
Metti che questo ritardo ti faccia arrivare mezzora dopo sul tuo posto di lavoro, dove era in programma una riunione alla quale avresti dovuto partecipare anche tu.
Metti che quando arrivi lì, scopri che nel tuo ufficio c’è stato un attentato, che vari colleghi e amici sono morti e che quei trenta minuti di ritardo ti hanno salvato la vita.
Non c’è da stupirsi se ti ritrovi a chiederti se sia per caso o per destino che da ora in avanti sarai un sopravvissuto a vita.
Il 7 gennaio 2015 era il quarantatreesimo compleanno di Renard Luzier, in arte Luz, disegnatore e fumettista della rivista di satira Charlie Hebdo.
Il suo attardarsi a letto con la compagna Camille gli salva la vita facendolo scampare all’attentato terroristico che si consuma nella redazione del giornale. I due fratelli Kouachi armati di fucili Ak-47 fanno irruzione al civico 10 di rue Nicolas-Appert a Parigi, uccidendo a sangue freddo i colleghi fumettisti amici di Luz, Charb, Wolinsky, Cabu, Honorè e Tignous, l’economista Bernard Maris, la psichiatra Elsa Cayat, il curatore editoriale Mustapa Ourrad e Michel Renuad, ospite quel giorno della redazione. A loro si aggiungono l’addetto alla manutenzione Frederic Boisseau, Frank Brissolaro – poliziotto di scorta a Charb, direttore di Charlie – e l’agente di polizia Ahmed Merabet.
Quando Luz arriva alla redazione, la strage si è già compiuta. A lui tocca l’incombenza di presenziare alla conferenza stampa del giorno successivo, dove si annuncia che Charlie Hebdo non si ferma e sempre a lui tocca il compito di disegnare la copertina del numero della rivista che esce la settimana successiva.
Ma qualcosa dentro il disegnatore si è rotto: all’improvviso, in quello che avrebbe dovuto essere un giorno di festa, si trova orfano dei suoi colleghi e dei suoi migliori amici e, mano a mano che la giornata va avanti, si sente scivolare nello scomodo ruolo di sopravvissuto.
Nei giorni seguenti, il sollievo per essere ancora vivo (per caso, per destino?) si mischia e si scontra con il senso di colpa di essere ancora vivo, di essere diventato quel sopravvissuto a vita. E Luz si accorge che oltre ai suoi amici disegnatori, quel 7 gennaio ha perso anche un altro amico con cui ha condiviso la vita fin dall’infanzia: il disegno.

La definizione più appropriata credo che possa essere quella di opera-terapia: una sorta di percorso di (auto)analisi che Luz ha intrapreso nei tre mesi successivi alla strage, nel momento in cui si è accorto che il suo amico disegno, a differenza di Wolinsky e le altre vittime, non lo aveva abbandonato del tutto ed era ritornato.
Ma per quell’amico Luz ora provava sentimenti contrastanti: da un lato il sollievo di averlo ancora accanto a sé, ma dall’altro avvertiva un sordo risentimento – magari non completamente conscio – quasi a ritenerlo causa di quel tremendo evento che lo aveva privato di tanti amici.
Con quell’amico ritrovato Luz intraprende un cammino che, leggendo le pagine del volume, è da subito evidente essere tutt’altro che semplice. Il disegno è l’unico modo che l’autore conosca per esternare il proprio stato d’animo, per metabolizzare il lutto, per tirare fuori tutta l’angoscia che si accumula dentro di lui. Ma il suo rapporto con il disegno è cambiato, non è più semplice e immediato come un tempo, è più forzato e molto meno naturale.
Luz in Catarsi prova a comprendere tutto ciò e nel contempo prova a cercare una ragione di quanto accaduto, prova a cercare di capire perché lui è ancora vivo e gli altri no, prova a trovare il senso di dovere andare avanti.

Lo stesso tratto usato da Luz è incostante, mutevole: si evolve, regredisce, si avvolge su stesso. È a momenti estremamente curato, quasi studiato e in altre pagine quasi tirato via, uno scarabocchio, uno schizzo di china nera che urla tutta l’angoscia del disegnatore, tutta la sua rabbia e tutto il suo dolore.
Tutto è sempre e comunque in bianco e nero e gli unici colori che irrompono in questa bicromia sono il rosso, del sangue della strage, del rossetto di Camille, della rabbia e dell’amore. E l’azzurro, come il cappotto indossato sempre da Camille, quando Luz la rivede dopo la strage.

Così come il disegno diventa dettagliato, preciso e attento negli episodi legati al lavoro a Charlie Hebdo, anche dopo la strage, come in quelli commoventi dedicati alla memoria dei colleghi, a Charb in particolare.
All’opposto quel disegno si trasforma rabbiosamente nel momento in cui Luz affronta sulle pagine gli autori materiali della strage, la religione che vorrebbero rappresentare, la rabbia e il dolore che essi portano con sé. In quei momenti riaffiora tutto il sarcasmo, graffiante e pungente, del Luz autore satirico di Charlie.
Alla fine di tutto ciò il percorso di catarsi finalmente si compie e Luz è capace di nuovo di camminare, di andare avanti come gli omini del suo disegno finale.
Devo confessare che prima del 7 gennaio 2015 non conoscevo Luz come autore, né tantomeno leggevo Charlie Hebdo: conoscevo la rivista, certo, ma la sua vena satirica era troppo distante forse dal paesaggio culturale italiano in cui per forza è immerso chiunque in Italia abiti..
Per tale motivo mi è sembrato ipocrita, nei momenti di commozione e di mobilitazione successivi alla strage, scrivere o dichiarare che anche io ero Charlie. O forse era solo paura.
Dopo aver letto Catarsi però mi sembra di conoscere molto da vicino Luz, che da quelle pagine vuol condividere con ogni singolo lettore il suo percorso di analisi. È un’opera che non lascia indifferenti, che ti prende allo stomaco, che ti fa piangere, ti fa arrabbiare e ti fa ridere, anche in modo sguaiato: tutto, o quasi, contemporaneamente.
Io, come molti altri dunque non abbiamo potuto o voluto dire Je suis Charlie. Ma oggi io e i lettori di Catarsi possiamo dire, sereni, Je suis Luz. Glielo dobbiamo.
Abbiamo parlato di:
Catarsi
Luz
Traduzione: Michele Foschini
Bao Publishing , 2015
125 pagine, cartonato, b/n e col., 16,00 €
ISBN: 9788865435168







