Antonio Lapone è quello che oggi definiremmo un expat: un grafico, illustratore e – non ultimo – disegnatore di fumetti che nell’ambito della Bande dessinée è uno tra gli innovatori e più famosi rappresentanti della Ligne Claire, la Linea Chiara franco-belga.
Molto conosciuto in Belgio e in Francia, in Italia i fumetti disegnati da Lapone sono stati pubblicati in passato da Alessandro Editore e, a fine 2025, è arrivato il volume Greenwich Village per If Edizioni, che racchiude non solo lo stile, ma anche alcune delle passioni culturali e grafiche del fumettista.
Partendo da quest’opera abbiamo chiesto ad Antonio Lapone come e da dove nasce la passione per il fumetto e per una grafica e un mondo che affondano le radici negli anni ’50 e ’60 del XX secolo.

Antonio, benvenuto su Lo Spazio Bianco.
Dato che il pubblico italiano ancora non ti conosce così bene come i lettori francesi e belgi, iniziamo dalle basi: chi sei e come hai fatto da lettore di fumetti a diventarne disegnatore?
Il passo è stato lungo. Nasco come grafico pubblicitario e lo sono stato per quasi quindici anni. Poi la mia passione per il fumetto mi ha dato la spinta necessaria per passare serate e nottate a studiare uno stile. Non avendo frequentato accademie o scuole specifiche, ho dovuto fare tutto da autodidatta, come molti ragazzi di fine anni ’80. C’era una grande voglia di leggere e studiare i classici del fumetto che per me erano Jack Kirby, John Buscema, Eisner… insomma, i pilastri dei comics americani. Ma lo stile era ancora lontano dall’arrivare e, in Italia, negli anni ’90, a parte Bonelli e Disney, non c’erano grandi spiragli per uno come me, che amava la grafica e la pulizia del segno applicata al fumetto.
Che cosa ti ha spinto, praticamente da subito, a cercare fortuna all’estero, più precisamente nel mercato della Bédé franco-belga?
Nell’estate del ’97, durante un viaggio a Parigi, scopro autori come Yves Chaland, Serge Clerc e Ted Benoit: per me è un vero e proprio big bang. La Ligne Claire franco-belga era lì ad aspettarmi. Mi carico di libri, li porto a casa a Torino e li studio, li analizzo, scoprendo che forse quello spiraglio per me esiste… ma è oltralpe. Parliamo della fine degli anni ’90: Alexandre Clérisse e Darwyn Cooke ancora non li conoscevo. A detta dei critici francesi, sono stato il primo ad aver rinnovato la Linea Chiara dopo un decennio di coma apparente. La morte improvvisa di Yves Chaland, avvenuta il 18 luglio 1990, aveva messo in standby un intero genere. Io arrivavo nel ’99 con uno stile mio, un’inchiostratura spessa e grafica, influenzata dai fumetti americani e dagli inchiostratori di Jack Kirby come Joe Sinnott, John Verpoorten e soprattutto Mike Royer, gli stessi che avrebbero poi formato autori come Bruce Timm e Cooke. Autori statunitensi cresciuti attorno alle serie animate di Batman, che attingevano a piene mani da quegli stilemi per ricreare una nuova linea chiara. Mike Royer è secondo me il più grande inchiostratore di Kirby, e da lui ho appreso le curve e gli spessori necessari per dare forza al mio disegno, naturalmente grazie al mio compagno di viaggio insostituibile: il mio pennello Winsor & Newtserie serie7 numero 1.
Il tuo stile grafico affonda le proprie radici in una estetica tipica degli anni ’50 e, soprattutto nelle tue passioni per la “Ligne Claire” e quella corrente del design definita “Atom Style”. La tua cifra ti affianca a colleghi come Alexandre Clérisse e il compianto Darwyn Cooke: com’è nata questa tua affinità stilistica con un certo immaginario estetico del primo decennio dopo la metà del XX secolo?
