Visibilità e No-profit: del significato e dei cambiamenti dei modelli produttivi

Una riflessione su come, in ambito creativo, i modelli di produzione siano cambiati e stiano cambiando grazie all’utilizzo delle risorse della rete, e di come questo influenzi anche il significato...
Articolo aggiornato il 03/11/2015

Ho pensato a lungo alle parole con cui aprire questo articolo. Il timore è quello che l’articolo possa in qualche modo essere frainteso o possa prestare il fianco a polemiche sterili o, ancora, essere spacciato per un attacco contro determinate persone. Naturalmente, l’articolo non vuole essere ciò.
Dunque, l’incipit migliore per questo articolo ritengo che non possa che essere una dichiarazione di intenti: l’articolo vuole essere una riflessione su come, in ambito creativo, i modelli di produzione siano cambiati e stiano cambiando grazie all’utilizzo delle risorse della rete, su come questo cambiamento abbia portato alla ridefinizione non solo delle strategie dei singoli operatori ma di alcune parole, che possono assumere significati diversi a seconda dei contesti e che hanno preso le distanze dalle loro accezioni tradizionali. Una questione certamente spinosa, difficile da trattare in maniera esaustiva, impossibile da districare in maniera definitiva. Una questione sulla quale, tuttavia, troppo spesso si sceglie di soprassedere e che, invece, necessita di un principio di riflessione e discussione.
In breve, qui non si vogliono dispensare promozioni o bocciature: si vuole unicamente riflettere.

Visibilità e No-profit: del significato e dei cambiamenti dei modelli produttivi

Per fare ciò ho voluto mettere a confronto due recenti iniziative: 4 Hoods Open e : Vittima degli eventi. Indagando, brevemente, come concetti, quali “no-profit”, “senza scopo di lucro”, “visibilità”, possono avere diverse declinazioni.

Prendiamo le mosse dal concetto di lucro e dal suo significato ai tempi di una economia 2.0 e in ambito creativo. Diventa difficile applicare i vecchi schemi e definizioni di “profitto” a una realtà, anche professionale, che la tecnologia digitale, oggi a disposizione di tutti, sta cambiando. In primo luogo, soprattutto alla luce della continua ed esponenziale crescita della rete, è un errore confondere la gratuità della fruizione di un prodotto con l’assenza di lucro. Ci sono categorie lavorative per le quali (ancor più che per altre) la bilancia della prestazione lavorativa contempla altre voci rispetto ai lavori tradizionali, per le quali il guadagno non è dato semplicemente dalla differenza tra incasso e spese.
L’utile realizzato, ad esempio, da un disegnatore o da uno sceneggiatore di fumetti non è semplicemente la differenza tra la somma pagata dalla casa editrice e il costo delle matite e delle chine nel primo caso o dell’elettricità necessaria per tenere acceso word nel secondo. Una prestazione lavorativa consumata presso una grande casa editrice, su un personaggio storico del fumetto, ad esempio, anche a parità di salario, rappresenta per l’artista un guadagno (nel senso largo del termine) maggiore rispetto a un lavoro effettuato per una casa editrice piccola e/o discutibile.
Il valore aggiunto sta nella visibilità, nell’esposizione mediatica che può dare quel lavoro all’artista. Che la visibilità sia parte integrante del guadagno di un creativo, al contrario di quanto avviene per molte altre categorie lavorative, è un dato di fatto, confermato dalla triste realtà in cui datori di lavoro con pochi scrupoli fanno leva proprio su questa differenza esistente tra i due tipi di lavoro, offrendo spesso unicamente la visibilità in luogo dei soldi, soprattutto a esordienti, generando condizioni lavorative di sfruttamento.

Soprattutto in ambito creativo, dunque, il guadagno è qualcosa di più della differenza tra incasso e spese. È dunque da ripensare la definizione di “senza scopo di lucro” quando si parla di lavoro creativo, soprattutto alla luce dei nuovi strumenti e delle possibilità generate dalla rete. Quest’ultima, inoltre, in qualsiasi forma e in qualsiasi modo essa venga utilizzata, è sempre un generatore di lucro: dal momento in cui accende il proprio modem, l’utente partecipa continuamente a un traffico dati e con esso a un traffico economico, sia esso grande o piccolo.

Veniamo ai due casi citati sopra.

