Un narratore al servizio della storia: intervista a Giancarlo Berardi

Un narratore al servizio della storia: intervista a Giancarlo Berardi
Nel 2018 Julia festeggia 20 anni, un traguardo importante per una serie nata nell’epoca delle maxi o miniserie, festeggiato con una mostra a Lucca nell’ambito di Collezionando. Qui abbiamo incontrato il suo creatore, Giancarlo Berardi

, nato a Genova il 15 novembre 1949, debutta nel fumetto collaborando, tra l’altro, alle serie di Tarzan, Silvestro e Diabolik. Dopo la laurea si dedica completamente ai comics e realizza testi per Il Piccolo Ranger e le storie Terra maledetta e WyattDoyle, pubblicate sulla Collana Rodeo. Tiki, la sua prima serie in tandem con il disegnatore Ivo Milazzo, è del 1976, seguita nel 1977 da , il suo personaggio di maggior successo, esportato in tredici Paesi nel mondo. Dello stesso anno è Welcome to Springville, a cui partecipa anche il disegnatore Renzo Calegari. Seguono poi L’Uomo delle Filippine e il detective Marvin. Nel 1986 sceneggia alcuni episodi di Sherlock Holmes, illustrati da Giorgio Trevisan. Quindi scrive Oklahoma!, una storia fuori-serie di Tex, un episodio di Nick Raider (il numero 18: Mosaico per un delitto) e i racconti brevi raccolti in Fantasticheria e Luci e ombre. Dopo aver dato l’avvio a Tom’s Bar e a Giuli Bai & Co., nel 1989, è tra i fondatori della Parker Editore che, oltre a ristampare i vecchi episodi del personaggio, ne produce di nuovi per Ken Parker Magazine. La stessa formula viene continuata dalla fino al 1996; dopodiché la serie torna al formato “bonelliano”, con cadenza semestrale, per chiudere infine nel gennaio 1998. Dall’ottobre dello stesso anno Berardi è autore e curatore di , un nuovo mensile della Sergio Bonelli Editore. Tra i numerosissimi riconoscimenti assegnatigli, ricordiamo il Premio Oesterheld, il Premio Internacional Barcelona de Comics, l’Haxtur e lo Yellow Kid. (dal sito della Sergio Bonelli Editore)

4WhatsApp-Image-2018-03-26-at-18.27.05-1-e1529587148954_Interviste Gli anniversari si festeggiano ma offrono anche l’occasione per fare dei bilanci. Guardando indietro, c’è qualcosa che cambierebbe della serie?
No. Non cambierei nulla nella serie, come non cambierei nulla nella mia vita. Ho usato le carte che il destino e le circostanze mi hanno offerto, cercando di giocarmele al meglio. Julia ha avuto una gestazione di quattro anni, necessaria per evitare gli errori commessi con Ken Parker, che è stata la mia prima importante esperienza lavorativa. Ho cominciato che ero un ragazzo e ho imparato le regole di questo mestiere strada facendo, con umiltà e abnegazione.
Così, per Julia, presi fin dall’inizio una serie di decisioni che mi avrebbero permesso di mantenere la mensilità e di contare su un team di collaboratori affidabili.
Non ho mai saltato un numero, come succedeva invece con Ken Parker. Tutto è filato al meglio, tenendo conto che il mio obiettivo è sempre stato quello di produrre una serie popolare con ambizioni autoriali.

Quasi da graphic novel potremmo dire, utilizzando un termine ormai di moda.
Sì, un’apparente contraddizione che caratterizza il mio lavoro. Non scrivo per pochi, e non capisco chi lo fa. Il mio obiettivo è arrivare al grande pubblico, a una platea la più vasta possibile. Uso un linguaggio comprensibile, contrabbandando le cose raffinate tra le righe. Mi piace offrire più livelli di lettura.

