Brian Michael Bendis è a buona ragione ritenuto uno degli autori più influenti e importanti del fumetto statunitense contemporaneo.
Deus ex machina dietro l’Ultimate Spider-Man che a inizio anni 2000 rivoluzionò e rinnovò uno degli eroi più importanti della Marvel Comics, lo sceneggiatore di Cleveland è stato autore e co-creatore di personaggi come Miles Morales, Jessica Jones e Riri Williams e ha contribuito a ridefinire per anni le linee narrative della Casa delle Idee, con run storiche come quella sugli Avengers.
Nel 2018 fece scalpore il suo passaggio dalla Marvel alla DC Comics, dove rimase per due anni in esclusiva occupandosi di personaggi come Superman e la Legione dei Super-Eroi.
Bendis è anche l’autore di diversi titoli personali di successo tra cui spicca Powers, che ha avuto varie incarnazioni con vari editori.
Vincitore di ben cinque Eisner Awards e di un Peabody Award, Bendis è l’ospite d’onore della manifestazione Milan Games Week & Cartoomics 2025, che si svolge a Milano dal 28 al 30 novembre.
Quale migliore occasione, dunque, per omaggiarlo con un Essential 11 firmato da un folto gruppo di True Believers che hanno analizzato undici tra le più famose e importanti sequenze dialogate scritte dallo sceneggiatore durante la sua carriera e per le quali è considerato un maestro assoluto.
A.K.A. Goldfish #3 – Queen di Brian M. Bendis (Caliber Comics, maggio 1995 – Ultima pubblicazione italiana: Goldfish, Black Velvet, 2001)
Ai suoi esordi, Brian Michael Bendis è stato autore completo. Lo è ad esempio in uno dei suoi primi lavori, A.K.A Goldfish, una miniserie noir creator-owned pubblicata da Caliber Comics nel 1996 e ristampata in volume successivamente da vari editori, come Image Comics e Dark Horse e presentata in Italia nel 2001 da Black Velvet. Per molti aspetti si tratta ancora di un lavoro acerbo, imperfetto, eppure è il prototipo del Bendis (scrittore) che verrà. È un noir con grandissimi debiti cinematografici e tocchi tarantiniani, un lavoro che costruisce tanto nella frammentazione – delle immagini, della tavola, della storia – e, ovviamente, con il dialogo. I dialoghi sono spesso veri e propri duelli e si prendono considerevole spazio sulla tavola, tanto da arrivare a soverchiarla: ci sono infatti alcuni passaggi in cui il testo spodesta del tutto il fumetto, con alcune pagine dove appare appena qualche vignetta, in uno strano ibrido fumetto e testo narrativo. È quello che succede ad esempio verso la fine del terzo episodio, Queen. Finalmente Daniel Gold, il truffatore protagonista della storia affronta la sua ex, Lauren Bacall – il cinema è dappertutto in questo fumetto – che ora gestisce un nightclub e un grosso giro di affari illegali. Ma soprattutto che ha suo figlio.
Il dialogo a tratti è quasi un monologo, un muro di testo che rimonta tutti i pezzi: il lettore finalmente ha le coordinate, le motivazioni e tutti gli strumenti per capire le motivazioni di Gold, che tutti chiamano Goldfish, e le sfumature di quello che ha visto succedere fino a quel momento. Ma ha anche tutto quello che gli serve per capire le personalità dei due che si fronteggiano e le dinamiche della loro relazione. E ancora, ha gli strumenti per preparare il cambio di passo del racconto e gli elementi che giustificano quanto succederà nelle sequenze finali. Una fitta sequenza di parole che esprime un’umanità cruda, velenosa e in balia di se stessa, acuta e, qui, ancora un poco sopra le righe, che ci mostra il perfetto prototipo del genere di umanità (e dialoghi) che popoleranno le più grandi storie di Brian Michael Bendis, esseri umani complessi, fragili e fallibili.
Paolo Ferrara
Powers #7 – Ride Along di Brian M. Bendis, Michael Avon Oeming (Image Comics, novembre 2000 – Ultima pubblicazione italiana: 100% Cult Comics #3 – Powers, vol 3: Piccole morti, Panini Comics, 2013)
Powers nasce per Image Comics, prosegue per Marvel Comics e poi Dark Horse. Il genere è poliziesco, ma contaminato dalla presenza di supereroi, e lo stile richiama quello dei serial televisivi di genere. Un progetto assimilabile a Gotham Central, ma con più concessioni all’alleggerimento anche grazie allo stile cartoonesco dei disegni. Dopo un inizio che a oggi sembra invecchiato un po’ male, la serie prosegue con buon ritmo e buone idee, salvo poi accusare momenti di stanca in cui i testi non sorreggono lo storytelling non esattamente chiaro di Oeming.