Tutto il mio immaginario prende vita e linfa dalla grafica pubblicitaria che va dagli anni ’20 ai ’60. Non è solo un interesse stilistico, ma una vera passione: negli anni ho collezionato libri di grafica che sono stati il mio Google e il mio Pinterest. Ancora oggi sono sul mio tavolo, tra pagine piegate e post-it colorati, laddove ci sia una macchina, un vestito o un titolo con un carattere tipografico interessante. L’eleganza la devo a tutti quei disegnatori di manifesti pubblicitari degli anni 40 come Marcello Dudovich per esempio, le sue linee, i vestiti, i foulard leggeri li ho studiati notti intere.

Nelle due storie della serie Greenwich Village, raccolte in un unico volume e pubblicate in Italia da IF Edizioni a fine 2025, al tuo gusto estetico legato agli anni ’50 e ’60 pare affiancarsi anche la passione per un certo tipo di cinema – soprattutto statunitense – sempre di quegli anni. Ci racconti come è nata la serie che ti vede lavorare in coppia con lo sceneggiatore Gihef?
Fu proprio la passione per il cinema degli anni ’50 e ’60 a metterci in comunione. Gihef bussò letteralmente alla mia porta per propormi questa storia. Ne discutemmo con grande enfasi nel salotto della mia casa in Belgio, dove ho vissuto tra il 2009 e il 2017. Mi raccontò la trama mimando le scene, recitando le battute, figlie di un intero genere cinematografico che arrivava da Billy Wilder e Mel Brooks, con attori straordinari come Jack Lemmon, Tony Curtis, Rock Hudson e Doris Day, senza dimenticare lei: Marilyn Monroe. Insomma, era fatta. Mi aveva stregato. Tutto il mio immaginario stava in quel pomeriggio.
Sfogliando le pagine di Greenwich Village non si può non notare, specialmente nel modo in cui disegni le scenografie urbane e anche certi scorci cittadini, un richiamo anche a un certo tipo di film e serie animate che ha forse il suo esempio più famoso ne La carica dei 101 della Disney. Anche questo particolare stile di animazione fa parte del tuo bagaglio formativo?
No, devo dire che la Disney non è mai stata un mio punto di riferimento stilistico. Per Greenwich Village ho divorato film e pagine pubblicitarie dell’epoca, ascoltato musica e lavorato sui dettagli, traendo spunto dalla moda, proprio come facevano le équipe degli studios quando dovevano ricreare un immaginario per un film o un lungometraggio animato.
Come sono nate le due storie contenute nel volume di IF Edizioni, What’s New Pussycat e Love in in the Air? Come è strutturata la collaborazione tra te e Gihef? Siete già al lavoro su nuove storie assieme allo sceneggiatore?
Lo sceneggiatore mi ha consegnato la prima sceneggiatura e poi, in corso d’opera, la seconda. Alla fine di What’s New Pussycat? c’era la possibilità di continuare con un terzo capitolo, ma io ero già impegnato a lavorare con Juan Díaz Canales su Gentlemind per Dargaud. Inoltre, i due capitoli si chiudevano bene così, senza bisogno di ulteriori aggiunte.

Quali sono gli strumenti del tuo lavoro? Lavori in analogico, digitale o ti affidi a un mix di entrambi?
I miei strumenti di lavoro sono quelli classici: carta, matite, pennelli (tanti e di ogni misura), chine, acquerelli, ecoline e tempere, senza disdegnare il digitale per i colori quando serve. Greenwich Village è stato colorato in digitale a tinte piatte; Genntlemind, invece, come Mondrian, l’ho realizzato su carta cotone di alta qualità, a matite e acquerelli. La mia inchiostratura è classica, con china Windsor & Newton e pennelli vari. Non ho mai inchiostrato in digitale, anche perché le mie tavole, come le mie illustrazioni e i miei quadri, vengono poi esposti e venduti alla Galleria Champaka di Bruxelles. Insomma, una vera vita da artista, tra libri, colori e gallerie: anni di sacrifici e, soprattutto, gratitudine verso il mercato francofono, che mi ha dato la possibilità di esistere come autore. Altro strumento di lavoro è la musica che accompagna le mie lunghe giornate lavorative che iniziano alle 6,30 del mattino e si chiudono a tardo pomeriggio, un rigore nato dopo anni di lavoro come grafico pubblicitario in agenzie torinesi, dove la puntualità era la parola d’ordine, un rigore che è rimasto e che cerco di sfruttare al massimo.