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Julia, tavola di Ernesto Michelazzo. © Sergio Bonelli Editore

Al momento di concepire e progettare una nuova serie, quanto ha pesato l’esperienza maturata con Ken Parker? Cosa andava evitato e cosa invece era da riproporre?
Ken Parker mi ha insegnato che le serie vanno programmate attentamente e con largo anticipo, riunend oun parco di disegnatori in sintonia con le caratteristiche della narrazione. Mi ha insegnato anche che se un autore vuole mantenere uno stile, in qualche modo lo deve imporre. Altrimenti succede come in Ken Parker, dove il personaggio è stato disegnato in dieci modi diversi: magro e alto, piccolo e grasso, col naso adunco o lungo alla Pinocchio… Questo è stato il primo errore. Il secondo,presumere di realizzare un mensile solo coadiuvato dal mio coautore grafico, Ivo Milazzo, il quale era interessato a lavorare ai suoi albi, non a seguire il lavoro dei colleghi.
Così ho imparato a fare l’editor e il curatore della serie, seguendo non solo la parte scritta ma anche quella disegnata. Lo stile è un amalgama equilibrato e inscindibile tra testo e disegno, senza dimenticare l’impostazione grafica delle pagine. Le vignette tutte uguali, per esempio, sono una caratteristica tipica di Julia, che la rendono subito riconoscibile. Questa scelta ha suscitato tante polemiche, perché sembra che i disegnatori non dormano la notte per il fatto di non poter uscire dalla gabbia [bonelliana- n.d.r.]… Un mucchio di stupidate! Per me la vignetta è come uno schermo cinematografico, che non rimpicciolisce quando c’è un dettaglio, né si allarga per una panoramica.

Tra l’altro è una formula che ritroviamo oggi in molti comics americani, che fanno un massiccio ricorso alla griglia regolare.
A mio modo di vedere questa soluzione offre la possibilità di concentrarsi sulla parte più importante, che è il racconto. La gente compra i fumetti perché vuol leggere una bella storia, in cui testi e disegni siano fusi perfettamente. Nessuna delle due parti deve sopraffare l’altra, altrimenti ne risente la scorrevolezza e quindi la qualità. Naturalmente, esistono anche lettori (pochi) che acquistano i fumetti solo per i disegni – di solito a carattere illustrativo – e che non badano più di tanto alla narrazione. Beh, quello non è il mio pubblico.
Un disegnatore ha molti modi di mostrare le proprie qualità artistiche, slegate da ogni vincolo di collaborazione: illustrazioni, manifesti, quadri, murali… Però un fumetto deve essere realizzato in un certo modo. Mi spiego con un esempio. Mettiamo che a un certo punto della storia due personaggi siano impegnati in un dialogo che approfondisce le loro psicologie e si riverbera perciò su tutta la vicenda; e mettiamo che al disegnatore venga voglia di realizzare una “splash page”: ecco, quella sarebbe un’esibizione di bravura fine a se stessa, che romperebbe il ritmo della sequenza.
Riassumendo, io mi considero al servizio della storia e chiedo lo stesso ai miei collaboratori.

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Julia #196

Le ambizioni letterarie cui ha accennato si traducono in citazioni, più o meno esplicite, di cui la serie è ricca. Penso ad esempio al numero 196, in cui Julia cita Elmore Leonard per poi incontrare Bertrand Hayes, personaggio di fantasia che ricorda molto Edward Gorey. Quale peso e funzione hanno nell’economia della serie?
Riferimenti e citazioni sono una strizzatina d’occhio verso quei lettori che sanno di cosa si tratta e uno stimolo per gli altri a informarsi.Un sottotesto arricchente, che non deve inficiare la comprensibilità della storia né penalizzare chi non lo coglie. I miei lettori appartengono a una specie di club con cui condivido valori, sensibilità, stimoli culturali. Una congrega di persone sconosciute, di cui avverto la vicinanza e l’affetto. La cosa iniziò tanti anni fa con Ken Parker; in quel caso i riferimenti riguardavano il mondo del West nelle sue varie declinazioni: letteratura, cinema, fumetti, musica… In seguito fu adottata anche da altre serie ma, col tempo, si finì per esagerare:dalla citazione si passò al saccheggio di trame filmiche e letterarie, tanto da sfiorare il plagio.