Il numero sette della serie regolare è peculiare per due motivi: è una storia a sé stante a metà tra due archi narrativi, un fill-in come si dice in gergo tecnico, e ha come personaggio Warren Ellis. La storia scorre in maniera leggera e molto verbosa, assegnando a Ellis parti di puro monologo dove parla di fumetto, in particolare quello supereroistico e la sua eccessiva prevalenza sul mercato. Due sono i dialoghi più centrati: quello di pagina 4 e 5, dove Ellis scopre la centrale di polizia, e soprattutto quello di pagina 11 e 12. Sono le pagine in cui il tono scanzonato dell’albo lascia il posto alla tensione, due pagine in cui si ribalta la posizione di Ellis e del detective Walker: inizialmente infatti l’albo si sviluppa sottolineando la vena ciarliera dello sceneggiatore e il ruolo di passivo (e scocciato) ascoltatore del poliziotto. Ma nel momento in cui c’è un potenziale pericolo Ellis si rivela spaventato e titubante mentre Walker sfoggia la sua professionalità e si trova a condurre il gioco. I classici dialoghi fatti di balloon uno via l’altro svolgono bene il compito di sottolineare, cadenzare il ritmo e la sensazione di ansia crescente per quello che potrebbe succedere. Sembra di sentire il tono secco e deciso del poliziotto e quello preoccupato dello scrittore, il tutto senza ancora aver nessuna certezza che davvero la situazione possa precipitare. Un dialogo centrato, preciso, efficace.
Ettore Gabrielli
Sam and Twitch #9 – One really bad day di Brian M. Bendis, Jamie Tolagson (Image Comics, aprile 2000 – Ultima pubblicazione italiana: Sam and Twitch Edizione Deluxe – Volume 1, Panini Comics, aprile 2025)
Sam e Twitch esordiscono come personaggi di supporto nella serie principale di Spawn, incrociando la strada del supereroe e affrontandone i primi cruenti casi a lui collegati. Grazie alla loro rappresentazione sui generis nel 1999 ottengono la propria serie spin-off, affidata proprio a Brian Michael Bendis. Nonostante la pubblicazione irregolare, Bendis crea una crime story avvincente che scava in una New York più torbida del solito, nella continua lotta tra polizia e criminali vista da entrambi i lati della barricata.
Proprio nel nono numero Bendis adotta un punto di vista particolare: pone il lettore nei panni di un criminale la cui vita va letteralmente a rotoli nell’arco di una giornata con una resa, tanto narrativa quanto grafica estremamente particolare. Le tavole di Jamie Tolagson sono impostate esclusivamente in prima persona, seguendo il criminale di bassa lega Dean. A rendere il numero particolarmente originale è sicuramente la sequenza d’apertura, in cui Bendis mostra Dean in una partita di poker in cui, tra una chiacchiera e l’altra, bara sostituendo una carta e dando il via alla sua terribile giornata.
I dialoghi al tavolo sono serrati, ironici e ai limiti dell’assurdo, portando a un’escalation nel giro di poche pagine che sembra richiamare molte scene Tarantiniane. Le prime quattro pagine, che inizialmente inseriscono il lettore in questo contesto scanzonato in cui a far da padrone sono le classiche “chiacchiere tra amici”, con l’impressione che si potrebbe parlare di cose futili e senza valore per ore e ore, esplode mettendoci in prima fila. Lo scambio di battute e di battibecchi tra i pokeristi crea infatti una situazione in cui il lettore vede una serie di vignette statiche dall’inquadratura fissa e nota lentamente come da una vignetta e l’altra Dean vada a cambiare una carta, facendoci per un attimo assaporare il brivido di aver barato mentre “gli altri” sono distratti, salvo poi trovarsi tutti gli occhi addosso ed essere giudicato per la viltà nei confronti degli amici stessi. Il numero prosegue con questo particolare punto di vista e in una ventina di pagine mostra una parabola discendente dall’esito tragico in cui Dean, braccato da Sam e Twitch, finisce per essere investito da un pizza boy di fretta. Siamo però sempre nella New York di Spawn, e Bendis chiude in bellezza la storia con il corpulento Sam che, dopo aver rincuorato il fattorino che non è colpevole della morte del criminale, chiede: “ehi, hai il menù del ristorante?”
