
La casa editrice ReNoir Comics ha portato come ospite a Lucca Comics 2025 Tyler Crook, fumettista statunitense dallo stile molto riconoscibile, un segno realistico valorizzato dalla colorazione acquerellata. Dopo aver lavorato nell’universo narrativo di Hellboy sulla testata B.R.P.D., Crook ha stretto un sodalizio artistico con lo sceneggiatore Cullen Bunn creando la saga horror di Harrow County, successo internazionale e pubblicata anche in Italia.
Abbiamo avuto la possibilità di intervistare l’autore, parlando delle sue ispirazioni artistiche, della sua preferenza per i generi horror e weird e sul suo lavoro da autore unico su The lonesome hunters, arrivata al secondo volume anche nel nostro Paese.
Salve Tyler e grazie per il tuo tempo.
Partiamo dai tuoi inizi nel fumetto, dato che il tuo percorso è particolare: per più di dieci anni hai lavorato nel mondo dei videogiochi, prima di passare ai comics. Come è avvenuto questo passaggio e cosa ti ha portato da un mondo all’altro? E che cosa ti sei portato dietro dal tuo precedente lavoro?
Penso che il motivo principale per cui ho voluto dedicarmi al fumetto dopo i videogiochi sia che l’industria dei videogiochi è stata un posto terribile in cui lavorare. Avevo molti buoni amici, ho vissuto molte esperienze meravigliose, ma il lavoro era semplicemente troppo, troppa pressione, troppa cattiva gestione. Ci sono molti problemi nell’industria dei videogiochi, mentre con i fumetti sono a casa, con mia moglie e il mio gatto, ed è bello, rilassante. Sto lavorando a cose che mi appassionano di più; con i videogiochi lavoravo su giochi di football americano e baseball, non su giochi divertenti, di avventura o horror, come avrei voluto. Erano tutti solo giochi di sport. Quindi, quando ho iniziato a fare fumetti, ho potuto lavorare a progetti che mi stavano a cuore, in cui mi sentivo davvero coinvolto emotivamente. Questo è stato il grande cambiamento. Con i fumetti non guadagno neanche lontanamente quanto guadagnavo con i videogiochi, ma mi sento molto meglio ogni giorno. È importante, sì, è davvero importante. La mia vita è migliore.
Quali sono stati i fumetti e gli artisti che hanno ispirato il tuo percorso?
Uno dei fumetti più importanti per me è stato Alpha Flight di John Byrne, che non era molto popolare, ma per me è stato quello “giusto”. Questo perché quando quel giorno entrai in un negozio di alimentari, trovai il primo numero di Alpha Flight. Capitan America e Batman erano già al numero 400, ma io potevo iniziare da #1 con Alpha Flight. Così mi appassionai molto a quella serie. Poi, più o meno nello stesso periodo, Mike Mignola arrivò con la sua miniserie su Rocket Raccoon, che credo sia stata uno dei suoi primi lavori per la Marvel. E ne ero entusiasta. In seguito mi sono appassionato a Paul Pope e mi sono avvicinato a opere più indipendenti, a editori molto piccoli. Non appena ho iniziato ad andare alle convention, ho iniziato ad appassionarmi a piccoli autori che realizzavano fanzine e fumetti fotocopiati. È stato quello che mi ha appassionato per molto tempo.

Una delle opere a cui il tuo nome è più legato è B.P.R.D., su cui hai lavorato proprio insieme a Mike Mignola e John Arcudi: come sei entrato nel team e come è stato per te lavorare nell’universo narrativo di Hellboy, che conta tantissimi fan in tutto il mondo? A proposito, eri un fan anche tu?