In decisa controtendenza con quanto accade di solito, Julia festeggia venti anni di uscite con un gruppo di tre soli sceneggiatori. Dopo una fase iniziale, in cui alle sceneggiature hanno contribuito altri autori, al momento le storie sono appannaggio suo, di Maurizio Mantero e Lorenzo Calza. È così geloso di sua figlia da non volerla vedere in compagnia di altri?
Sì, sono un papà attento e forse un po’ geloso della mia creatura. Mi sembra normale, visto che le ho dedicato vent’anni di vita. Così ho voluto accanto a me collaboratori altrettanto scrupolosi con i quali mi sento in totale sintonia. Allievi che, con gli anni, sono diventati colleghi a tutti gli effetti e ai quali mi lega un rapporto di solida amicizia. Hanno imparato il mestiere e la grammatica narrativa nel mio studio, lavorando gomito a gomito con il sottoscritto. Il sodalizio con Mantero risale addirittura all’epoca di Ken Parker, mentre il piacentino Lorenzo Calza è con me “solo” dal 2000.

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Il 2018 di Julia dal sito SBE.

La serie di Julia è fatta di luoghi narrativi: i sogni, le visite alla nonna, le chat con Ettore. Elementi ricorrenti che scandiscono tempi e modi della narrazione: la loro presenza era progettata sin dall’inizio o è andata sviluppandosi gradualmente?
È frutto di un’evoluzione. A parte alcuni elementi fissi che riguardano il personaggio, l’ambiente e il teatrino umano che fa da sfondo, la mia cifra narrativa è l’improvvisazione. Elaboro mentalmente le storie ma non stendo le trame. Ai miei co-sceneggiatori non fornisco nulla di scritto, preferisco raccontargli gli avvenimenti a voce, prendendo spunto anche dalle loro obiezioni o richieste di approfondimento. Un’altra peculiarità è che non mi pongo mai il problema dei finali. Durante lo svolgimento, semino situazioni e personaggi, senza chiedermi quali saranno determinanti. Mi piace tenere aperte tutte le possibilità. A un certo punto, sarà la storia stessa a scegliere la sua naturale e logica conclusione.
Questa libertà mi permette di dare spazio a situazioni e tipi imprevisti e, soprattutto, di “sorprendermi”.Sarebbe noiosissimo buttare giù un soggetto e seguirlo punto per punto. Come fare una bella copia di qualcosa che è già stata creata. Al momento ho quattordici storie in fieri, che porto avanti in contemporanea, giorno per giorno.
Poi succede un avvenimento strano, che andrebbe approfondito, anche se indagando sui processi creativi si perde quell’aura di mistero, quella sorta di magia che li caratterizza. Fatto sta che in ogni vicenda poliziesca spargo dei semi, senza sapere chi sarà l’assassino o quali saranno le sue ragioni, e in ultimo, incredibilmente, tutte queste tracce confluiscono in un filo unico, in un finale coerente con quanto accaduto in precedenza.
All’inizio della carriera mi arrovellavo molto sui finali finché non ne trovavo uno a mio giudizio imprevedibile.Ma quando arrivavo alle ultime pagine, mi accorgevo che il più delle volte non funzionava, perché era appiccicato, incongruente con la personalità dei personaggi. E siccome le mie storie sono fatte di personaggi e non di colpi di scena fini a sé stessi, io seguo il personaggio. Una volta che l’ho costruito a tutto tondo, come si dice,sarà lui a condurre la storia, e magari a un certo punto mi dirà: “Sono io l’assassino”.

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Una tavola di Luigi Copello colorata da Spartaco Lombardo e Gloria Martinello per lo speciale a colori di Julia del 2018. © Sergio Bonelli Editore