Daniele Garofalo
Alias # 1 di Brian M. Bendis, Michael Gaydos (Marvel Comics, novembre 2001 – Ultima pubblicazione italiana: 100% Marvel Max # 2 – Alias, vol 1: Identità segrete, Marvel Italia, 2003)
„Ehi li conosce quelli?“
„Li conoscevo.“
„Cazzo. Quale…? Quella é lei?
“No, io sono Thor.”
“Davvero?”
“No.”
“Questa è lei?”
“Lo ero.”
“Cazzo.”
“Non è una cosa che nascondo.”
“Cazzo. Come si chiamava?”
“N-non ha importanza.”
“Avanti. Forse ho sentito parlare di lei.”
“Non credo. Non faccio piú quella roba.”
“Perché no?”
“Per lo stesso motivo per cui non faccio piú la babysitter. Sono cresciuta.”
“E preferisce questa merda?”
Questo fitto scambio di battute tra Jessica e un agente della polizia di NY nelle primissime pagine ci dà immediatamente l’idea di cosa sia Alias e di chi sia Jessica Jones, personaggio creato da Brian Michael Bendis e dall’artista Michael Gaydos nel 2001.
Alias non è soltanto uno dei capolavori di Bendis: è anche uno dei fumetti Marvel più iconici e significativi del nuovo millennio. È, di fatto, uno di quelli che definiscono un’Age, quella contemporanea, che possiamo definire post-eroica. Infatti, in Alias i supereroi sono guardati “dal basso”, dalla prospettiva di Jessica Jones, detective privato un tempo supereroina, ma che “non fa più quella roba”.
È un fumetto che decostruisce la figura del supereroe e delle supereroine attraverso lo sguardo disincantato e amareggiato di Jessica, che, sebbene dotata di poteri, rifiuta di prendere parte al teatrino fatto di maschere e costumi, trovandovisi, però, suo malgrado, sempre immischiata. Ma è anche la storia di un trauma e di una violenza, subita dalla protagonista che però si rifiuta di essere una vittima.
Attraverso Jessica esploriamo ciò che si nasconde dietro le maschere colorate: non tanto un lato “oscuro”, quanto triviale, mondano, quasi banale. I supereroi, ma seduti sulla tazza del gabinetto.
Adulto, ruvido, scurrile, ironico, satirico: Alias è una pietra miliare dell’universo Marvel e un must per chi vuole capire chi siano i supereroi oggi.
Marco Favaro
Ultimate Spider-Man #13: Confessions di Brian M. Bendis, Mark Bagley, Art Thibert, Jubg Choi, (Marvel Comics, novembre 2001 – Ultima pubblicazione italiana: Marvel Omnibus # 176 – Ultimate Spider-Man, vol. 1, Panini Comics, 2023)
L’Universo Ultimate fu una delle grandi intuizioni dell’epoca Marvel targata Bill Jemas, una reinvenzione totale ed epocale di un universo narrativo che esisteva da quarant’anni. A distanza di anni, non tutto di quell’iniziativa è oro luccicante, e anzi tante cose sono state riconsiderate, se non addirittura dimenticate. Tra queste però non c’è Ultimate Spider-Man di Brian M. Bendis, che proprio su questa testata fece il suo ingresso alla Casa delle idee. Grazie alle sue sceneggiature e soprattutto ai suoi dialoghi brillanti, Bendis riuscì nell’arduo tentativo di reinventare e attualizzare un’icona, senza snaturarla ma adattandola a un gusto più moderno: il prodromo di quello che avrebbe fatto, in maniera ancor più impattante e deflagrante con Miles Morales.
