative tra fumetto e film risieda nelle origini del supereroe Big Daddy. Nella storia di Millar, la rivelazione della sua identità “segreta” corrispondeva alla dimostrazione della sua follia: solo un ragioniere pazzo, ossessionato dai comic book, può pensare di diventare Batman.
Al contrario, nel film, Big Daddy è davvero un eroe sfortunato, un uomo impazzito per via di un destino crudele, secondo il più classico cliché di genere. Per rimarcarlo, Vaughn sottrae la sequenza ad ogni realismo della camera: lascia che sia proprio la matita di John Romita Junior a raccontarci questa parte della storia.
Un omaggio commosso del cinema al fumetto. Per quanto sia grande l’incanto digitale, sembra suggerirci il regista, solo la magia grafica della vignetta può rendere credibile, sino in fondo, il coraggio disperato di un supereroe in un mondo cattivo come il nostro.