Assolutamente sì! La maggior parte dei bambini vogliono disegnare Batman o Spider-Man. Invece B.P.R.D. era un libro che mi faceva dire: “Voglio disegnare quei personaggi”. E ho potuto farlo subito, il che è stato molto strano e ancora non capisco bene come sia successo. Ho incontrato Mike Mignola a una convention e gli ho mostrato il mio portfolio. Gli è piaciuto e mi ha dato il suo biglietto da visita. Gli mandavo un’e-mail ogni sei mesi o ogni anno per dirgli: “Ciao, sono ancora vivo”. E poi, quando Guy Davis ha lasciato la serie, mi hanno chiamato. Hanno detto: “Prendiamo questo Tyler”. Ho imparato tantissimo lavorando su B.P.R.D., perché ero ancora alle prime armi. Non conoscevo molti dei dettagli necessari per disegnare bene una storia a fumetti. Ricevevo così tante note che mi facevano girare la testa, era troppo. Ma ho imparato molto, è stato un lavoro molto impegnativo e difficile a cui sono molto grato.
Un’altra fondamentale collaborazione è quella con Cullen Bunn, con cui lavori praticamente quasi senza sosta dai tuoi inizi nel 2011, quando dopo Petrograd hai illustrato alcuni numeri di The Sixth Gun (altra serie portata in Italia da ReNoir Comics). Da allora lavorate regolarmente in coppia: che cosa ha creato questo legame così forte e come si svolge il vostro lavoro insieme?
Penso che abbiamo legato da subito proprio perché entrambi amiamo l’horror. Ma vogliamo anche storie che siano molto radicate nell’esperienza umana, vogliamo avere personaggi che siano significativi per chi legge. È stato su The Sixth Gun che abbiamo legato per la prima volta, abbiamo trovato la nostra sincronia o come preferite chiamarla. Poi, quando mi sono trovato senza un incarico professionale, ne ho parlato con uno dei miei editori, Dark Horse, e con il mio editor Daniel Chabon, e gli ho chiesto su cosa voleva che lavorassi. Lui mi ha risposto di proporgli una storia. Così ho chiamato Cullen e gli ho detto: “Proviamo a proporre qualcosa”. Lui aveva iniziato a scrivere Harrow County in forma di romanzo e mi ha raccontato un po’ la storia: sono stato da subito entusiasta. All’epoca, mi ero appena trasferito in Oregon, che si trova sulla costa occidentale degli Stati Uniti. È un luogo dove ci sono alberi enormi e molte foreste; e io andavo pazzo per le foreste. Cullen mi disse che Harrow County era ambientato proprio nei boschi. E io volevo farlo, volevo disegnare le foreste! Entrambi ci fidiamo molto l’uno dell’altro. Quindi, a volte lui mi racconta quale sarà la storia, ma altre volte non lo fa. E io mi fido che quando arriverà, sarà buona.
Proprio Harrow County è uno dei fumetti horror di maggior successo degli ultimi anni, con nomination agli Eisner e ai Bram Stoker Awards ed è stato adattato in molteplici forme. Da dove è nata l’idea per questa storia e come avete sviluppato quel mondo?
Penso che l’idea originale fosse basata sul fatto che Cullen Bunn è cresciuto nella Carolina del Nord, da dove proviene anche mia moglie. A loro piacciono le leggende popolari, specialmente quelle spaventose. Quindi penso che sia stata questa la scintilla che ha dato vita alla storia, tutti i mostri e le leggende di cui si parla nei boschi: allora perché non fare una storia su di loro? Credo che sia stato lì che Cullen ha avuto l’idea per la prima volta. Il mio contributo è arrivato quando lui me ne ha parlato, perché in origine era ambientata in tempi più moderni. E io gli ho detto: no, no, no, dobbiamo ambientarla negli anni ’30 e ’40. Così sembra più una storia antica e non così contemporanea.

Vi aspettavate questo successo? Sembra che, in generale, sia un ottimo momento per il fumetto horror, di cui Bunn è uno dei principali sceneggiatori, dato che dopo i supereroi è di gran lunga il genere di fumetto più diffuso nella fascia tra indie e mainstream. Come mai credi che ci sia così tanto interesse per il genere in questo periodo storico?