Anche se all’epoca non ero un grande amante dell’universo Ultimate, preferendo la controparte 616, conservo ancora con affetto alcuni numeri del Ragno di Bendis, e in particolare il numero #13 (numero #7 dell’edizione italiana in spillati che conteneva due episodi alla volta): Confessioni è un albo a suo modo rivoluzionario, totalmente incentrato su due adolescenti che parlano, senza alcuna battaglia o scazzottata. Una cosa più unica che rara, nel fumetto supereroico dei tardi anni ’90. Nella storia Peter Parker fa una cosa che nell’universo classico ha impiegato anni a fare, ovvero confessare a Mary Jane Watson di essere l’Uomo Ragno. Il dialogo tra i due, a scanso di qualche affettazione che appare oggi un po’ eccessiva, costruisce una tensione costante, mentre il tratto sinuoso di un Mark Bagley al suo meglio dipinge un Peter che salta nella stanza, una MJ che cade dal letto, ma che soprattutto si focalizza su sguardi, labbra e volti, accompagnando la confessione del ragazzo verso una vicinanza sempre maggiore tra i due. Il climax che culmina alla celebre frase “ammettilo, Tigre, hai appena fatto jackpot” (interrotto da una quantomai importuna zia May) unisce citazione e rispetto delle fonti a una interazione credibile tra due adolescenti impacciati che stanno per affrontare un’avventura importantissima: quella del primo amore.
Una interazione che torna più volte e che rappresenta uno degli elementi migliori dell’Ultimate Spider-Man di Bendis, e un esempio che è quasi manifesto dello “stile Bendis”.
Emilio Cirri
Daredevil (vol. 2) # 39 di Brian M. Bendis, Manuel Gutierrez (Marvel Comics, gennaio 2003 – Pubblicazione italiana: Marvel Giant-Size Edition # 11 – Daredevil di Brian M.Bendis & Alex Maleev vol. 1, Panini Comics, 2024)
Premessa doverosa: per anni Brian M. Bendis è stato uno dei miei sceneggiatori preferiti nell’ambito dei fumetti statunitensi. Rientrava nella mia top 3 ed era uno dei due punti fermi (insieme a Grant Morrison), mentre a giocarsi l’ultima medaglia si alternavano di volta in volta Warren Ellis, Mark Millar, Garth Ennis…
Tornando a BMB e dovendo scegliere un’opera di riferimento, non ho alcun dubbio: per me il vertice della sua produzione resta il ciclo di Daredevil, che per molti capitoli può avvalersi di un Alex Maleev in stato di grazia. Per l’occasione, però, scelgo una sequenza disegnata da Manuel Gutierrez che, pur non essendo quella che amo di più, testimonia l’incredibile abilità dello scrittore di formulare dialoghi e monologhi potenti, naturali e coinvolgenti.
Hector Ayala/Tigre Bianca è finito sotto processo e Matt Murdock deve difenderlo davanti al giudice e alla giuria. I procedurali non mi appassionano, non mi affascinano le storie ambientate nei tribunali, ma la voce dell’avvocato mi ha ammaliato e mi ha incollato alle pagine. Mi sembrava di trovarmi in aula, mentre leggevo la quarta e la quinta tavola dell’albo. Dieci vignette orizzontali, trentanove balloon, un solo oratore: Matt/Daredevil. Un discorso accorato e professionale, che fa leva sulla logica e sui sentimenti. È tutto, vostro onore.
Federico Beghin
Avengers #500 – Avengers Disassembled – Chaos Part 1, pagine 5-8, di Brian Michael Bendis, David Finch e Danny Miki (Marvel Comics, settembre 2004 – Pubblicazione italiana: Thor # 74 – Ragnarok 3 di 6, Vendicatori Divisi – Panini Comics, maggio 2005)
L’espressione “decompressione narrativa” indica uno stile di scrittura che si profonde in descrizioni e dialoghi molto dettagliati, che rallentano intenzionalmente la narrazione, ottenendo anche l’effetto di ampliarla. Uno stile che ben si attaglia all’opera di Brian Michael Bendis, considerato uno dei maggiori esponenti di questo modo di sceneggiare. Eppure, in queste pagine storiche di Avengers, nelle quali si racconta la morte di Scott Lang (temporanea, naturalmente), rinuncia alla consueta abbondanza quasi pletorica di dialoghi e definizioni iperboliche sostituendola con poche asciutte parole che preludono alla tragedia imminente, che possiamo già quasi presagire dal comportamento allarmato degli altri Avengers, che scaturisce in un potente climax, chiudendosi addirittura in una spread page muta. In questa breve, ma memorabile, sequenza Bendis si affida molto alle qualità del disegnatore David Finch, bravissimo a catturare emozioni e azioni rappresentate. Una scelta da parte del “logorroico” sceneggiatore che ne dimostra il talento e la padronanza tecnica, che lo portano a rinunciare anche a un “marchio di fabbrica” se serve a creare maggior pathos. Senz’altro una delle migliori prove di scrittura (senza doppi sensi) dell’autore.