Visibilità e No-profit: del significato e dei cambiamenti dei modelli produttivi

4 Hoods Open è un progetto lanciato da .

Ecco brevemente la sua storia: lo sceneggiatore romano un giorno pubblica su Facebook dei disegni con quattro personaggi incappucciati il cui unico desidero è l’avventura. Un modo simpatico per ridere/parodiare i racconti estremamente intimisti. Roberto Recchioni, come è noto, ha un largo seguito sui social network e in poco tempo comincia ad arrivare l’apprezzamento dei suoi fan e con esso dopo l’apertura, il 10 febbraio, di una pagina Facebook dedicata ai personaggi, omaggi di vario genere realizzati da fan e colleghi.
Il 18 marzo, Recchioni annuncia sul suo blog di rendere disponibile a tutti l’utilizzo dei quattro personaggi per creare qualsivoglia prodotto, assecondando la natura social del suo prodotto e formalizzando quanto di fatto già avveniva. Le principali condizioni imposte sono il più che legittimo obbligo di citazione della sua paternità intellettuale e la creazione di un collegamento con la pagina Facebook ufficiale dei 4 Hoods. All’interno di questo post, Recchioni pronuncia due frasi: “gli darò la massima visibilità possibile sui miei social” e “il vostro lavoro non potrà essere sfruttato da me per scopi di lucro”.

La sola presenza ravvicinata delle due parole “visibilità” e “lucro” è sufficiente per portare un utente a chiosare sul profilo Facebook di Recchioni (per poi ritrattare poco dopo la precedente dichiarazione) “ah la cara vecchia visibilità”. È indubbio che a ogni prodotto generato da questa iniziativa ci sarà una circolazione più o meno larga del nome di Recchioni, in quanto creatore dei personaggi. Anche se minimamente, Recchioni aumenterà, dunque, la sua esposizione mediatica. Proviamo, però, a mettere su un piatto della bilancia la visibilità che Recchioni porta a un autore sconosciuto e sull’altro piatto quella che un autore sconosciuto porta a Recchioni: è chiaro che la bilancia pende decisamente a beneficio dell’autore sconosciuto. A ciò va aggiunto che moneta sonante in tutto ciò non è coinvolta. Nel caso di 4 Hoods Open, quindi, tra il produttore di contenuti amatoriali e Roberto Recchioni è il primo a trarre i benefici maggiori, sfruttando il brand del secondo.

Visibilità e No-profit: del significato e dei cambiamenti dei modelli produttivi
Passiamo ora all’altro caso.
Dopo il pessimo film di produzione statunitense Dylan Dog: Dead of Night del 2010, diversi fan hanno provato a realizzare un film maggiormente fedele al fumetto. Sono stati creati quindi almeno tre fan movie: Dylan Dog – La morte puttana caricato su Youtube dall’utente Denis Frison e Dylan Dog – Il trillo del diavolo realizzato da Roberto D’Antona; infine, di prossima pubblicazione, Dylan Dog – Vittima degli eventi, regia di Claudio di Biagio.
Le tre pellicole si dichiarano progetti no-profit, senza scopo di lucro. Una definizione che potrebbe essere vicina alla realtà se non si contasse nel ritorno degli autori la visibilità derivata dall’utilizzo, fino ad ora tollerato ma non autorizzato, di un marchio del calibro di Dylan Dog. A differenza degli altri due titoli, inoltre, Dylan Dog – Vittima degli eventi si è servita per finanziare la produzione di due campagne di crowdfunding su Indiegogo.com.

Qui viene toccata un’ altra questione calda, quella del crowdfunding, una forma di finanziamento estremamente interessante che però può (in alcuni casi) generare delle perplessità. La prima campagna di raccolta fondi è stata attiva tra Aprile e Giugno 2013 e ha raccolto ben 15.602 €, senza raggiungere, tuttavia, l’obiettivo prefissato di 30.000 €. La seconda campagna è stata attiva tra Novembre 2013 e Gennaio 2014 raccogliendo 12.031 €, superando di gran lunga l’obiettivo di 2.000 €. In totale, quindi, sono stati raccolti 27.633 €, cifra assai vicina all’obiettivo della prima campagna.
Nella descrizione del progetto utilizzata per la campagna di raccolta fondi, c’è scritto “Dylan Dog – Vittima degli Eventi è a tutti gli effetti un progetto NO-PROFIT”. La definizione NO-PROFIT come abbiamo visto non è del tutto adeguata alla natura del lavoro. La visibilità ottenuta da parte degli autori attraverso il progetto sui social network, sulle principali testate giornalistiche online, nelle fiere a cui hanno preso parte, le relazioni create nella fase di produzione (ad esempio con la Frame by Frame, azienda professionista che si occupa di motion design) sono già di per sé un guadagno ottenuto attraverso lo sfruttamento di un marchio di cui non si detengono i diritti.
Ancora, in virtù dell’utilizzo della succitata piattaforma di crowdfunding sono stati dati in premio (in maniera massiccia nella seconda campagna) dvd, blu-ray, biglietti per le tre proiezioni del film a numero chiuso, colonne sonore, gadget che nei fatti hanno funzionato come una forma di prevendita (e non è questa la natura originaria del crowdfunding), per lo più non documentabile. Altra frase critica contenuta nella descrizione “Nessuno dei professionisti coinvolti ha tratto profitto da quest’operazione se non un rimborso spese per il lavoro svolto”. Non è specificata la natura del rimborso. Se per rimborso si intende la contropartita in denaro del tempo impiegato nell’attività, il termine corretto è salario, indipendentemente dalla consistenza della cifra (1) .
Ovviamente, lungi da me dubitare della buona fede degli autori, ma è un dato di fatto che le piattaforme di crowdfunding non obbligano a far luce sulle spese realmente sostenute (eventuale obbligo che tra l’altro aprirebbe complesse questioni tecniche).