È difficile lasciare, da sceneggiatore, questo compito al personaggio, quasi come se il suo ruolo prendesse predominanza sul ruolo dello scrittore?
È la parte più affascinante. L’essere umano è un animale sociale e come tale predilige gli incontri. Parlarsi, conoscersi, scambiare opinioni, scoprire i punti di contatto con l’altro, le sintonie o le antipatie. È il sale della vita, e anche della narrazione. Quando invento un personaggio voglio sapere tutto di lui: dov’è nato, in che tipo di famiglia,che scuole ha frequentato, le sue vicende sentimentali, se ha figli, che lavoro svolge… A un certo punto mi trovo davanti una persona, non più un personaggio,una persona “vera” con una precisa personalità, che in parte corrisponde ad alcune mie caratteristiche e in parte no. Dopo di che lo lascio esprimere con il linguaggio che gli si addice. Se è un timido parlerà lentamente, con puntini di sospensione, mentre uno sicuro di sé, un po’ arrogante, userà spesso il punto esclamativo…Presto molta attenzione all’intonazione dei dialoghi. Le mie esperienze d’attore mi permettono di recitarli a voce alta, per sentire se sono orecchiabili, se hanno il ritmo giusto. E naturalmente la punteggiatura deve restituire questi aspetti.

È uno di quei dettagli dei quali è forse più facile notare la mancanza, cosa che capita quando hai la sensazione, leggendo una storia, che i personaggi parlino tutti allo stesso modo. Uno di quegli elementi che arricchiscono l’esperienza di lettura ma che non vengono percepiti a meno di prestarci attenzione, come quando non si vede la regia dell’autore perché questo è bravo da renderla “trasparente”.
La narrazione deve svolgersi fluida, senza intoppi o sottolineature.Il lettore deve potersi concentrare sulla vicenda senza distrazioni di sorta. Altrimenti vuol dire che gli autori hanno fallito.Giunto alla fine, poi, uno può ritornare sulle pagine per apprezzare la musicalità dei dialoghi o la recitazione dei personaggi. Ai miei disegnatori chiedo una particolare attenzione all’espressività dei volti e alla gestualità. Il linguaggio del corpo è fondamentale. Per esempio, una persona insicura avrà spesso gambee braccia incrociate,in un atteggiamento difensivo. Dettagli che passano inosservati, ma che aggiungono realismo alla storia.

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Myrna è senza dubbio uno dei personaggi più iconici della serie e il lavoro fatto sul personaggio è un perfetto metro per misurare l’evoluzione del progetto. Ogni sua apparizione inevitabilmente genera aspettative nei lettori, a cui risponde con storie che si sottraggono al classico scontro diretto tra il protagonista e la sua nemesi. Addirittura nel numero 233, ilpiù recente in cui compare, le due non si incontrano nemmeno. Come sono le reazioni dei lettori a queste scelte narrative, forse poco ortodosse per i canoni del così detto fumetto popolare?
Meravigliose. Perché i lettori hanno capito da tempo che non devono aspettarsi nulla di scontato da Julia.Anche se, uscendo con tredici numeri all’anno, non m’illudo che siano tutti allo stesso livello qualitativo. L’importante è che non si scenda mai sotto un certo standard. Myrna è uno dei punti alti della serie. Un personaggiofuori da ogni schema, schietto e crudele come solo una personalità infantile può essere. È la parte oscura di Julia e di ognuno di noi. La parte primordiale e feroce che rimuoviamo per vivere in un consesso civile. Una volta infranto il tabù delle leggi della convivenza, Myrna è libera di dire ciò che vuole e di comportarsi di conseguenza, smascherando e ridicolizzando le ipocrisie che caratterizzano la nostra società. La sua presenza è fondamentale, perché, come diceva Stevenson, è il villain che fa grande un racconto.

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Tavola dal finale di Ken Parker.

Ha avuto il privilegio, immagino sofferto, di scrivere un finale per una serie che l’ha accompagnata per buona parte della sua vita e carriera, parliamo ovviamente di Ken Parker. Un caso raro visto che di solito i personaggi dei fumetti come i figli spesso, sopravvivono nel bene o nel male, ai propri padri. Cosa ha in mente per Julia?
Niente di preciso. So solo che avrà un finale coerente con la sua vicenda umana ed editoriale. Non seguo le orme di Agatha Christie, che scrisse le ultime due storie di Poirot e Miss Marple, perché venissero pubblicate dopo la sua morte.

Si sa, gli inglesi non amano farsi trovare…
… Impreparati. Noi invece siamo latini e amiamo improvvisare.

