Disclaimer: l’articolo contiene spoiler, quindi si consiglia la lettura solo dopo la visione del film.

Come altri appassionati di supereroi e spettatori di cinecomics, negli ultimi anni ho vissuto quella che molti chiamano “superhero fatigue”, ovvero l’affaticamento da prodotti di supereroi: complici anche cambiamenti a livello di vita personale e compressione del tempo libero, ho iniziato a tralasciare tanti film e serie televisive, dopo un decennio di fedele osservanza della cronologia dell’MCU e trepida attesa di un nuovo capitolo della saga degli Avengers.
Certo non hanno aiutato alcuni titoli poco interessanti e un generale appiattimento dell’offerta, già in passato non esente da mediocrità e veri e propri sprofondi (sto guardando te, Thor: The Dark World) ma adesso svuotata anche da quel senso di forte collegamento tra un capitolo e l’altro dimostrato nelle cosiddette fasi quattro e cinque dell’universo cinematografico Marvel, sintomo di una generale confusione del progetto (funestato anche da eventi extracinematografici ben più gravi, come l’arresto per maltrattamenti e violenza domestica di Jonathan Majors, il Kang che sarebbe dovuto essere il nuovo grande nemico e derubricato a poca cosa anche grazie al pessimo Ant-Man: Quantumania).
L’uscita dei trailer di Superman: Legacy di James Gunn e dei Fantastici Quattro ha rinfocolato in me un senso di attesa e di piccola meraviglia che non provavo da tempo. Ma prima di loro, un altro film mi aveva incuriosito: Thunderbolts* di Jake Schreier, scritto da Eric Pearson e Joanna Calo.
Vuoi per la simpatia verso i gruppi di antieroi, vuoi per i trailer che mettevano in luce un certo affiatamento dei personaggi, vuoi per la curiosità per quell’asterisco (rivelata attraverso una mossa di marketing abbastanza bislacca), vuoi per l’affetto verso un supergruppo che profuma di anni ‘90 – quello originale di Kurt Busiek e Mark Bagley-, ma che ho apprezzato in incarnazioni successive, come quella di Warren Ellis e Mike Deodato Jr., e quelle piacevoli anche se molto meno memorabili guidate da Luke Cage e altri personaggi minori dell’universo Marvel.
E dopo la visione, posso dire che parte di quelle vibes di positiva curiosità sono state ampiamente ripagate.
Prima di spiegare il perché, partiamo da quello che non funziona, o che comunque non eleva Thunderbolts* al di sopra della mediocrità di tante pellicole simili.
La trama è quanto di più lineare ci si possa aspettare, con nessun vero colpo di scena o momento inaspettato: una serie di antieroi, ognuno separatamente assoldato da Valentina Allegra de Fontaine, direttore della CIA (e che gli appassionati conoscono come Agente S.H.I.E.L.D. e storica fiamma del Nick Fury fumettistico), si ritrovano a essere traditi e destinati all’eliminazione. Sopravvissuti (insieme a un misterioso ragazzo di nome Bob) e scoperti i segreti di Valentina (grazie al provvidenziale intervento della redente assistente di questa), fanno gruppo e, con l’aiuto di Bucky Barnes, decidono di affrontarla: tutti gli elementi messi in fila diligentemente creano il classico canovaccio di genere, ma senza i guizzi visti, ad esempio, in Capitan America: The Winter Soldier, per citare l’apice del genere spionistico-supereoistico.
A questa linearità del racconto si aggiunge una messa in scena piuttosto povera, fatta di pochi, scarni ambienti, spesso al chiuso (e quando all’aperto, anche le scene “apocalittiche” appaiono asfittiche e depotenziate), combattimenti ben coreografati, ma sempre nel limite del già visto, del sicuro, dell’innocuo, per una regia che si limita al compito di mestiere, senza sbavature e senza nessun momento degno di nota, un ritmo compassato e che funziona meglio nei momenti di approfondimento che non in quelli di azione, in quello che si potrebbe definire lo “stile Feige”.
Questa semplicità, se da una parte sicuramente non esalta lo spettacolo, dall’altra però ha il merito di porre l’attenzione sul centro nevralgico del film, ovvero la nascita di un gruppo disfunzionale fatto da individui disfunzionali, di antieroi rotti e confusi, di persone sole e sperdute, che riflettono su temi come la depressione e la salute mentale.