Se sono rimasto sorpreso? Sì! Non mi aspetto mai che qualcosa abbia successo. Parto sempre pensando che sarà l’ultima volta che mi lascio andare all’ottimismo. Ma credo che l’horror stia andando molto bene, penso che molte persone cresciute con i fumetti di supereroi ora siano abbastanza mature da desiderare qualcosa di più coinvolgente, un po’ più vario da leggere. E penso che l’horror sia uno di quei generi più flessibili rispetto ai supereroi, ai romanzi rosa o a qualsiasi altro genere. L’horror può essere molte cose diverse: può essere David Lynch, può essere Michael Myers, può essere Il villaggio dei dannati o qualsiasi altra cosa. Può essere tutti questi diversi tipi di storie. Quindi è un modo per avere qualcosa che assomiglia ancora molto a un fumetto, ma con cui si possono raccontare molti tipi diversi di storie.
The lonesome hunters, che arriva a Lucca Comics 2025 con il secondo volume, ti vede autore unico di testi e disegni. È un racconto fantastico, bilanciato tra weird e orrore, ma anche e soprattutto la storia di personaggi che vivono ai margini, anche delle loro esistenze, e che si scontrano prima che con i mostri con gli obblighi delle rispettive responsabilità. Da dove viene l’ispirazione per questa storia?
È arrivata da molte fonti diverse. Gran parte della storia racconta il mio tentativo di trovare un modo per trasformare tutte le mie ansie in un racconto. Ma una grande fonte di ispirazione, e parte del titolo del libro, proviene da un romanzo di Carson McCullers intitolato The heart is a lonesome hunter (Il cuore è un cacciatore solitario), un bellissimo romanzo, uno dei miei preferiti. La cosa che mi ha colpito di più di quel libro è che ogni singolo personaggio è profondamente solo e incapace di relazionarsi con gli altri. Volevo creare una storia che parlasse di quel tipo di solitudine, ma anche che trovasse due personaggi in grado di relazionarsi e superare questo trauma. E poi strani mostri, perché volevo anche quelli!
L’atmosfera in The lonesome hunters, sia dal punto di vista narrativo che da quello estetico, ha un ruolo fondamentale, con questa costante sensazione liminale che gravita sulle tavole. Quali sono le riflessioni che hai fatto per lavorare su questa atmosfera e quali sono le influenze a cui ti sei ispirato per dare un aspetto alla spada e a figure come la Regina delle gazze? Hai fatto qualche ricerca iconografica ispirandoti a qualcosa in particolare?
Sì, ho tratto molta ispirazione dallo studio della religione dei nativi americani e della cultura indiana. E l’idea alla base di molti dei mostri, come la Regina delle Gazze e il Bambino Lupo, è che entrambi indossano quelle maschere di legno che dovrebbero avere migliaia di anni. Quindi quella è stata una sorta di ispirazione per il loro design. Ma poi ho cercato di trovare un modo per far sì che queste creature potessero vivere nella nostra epoca moderna, e ho pensato a come vivrebbero oggi. Sono animali, sono come un lupo e un uccello. Come vivrebbero nel nostro ambiente urbano, dove gli animali devono vivere in piccoli boschetti o in case abbandonate?

Il fulcro di The lonesome hunters sono i due protagonisti, Lupe e Howard: la prima una ragazzina cresciuta molto presto per via dei suoi lutti, il secondo invece sembra intrappolato in una dinamica infantile, dovuta ai suoi traumi e al peso di quelle responsabilità di cui dicevamo prima. In entrambi i volumi pare esserci un costante scambio di ruoli, tra adulti e bambini, protettori e protetti. Come hai lavorato sui personaggi, sul loro rapporto, e come ti è venuta in mente una coppia così strana per una avventura soprannaturale?
L’idea originale per i personaggi era basata sull’esplorazione dei traumi generazionali. All’inizio pensavo a mio nonno. Era nato nel 1911 e credo avesse avuto tre fratelli e sorelle morti in tenera età. Quando aveva 11 anni i suoi genitori vivevano nello Utah, negli Stati Uniti, ma poi si trasferirono in Messico. Mio nonno scappò di casa, non voleva andare in Messico. Il resto della famiglia se ne andò e basta. Ho pensato molto a lui, non avrebbe mai detto di aver subito un trauma da bambino, ma era così. Quindi ci ho riflettuto molto. Volevo che Howard fosse un personaggio traumatizzato da generazioni di persone che non avevano mai affrontato il proprio trauma: lui è l’ultimo anello di questa catena di traumi. Poi volevo un personaggio che fosse in contrasto con Howard, quindi ho cercato qualcuno che fosse giovane, come Lupe, che è una sorta di inizio di un trauma. La sua famiglia era felice e normale, e poi le sono successe cose traumatiche. Quindi ogni volta che penso a un personaggio subito dopo mi chiedo: come sarebbe l’opposto? E cerco di metterli insieme. E questo dà loro modo, quando affrontano un problema, di rapportarsi a essi in modi diversi per cercare di risolverlo.