Violenza e criminalità sono due elementi molto presenti nell’offerta culturale e in generale nell’intrattenimento contemporaneo. E alcune produzioni, come la serie tv Gomorra, sono state accusate di proporre modelli distorti, celebrando in qualche modo la figura dei criminali o il loro stile di vita. La sua serie parla di crimini e criminali e ha per protagonista una donna. Avverte un senso di responsabilità nei confronti di questo tema, soprattutto davanti ai lettori più giovani?
È una questione di gusto, di cultura, di sensibilità. La messa in scena della violenza dev’essere funzionale alla storia, mai fine a sé stessa. Non m’interessa mostrare il sangue, anzi cerco di evitarlo, perché abbiamo lettori giovani che ne vedono già anche troppo. Comunque Julia è una serie poliziesca; se non rappresentiamo il crimine,viene a mancare il dramma. Per far capire l’efferatezza di un delinquente dobbiamo illustrarne le azioni, badando a evitare il compiacimento. In alcune produzioni televisive o cinematografiche, invece – non mi riferisco a Gomorra – c’è un uso della brutalità insistito, volto ad emozionare gli spettatori. Il rischio è di descrivere i criminali come personaggi interessanti, romantici, i cui valori, per un pubblico semplice,possono persino risultare affascinanti.
Nella realtà uno di questi signori si chiamava Totò Riina, il quale non riusciva a coniugare un soggetto con un complemento oggetto ma era perfettamente in grado di ordinare stragi orribili e l’uccisione di bambini indifesi.
Julia indagherebbe sul suo luogo di nascita, sui genitori, sull’ambiente in cui è cresciuto, su eventuali soprusi subìti: perché chi patisce violenza spesso esercita a sua volta violenza, in una catena infinita. Ecco, queste sono le storie di malavita che mi piace leggere o vedere sullo schermo.

Magari anche nella realtà
Sì, anche dal vero. Sono sempre stato attirato dalla parte oscura delle persone, che è anche un modo per conoscere la mia; così già da ragazzo seguivo i processi più eclatanti sui giornali o in televisione. Osservando i nostri simili non facciamo altro che cercare un riflesso di noi stessi, che ci rassicuri di un’appartenenza comune. Lo stesso accade con la nostra fisicità, che scopriamo nel contatto con un altro corpo.
L’uomo, con le sue infinite sfumature, è il mio campo di ricerca, il leitmotiv di Julia. Indagare sulle radici del male è un modo per riconoscerlo ed evitarlo. Se vogliamo mettere un limite alla violenza,dobbiamo evidenziarne le cause: solo così riusciremo ad arginarla, creando una società più giusta.

Dei vaccini contro la violenza…
Vaccini? Ho già espresso la mia opinione e m’è arrivata una raffica d’insulti!

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Julia #227.

Raccontiamo l’antefatto per chi non ne fosse a conoscenza: il numero 227, Il segreto di Stan, inizia con una specie di santone che mette in guardia i propri adepti circa la pericolosità dei vaccini. Era una scelta rischiosa quella di tirare in ballo uno dei temi più divisivi degli ultimi anni, marcata in maniera ancora più netta dalla successiva pubblicazione di una lettera di una lettrice (nel già citato numero 233) che critica aspramente questa sua sortita. Perché “correre il rischio“ di pubblicare quella lettera e quella risposta, nella quale rivendica in maniera decisa la sua posizione?
Semplice: perché un autore ha il dovere di partecipare al dibattito civile. Il mio vecchio editore, Sergio Bonelli, sosteneva che i fumettisti devono stare alla larga dai temi scottanti per evitare di perdere vendite. Io non sono mai stato del suo parere e ho continuato a esprimere il mio punto di vista, assumendomene la responsabilità.

Due anni fa qui a Lucca ha detto che avrebbe lavorato a nuova storia di Tex, molto tempo dopo Oklahoma!. Può dirci qualcosa in più sulla gestazione del progetto?
Ci ho ripensato. I miei molti impegni professionali e personali mi hanno consigliato di soprassedere. Preferisco dedicarmi alla mia musica e alla stesura di qualche opera letteraria.

Ringraziamo Giancarlo Berardi per la sua disponibilità.

 Intervista rilasciata dal vivo a Marzo 2018.

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