Per affrontare questo aspetto si può partire proprio dai personaggi, ognuno dei quali presentato in un precedente progetto Marvel ma non ancora completamente approfondito.
In generale, la chimica di gruppo è ben definita e crea momenti a volte profondi, il più delle volte divertenti ma senza essere eccessivi o cringe come in alcune incarnazioni di Thor, bensì avvicinandosi molto, nello spirito e con le dovute proporzioni, ai Guardiani della Galassia di James Gunn.
Il lavoro di scrittura su alcuni dei personaggi è ben fatto e si unisce a prestazioni solide e convincenti: Florence Pugh si cala completamente nei panni di una Yelena Belova sofferente e completamente perduta, risulta essere al tempo stesso magnetica e carismatica, ironica e brutale, ma anche intensa e fragile. Si completa così un piccolo arco narrativo che parte da Black Widow, passa per Hawkeye e si conclude qui, facendo di Thunderbolts* un ideale proseguimento di questi due capitoli. Contribuisce al risultato anche la presenza di un David Harbour (Guardiano Rosso) volenteroso a cui viene data la parte della spalla comica, a volte eccessivamente macchiettistica, a volte eccessivamente retorica, ma che sa comunque essere funzionale alla storia e trovare alcuni momenti divertenti e intensi.
Buona anche la prova di Wyatt Russell, che continua a essere credibile nei panni dell’arrogante ma insicuro U.S. Agent, e anche di Julia Louis-Dreyfus, brava a rappresentare una Valentina de Fontaine subdola e politicamente scaltra, anche se la sua minaccia appare comunque poco incisiva e alquanto improvvisa, data la costruzione piuttosto debole del personaggio in precedenti capitoli dell’MCU.
Hannah John-Kamen, a parte essere usata come controcanto sarcastico, fatica a emergere dallo sfondo, mentre Sebastian Stan nei panni del Soldato d’Inverno, pur avendo una presenza potenzialmente carismatica e magnetica (l’attore ha dimostrato la sua bravura in progetti come i recenti The Apprentice e A Different Man), non riesce mai a incidere particolarmente, come successo in altri film e anche nella serie a lui dedicata, dimostrando un percorso del tutto simile a quello dei fumetti in cui, dopo la sua creazione di parte di Ed Brubaker, ha faticato a trovare una collocazione ben precisa.

Ma il vero fulcro di tutta la storia, di tutte le interazioni tra i personaggi e del cuore stesso del film è il personaggio di Robert “Bob” Reynolds, The Sentry (ma anche The Void), interpretato nella maniera più giusta possibile da Lewis Pullman, che grazie alla mimica facciale, ai lievi movimenti del corpo, a una recitazione che emerge quando va per sottrazione, riesce a dare corpo e spirito a un ragazzo fragile, disorientato, confuso, afflitto da un grande male, ritrovatosi con poteri eccezionali che lo rendono anche il suo più grande nemico (un nemico che è l’unica nota di merito dal punto di vista estetico, un essere completamente nero che ben esprime il vuoto dell’anima che sparge attorno a sé).
Si tratta di un personaggio difficile da scrivere così come da rappresentare, e che Pullman rende con tatto e delicatezza. E attraverso di lui arriva al pubblico il senso e il messaggio del film: pur dovendo contestualizzare all’interno del genere supereroistico che non fa certo della sottigliezza la sua caratteristica principale, la riflessione sulla depressione e sulla malattia mentale viene comunque affrontata prendendosi il tempo necessario tra uno scontro e l’altro, facendo confrontare i personaggi tra loro (in particolare Yelena e Bob) e arrivando a un confronto finale nella mente di Sentry contro Void che, pur nella sua retorica e nel suo didascalismo (l’abbraccio di tutti a Bob per fermarlo dal cedere alla tentazione del Vuoto), arriva forte e chiaro senza essere eccessivamente banalizzato, non dicendo che “insieme si può superare tutto”, ma piuttosto che aprirsi con altre persone e affrontare un percorso insieme per convivere con il proprio malessere è una possibilità da prendere in considerazione.
E allora questo nuovo gruppo di antieroi scalcagnati, rotti, soli e confusi, che si forma in un abbraccio intorno al più potente e fragile di loro, ben si presta ad essere un nuovo gruppo di eroi per un mondo nuovo, confuso e fragile come loro, ma pronto a parlare di questi problemi e non nascondersi. Insomma, un mondo molto simile al nostro. E mentre il colpo di teatro finale, spoileratissimo ma comunque efficace, offre a questo mondo una speranza inattesa, la Marvel può imparare una lezione importante, che i Guardiani della Galassia avevano già ampiamente dimostrato: il pubblico si affeziona ai personaggi, soprattutto se fallibili, prima ancora che all’epica.
E forse proprio questi gruppo mal assortito – in attesa dell’arrivo di quella astronave extradimensionale che compare nei titoli di coda e, ricollegandosi ai trailer di inizio film, infiamma ogni buon appassionato Marvel – può essere quello di cui abbiamo bisogno per ricominciare a sperare, almeno un pochino, anche con tanti difetti, che forse insieme qualcosa di buono si può fare.
Abbiamo parlato di:
Thunderbolts*
Regia di Jake Schreier
Storia di Eric Pearson, Joanna Calo
Con Florence Pugh, Lewis Pullman, David Harbour, Sebastian Stan, Wyatt Russell, Hannah John-Kamen, Julia Louis-Dreyfus, Geraldine Viswanathan
Marvel Studios, 2025
Live action, 127 minuti