Paolo Garrone
House of M #7, p. 20-21. di Brian M. Bendis, Olivier Coipel, John Dell, Scott Hanna, Tim Townsend, Frank d’Armata, Paul MOunts, Chris Eliopoulos (Marvel Comics, ottobre 2005 – Ultima edizione italiana: House of M, Panini Comics, 2021)
Tre parole, 13 lettere e il mondo mutante va in frantumi. La frase di Wanda Maximoff che quasi azzera la presenza di mutanti sulla Terra è un sospiro che sigilla uno sfogo rabbioso contro il padre. Il monologo di Wanda è un climax di accuse, un’onda che si allarga a cerchi concentrici dalla famiglia all’intera specie, dal sussurro al grido: “We’re not the next step. We’re not gods. We are freaks!! Look at us daddy!!!! We’re freaks MUTANTS!!“. Poi la voce quasi si spegne: “Daddy…“, riprende con uno sguardo illuminato da una folgorazione e tocca girare pagina per scoprire quale idea ha acceso gli occhi azzurri di Wanda.
È un’idea semplice: se il problema è il destino dei mutanti e il loro rapporto con i Sapiens, la soluzione più semplice può essere cambiare lo scenario, in modo da far sparire il problema. “No more mutants” è il comando che Wanda impartisce alla realtà. Le luci si spengono sulla mappa di Cerebro; Emma, che a Genosha aveva visto morire il proprio presente, vede ora svanire il futuro. “No more mutants” condanna i mutanti sopravvissuti ad affidarsi alla Speranza di un cambiamento – un Messia? – che non si sa se e da dove arriverà.
C’è in tutto questo una lezione? Forse che l’hubris porta alla rovina? Ancora decenni dopo, Max annuncerà l’era di Krakoa dichiarando che l’umanità ha trovato i suoi nuovi dei. Chissà se è una rivalsa sull’accusa di Wanda o un lapsus alla Dr. Stranamore.
Dettaglio tecnico: Oliver Coipel – il cui stile grafico è già poco adatto al registro della vicenda – gestisce il ritmo in modo maldestro. La prima tavola citata è chiusa a destra con una piccola vignetta che ritrae Emma e Scott, che sposta il focus e spezza il flusso emotivo. Un vero peccato.
Simone Rastelli
The New Avengers #1 – Breakout! part 1 di Brian Michael Bendis, David Finch, Danny Miki, Frank D’Armata (Marvel Comics, gennaio 2005 – Ultima pubblicazione italiana: New Avengers #1 – Marvel Omnibus, Panini Comics, giugno 2024)
Gli anni Zero di Brian Michael Bendis Bendis, lo sappiamo, equivalgono a una rivoluzione dell’Universo Marvel con pochi eguali nella storia dei comics. Per quanto oggi paia incredibile, c’è stato un tempo infatti, prima di Robert Downey Jr, prima dell’MCU e di tutto il resto, in cui gli Avengers non erano il più conosciuto e amato gruppo di supereroi del globo. Esattamente a metà di quel decennio, nel 2005, BMB, che ha appena disintegrato (in qualche caso letteralmente) i Vendicatori, li ricostruisce ribaltando la regola aurea del supergruppo: i personaggi di primissima fascia della Casa delle Idee non possono farne parte. È Bendis stesso a raccontare di quella volta che si chiese “Perché questi non sono davvero gli eroi più potenti della Terra? Chi cazzo è Fante di Cuori?”.
È tempo allora di nuovi Avengers, che stavolta includono, al fianco dei classici Cap e Iron Man, una nuova trinità (Sentry, Spider-Woman e Luke Cage) e soprattutto i big tra i big: Wolverine, accolto con un certo scetticismo da Steve Rogers, e Spider-Man.
Il dialogo con cui Peter entra in scena è quanto di più bendisiano si possa immaginare. Un momento iperrealistico, pop, in cui Pete e MJ, col costume di Spidey gettato sul divano come un qualunque abito da lavoro, discutono, in un soggiorno dai muri scrostati, dell’eventualità di guardare un film con Hugh Grant.