Da autore expat nel fumetto franco-belga, quali sono a tuo avviso i punti di forza e le criticità di quel mercato rispetto al panorama fumettistico italiano?
Punti di forza non ne vedo, almeno per quanto mi riguarda. Qui viviamo di mode del momento, spesso chiassose e invasive. In Francia, invece, il fumetto è un insieme di opere: dall’autore famoso a quello meno conosciuto, tutti convivono in ottima sintonia. Qui vince chi fa più rumore o più tendenza; in Francia il pubblico è aperto alle novità e le sostiene, a partire dai librai, fino ai saloni e alle fiere del fumetto, dove vieni accolto come una star anche se sei al tuo primo libro. Ma vedo anche che in Italia il pubblico sta cambiando, diventa curioso delle novità, magari fa fatica a comperare libri che sono molto cari come i fumetti popolari per esempio, ma vedo uno spiraglio, con Greenwich sono riuscito ad abbattere quel muro e trovare un lettorato giovane e promettente. Ma soprattutto Grazie ai miei editori italiani, che sono stati coraggiosi nel tradurre i miei libri. Un ringraziamento particolare ad Andrea Rivi che, con Alessandro Editore, ha pubblicato Il fiore nell’atelier di Mondrian e il dittico Gentlemind, e a IF Edizioni di Gianni Bono che, insieme a Davide Barzi, ha avuto il desiderio di tradurre Greenwich Village. Questi ringraziamenti erano dovuti.
Oltre che fumettista, sei anche un grafico e un illustratore: quale di queste professioni che potremmo considerare lati diversi di uno stesso mestiere artistico ti mette più a tuo agio?
Sicuramente mi sento a mio agio come grafico e come illustratore; poi viene il fumetto. Ma grazie agli sceneggiatori che conoscono le mie passioni e ai miei editori, riesco a far convivere questi tre elementi in ottima sintonia.
Antonio Lapone, grazie!
Intervista realizzata via mail nel mese di gennaio 2026
Antonio Lapone

Antonio Lapone nasce a Torino il 24 ottobre 1970. Grande appassionato degli anni ‘50 e della Ligne Claire e dello Atom Style che ricollegano all’epopea della grande esposizione universale di Bruxelles nel 1958, anno dell’esplosione del design, lavora come grafico, illustratore, fumettista e designer.
In Francia debutta sulla serie ADA Antique Detectives Agency, tre tomi per l’editore svizzero Paquet. Nel 2002, sempre per Paquet, realizza il portfolio Girl Atomik, e nel 2003 lavora al piccolo portfolio Club Colonial per l’editore parigino le 9eme Monde; nel 2009 pubblica per Paquet un art book Cars & Girls. Lavora anche per le edizioni BDMusic: nella collezione BDVoice: i Platters nel 2006, nella collezione BDClassic: Igor Stravinsky. Per l’editore Plaizier di Bruxelles, nel 2010, realizza una serie di cartoline dal titolo La Femme 58.
Per la Casa Editrice Glenat (collezione TreizeEtrange) ha pubblicato la graphic novel Accords Sensibles.
Nella collezione Petit Carnet di Alain Beaulet Editeur Paris ha pubblicato Rainy Day e Saturday Morning in NYC e il portfolio Midnight in Blue.
Le sue Femmes dipinte su grandi tele all’acrilico sono esposte alla Galleria Champaka di Bruxelles/Parigi e alla BRAFA, Brussels Antiques & Fine Art. Nel 2015 realizza per Radio Capital il calendario ufficiale e le illustrazioni per il packaging del cd Sentieri Notturni.
Attualmente collabora con le Case Editrici Glenat (Paris), con la quale ha pubblicato una graphic novel su Mondrian dal titolo La Fleur dans l’Atelier de Mondrian; con Kennes Editions (Belgio) con il quale ha pubblicato i due volumi a fumetti della serie Greenwich Village: What’s New Pussycat? e Love is in the Air e con Dargaud (Benelux).
L’ultima collaborazione con Darguad, recentissima, è stata per la produzione della graphic novel Gentlemind (sceneggiatura Juan Diaz Canales – sceneggiatore di Blacksad e Corto Maltese).
[tratta dal sito di Scuola Internazionale di Comics]