Visibilità e No-profit: del significato e dei cambiamenti dei modelli produttivi

Ancora, una volta che il film sarà caricato su youtube sui due canali scelti, pur senza generare guadagni direttamente attraverso pubblicità (come hanno specificato gli autori del progetto), possono però generarli indirettamente, dando nuovi iscritti ai canali. C’è poi una questione di diritti: i precedenti fan movie sono stati realizzati in ottemperanza a quanto previsto dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 (2)  e dalla Legge 22 maggio 1993, n. 159 (3)  (entrambe hanno subito opera di armonizzazione con il decreto legislativo del 9 aprile 2003 n. 68 (4)  ), ed entrambe le opere prevedono la rimozione o la modifica del filmato su richiesta dei detentori dei diritti, che in ambito cinematografico appartengono alla Platinum Studios, azienda cinematografica statunitense detentrice dei diritti di adattamento di circa 5600 personaggi fumettistici. Finché i film sono caricati unicamente su Youtube, basta (in teoria) un click per rimuoverlo dalla circolazione e risolvere ogni problema legale, ma in questo caso sono oltre 650 i donatori che dovranno ricevere una copia del film a casa, rendendo una eventuale rimozione molto più complessa.

Pur convinto che i realizzatori dei suddetti fan movie sono guidati dalla passione e dall’amore per il personaggio, il modello di produzione in questione ha delle forti ambiguità ed è caratterizzato da alcune zone d’ombra, in particolare sulla questione “profitto”, concetto come abbiamo visto di per sé polivalente per il lavoro del creativo.
È un modello produttivo amatoriale che proprio grazie alla sua amatorialità può sfruttare dei vantaggi di tipo giuridico (per quanto riguarda i diritti d’autore) ed economico (leggi tasse) negati a quello professionale e portare a una deviazione del senso della parola “lucro”, così come a un riorientamento delle future strategie dei creativi.

Negli ultimi anni, infatti, sono stati diversi i progetti (in varie forme artistiche) che hanno creato dei precedenti in cui la parola “no-profit”, con tutte le sue ambiguità, è stata usata come chiave per bypassare restrizioni sul diritto d’autore (labilizzando i già di per sé sottili e instabili confini della fan fiction) o per nascondere realtà con (mal)celate ambizioni di mercato (a detrimento di chi opera davvero nel settore no-profit). Iniziative che sono state per lo più tollerate o perché artisticamente valide o perché eventuali azioni legali avrebbero prodotto un danno di immagine ai loro promotori.
In tale situazione non dovremmo stupirci se, da qui a pochi anni, autori emergenti decidessero di promuovere il proprio talento non attraverso la creazione di nuovi contenuti ma proponendo la propria visione di personaggi già celebri. Se nel prossimo futuro la rete fosse popolata da webcomics che reinterpretano Tex, Dylan Dog, Diabolik, Topolino, Zagor, Orfani, Nathan Never, John Doe, Rat-man, magari fornendo oltre a storie meritevoli, storie distanti dai personaggi o discutibili, protette dallo scudo di un ambiguo “no-profit”, quale sarebbe la reazione in casa Bonelli, Astorina o Panini?

È un futuro non improbabile se si considera il successo che fino ad ora hanno avuto iniziative del genere e un problema non da poco se si tiene conto di come i meccanismi della rete, e in particolare dei social network, facilmente decontestualizzano i prodotti dalle loro condizioni di produzione, facendo perdere ad esempio (ed è solo uno dei tanti rischi) cognizione della paternità intellettuale delle opere.


Note:
  1. L’autorevole dizionario Sabatini-Colletti definisce il rimborso come la “Restituzione di denaro speso per interesse di altri”. Un rimborso può essere, ad esempio, la restituzione delle spese di viaggio a un dipendente che si reca a una convention per rappresentare l’azienda presso cui lavora. 

  2. Il testo della legge è consultabile al seguente link. www.altalex.com/index.php?azione=Nuovo_documento&idnot=34610#titolo1 

  3. Il testo della legge è consultabile al seguente link www.math.unipd.it/~derobbio/dd/Legge159-93.htm 

  4. Il testo è consultabile al seguente link www.normattiva.it 

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