Out of Alcatraz, uscito negli USA per Oni Press e ancora inedito in Italia, ti ha visto lavorare in coppia con Christopher Cantwell su un noir che, partendo dal fatto realmente accaduto nel 1962 dell’evasione di tre detenuti dall’isola-prigione, si sviluppa in una storia il cui motore sono i personaggi protagonisti, i loro rapporti e le loro interazioni. Come è nato questo fumetto e come ti sei trovato a illustrare oltre alle sequenze più d’azione quelle in cui i dialoghi – tutti tra l’altro molto efficaci e realistici – la facevano da padrone?
Beh, quel fumetto è nato perché Chris Cantwell ci ha lavorato a lungo. Credo che abbia iniziato a lavorarci come trattamento televisivo circa cinque o sei anni fa, senza riuscire a portarlo a termine in quel modo. Lo ha poi mostrato alla nostra editor della Oni Press, Bess Pallares, e a lei è piaciuto da subito. Me lo hanno mandato e l’ho letto. Quando l’ho ricevuto, era ancora una sceneggiatura per la televisione e di solito quando ricevo questo genere di cose, alzo gli occhi al cielo e penso: “Oh, un altro! Non vogliono fare fumetti, vogliono fare televisione”. Ma poi l’ho letta e ho pensato che invece fosse davvero buona. La cosa che mi ha colpito di Out of Alcatraz è che ha questo cast di personaggi e ognuno di loro ha lo stesso problema: stanno cercando un modo per essere liberi. E ognuno di loro ha le proprie ragioni per farlo. La maggior parte di loro non riesce a liberarsi a causa di sé stessi, mentre altri non riescono a liberarsi a causa della società in cui vivono. C’era un’esplorazione molto interessante della libertà che già traspariva dalla sceneggiatura televisiva.
Avevo letto un po’ delle opere di Chris e sapevo che conosceva il fumetto. Quindi ho pensato: “Facciamolo!”. Credo che l’aspetto che mi è sempre piaciuto dei fumetti non sia necessariamente l’azione spettacolare o le cose emozionanti. Amo concentrarmi sulla recitazione dei personaggi e cercare di trovare un modo per far sì che il lettore entri in sintonia con loro senza sforzo, che possa semplicemente guardarli e dire: “Oh, capisco cosa prova questo personaggio”. E Out of Alcatraz era perfetto per questo: un’ottima scelta.
Grazie mille, Tyler!
È stato un piacere, grazie a voi!
Intervista registrata dal vivo a Lucca Comics il 30 ottobre 2025.
Traduzione di David Padovani.
Tyler Crook
Tyler Crook è un fumettista e scrittore statunitense. Dopo oltre un decennio di lavoro nell’industria dei videogiochi, nel 2011 è passato al fumetto con il suo primo libro, Petrograd, che gli è valso un Russ Manning Awads come miglior esordiente. Da quel momento ha lavorato a serie come The Sixth Gun, B.P.R.D., Witchfinder, Black Hammer e soprattutto Harrow County, che ha ricevuto una nomination agli Eisner Awards. Nel 2022 è uscito il primo capitolo di The lonesome hunters, la prima serie a fumetti interamente scritta e disegnata da lui. Per le sue opere ha ottenuto due Ghastly Awards e un Bram Stocker Award ed è stato nominato diverse volte agli Eisner Awards. Le sue tavole a fumetti si fanno notare per la sua ricca colorazione ad acquerello e inchiostro e l’intensa emotività dei personaggi. Vive nel profondo dell’Oregon con la sua splendida moglie Ma’at.