Gli eroi più grandi del mondo, ora sì, ma umani, come saranno quelli che si prenderanno in giro spesso, al tavolo degli Avengers, per i loro costumi o le loro idiosincrasie. O quelli che cedono malvolentieri alla visione di film romantici salvo poi essere salvati da un blackout al Raft.
Alessandro Negri (Fumettocrazia)
Ultimate Comics Spider-Man #4 – What Would Peter do? di Brian M. Bendis, Sara Pichelli, Justin Ponsor, Cory Petit, (Marvel Comics, novembre 2011 – Ultima pubblicazione italiana: Marvel Legendary Collection # 58 – Miles Morales Spider-Man: Chi è Miles Morales?, Panini Comics, marzo 2025)
Se con Ultimate Spider-Man aveva riadattato Peter, i suoi comprimari e la sua mitologia per il nuovo millennio, arrivando ad essere lo scrittore con più numeri dell’Uomo Ragno alle sue spalle (prima di essere superato da Dan Slott), dopo undici anni Brian Michael Bendis rilancia e crea assieme a Sara Pichelli Miles Morales, un nuovo Spider-Man per un nuova generazione di lettori.
Dopo aver introdotto nei primi tre numeri Miles, la sua famiglia, il suo quartiere e alcuni dei suoi nuovi poteri, il numero 4 è quello del simbolico passaggio di testimone: Bendis ci mostra nuovamente la morte di Peter, questa volta attraverso il punto di vista non solo di Miles, ma anche di tutte le persone comuni di New York.
La scena del funerale è sicuramente la più memorabile: una bimba salvata da Peter prova a consolare invano Zia May e Miles, che comincia a sentire dentro di sé la chiamata all’azione, chiede a Gwen il perché Peter fosse diventato Spider-Man ed è da lei che arriva il monito di Zio Ben “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.
Il legame emotivo con il vecchio Spider-Man rinsalda così quello con il nuovo, che da qui inizia ufficialmente la sua carriera da eroe, un successo di pubblico senza precedenti per una versione “legacy” di un eroe Marvel culminato nei due film animati, in cui la scena al funerale viene riadattata in maniera straordinaria con le parole di MJ e la musica di Lil Wayne e Ty Dollar Sign, che hanno consacrato Miles Morales come il vero erede di Peter Parker.
Filippo Torta (Fumettocrazia)
Superman vol.5 #18 – Truth di Brian M. Bendis, Ivan Reis, Joe Prado, Alex Sinclair e Dave Sharpe, (DC Comics, dicembre 2019 – Ultima pubblicazione italiana: DC Rebirth Collection # 39 – Superman, vol 3: La Verità Rivelata, Panini Comics, 2022)
Lo sbarco dello sceneggiatore di Cleveland alla Distinta Concorrenza andò molto lontano dal rispettare il grande hype che seguì all’ormai celebre annuncio “Bendis is Coming”, ma nonostante questo il suo breve regno alla gestione dell’Azzurrone ebbe comunque i suoi momenti da ricordare; tra questi spicca sicuramente lo storico numero 18 in cui Superman rivela la propria identità segreta in mondovisione.
L’albo è un concentrato di Bendismo in purezza dove gli inconfondibili dialoghi serrati, suo marchio di fabbrica, si concentrano sulle reazioni dello storico supporting cast di Clark al grande reveal.
Se con Lois e Jimmy Olsen il canovaccio di gag e risposte argute è proprio quello che ci potevamo aspettare, è con Perry White che Bendis sceglie di stupire sovvertendo i canoni che lo hanno reso celebre: improvvisamente i balloon scompaiono, la tensione sale con ogni passo che avvicina il Boy Scout all’ufficio del Chief. Una volta aperta la porta sono Ivan Reis, Joe Prado e Alex Sinclair (rispettivamente con matite, chine e colori) a racchiudere gli oltre ottant’anni di storia tra Clark e Perry. In sei vignette orizzontali l’intero team ci racconta tutta l’evoluzione del rapporto tra i due: dall’iniziale semplice rapporto lavorativo tra lo scapestrato reporter venuto dalla campagna e l’intransigente caporedattore fino al caldo abbraccio che chiude dolcemente la tavola.
Giorgio Ceragioli (Fumettocrazia)
























