Figlio di un preservativo bucato. La sensazione di essere fuori dal mondo, inaccettato da coloro dai quali vorremmo più amore, quell’amore che sembra sempre più difficile da trovare, e spesso addirittura da manifestare, quell’amore che “al sud” è bene non svelare, perché si è liberi di tutto, meno che di essere “negri”, “froci”, o malauguratamente tutti e due: ecco l’atmosfera che avvolge le pagine di questo racconto, durante il quale si avverte il bisogno represso da troppo di raccontare una storia, di raccontare questa storia e queste persone, rappresentanti di una realtà che, purtroppo, non esiste solamente sulla carta di questo romanzo pregno di dolore e di vita. Un manifesto forte e vibrante, denso nei disegni e nei testi tanto da costringere ad una lettura lenta, rarefatta, eppure piena di significato e di contenuti, un grido di rabbia e di disgusto verso l’intolleranza cieca e becera.
Il tratto di Howard Cruse sembra dovere molto al grande Richard Crumb, e, dipanandosi nei quattro anni di gestazione di questa lunga storia, che hanno costretto l’autore a chiedere aiuto ed a venderne le tavole pur di non precipitare in una pesante crisi economica, possiamo apprezzarne in pieno l’evoluzione, la sua ricerca di un tratto sempre più espressivo e di vignette sempre più equilibrate e chiare.


Sammy Noone, omosessuale dichiarato e per questo isolato dalla proprio famiglia, è invece una persona alla continua ricerca del riscatto agli occhi del vecchio padre e della società. La sua parabola, brillante e luminosa, la sua ricerca di amore, terminerà con il suo drammatico omicidio, impiccato per l’unica colpa di non essere etero. Uno degli episodi più drammatici del volume, ed uno dei ricordi più forti tra quelli raccontati dal narratore, sviluppato in tavole claustrofobiche e vortiginose.
Oltre ai personaggi principali ed al messaggio che attraversa tutto il volume, Figlio di un preservativo bucato colpisce anche per i suoi comprimari, per le loro storie ed i loro sogni in nascere, o oramai spenti; dalla vecchia Mabel, pianista del Rhambus, con i suoi ricordi di una intera vita di resistenza, ad Anna Dellyne ed alla sua carriera di cantante abbandonata per sposare un pastore, alla sorella di Toland, Melanie, con i suoi progetti di vita “normale” e serena ed il suo pragmatismo velato di triste rassegnazione. Persone e quadri che arricchiscono la storia e la lettura, donando a tutto quanto una tridimensionalità aiutata da disegni che, pure nella loro vaga deformità, sembrano uscire dalla pagina.
È doloroso, finita questa lettura così intensa, trovarsi a pensare che, per quanto questi siano episodi di fantasia, siano così plausibili da poter essere parte di una autobiografia (ed in effetti alcuni sono tratti da fatti accaduti realmente). è allarmante pensare che l’odio non è un brutto ricordo del passato, che il razzismo non è scomparso in quella che, quasi per contrasto, chiamiamo civiltà. Figlio di un preservativo bucato è uno di quei volumi che meriterebbero di superare, più o prima di altri, i confini delle fumetterie per approdare in libreria, al fianco di storie come Maus; meriterebbe di essere letto al di là del ristretto circolo di appassionati, perché i messaggi che offre, ed il modo in cui li offre, sono talmente importanti che non vanno mai dati per scontati, mai dimenticati, mai abbandonati.
Abbiamo parlato di:
Figlio di un preservativo bucato
Howard Cruse
Magic Press – 2012 (2a ed.)
216 pagine, brossurato, bianco e nero – 15,00€
ISBN: 9788877595089









