L’urlo di Roberto Saviano: “Sono ancora vivo”

L’urlo di Roberto Saviano: “Sono ancora vivo”
Roberto racconta Saviano. Un volume carico di solitudine, e nel quale lo scrittore napoletano si pone di fronte alla domanda più importante della sua vita: rifarei tutto?

unnamed (1)Da quando è stato annunciato, oltre quattro anni fa, lettori e appassionati sono stati incuriositi da un progetto che sicuramente avrebbe fatto parlare di sé, perché , come dicono gli inglesi è larger than life e una sua iniziativa è capace di catturare l’attenzione; nessuna eccezione se questa riguarda il suo esordio come fumettista.

Negli anni, mai fino ad oggi si è pensato a Saviano come fumettista e come sempre accade i suoi progetti, accanto alla naturale curiosità di chi lo conosce, c’è anche lo scetticismo di chi vuole svelarne il bluff, come se un suo fallimento possa metterne in dubbio intenti, posizioni o battaglie.

La storia di Saviano è nota. Cronista partenopeo, poco più che ventenne decide di fare un’inchiesta giornalistica sul clan dei Casalesi, una cosca predominante nel napoletano.
Raccolto il materiale, vuole che quella che è la sua denuncia arrivi a quante più persone possibile; per farlo ricorre alle opportunità fornite da una struttura a romanzo.
Il libro, Gomorra, si legge come fosse una raccolta di racconti e funziona.

La reazione dei Casalesi, infatti, è una sentenza di morte talmente credibile da costringerlo ancora oggi a vivere sotto scorta, prigioniero e vittima contemporaneamente.
Il successo del libro è stata la prima causa della sua dannazione, ma anche la sua ancora di salvezza: finché resta visibile, è convinto l’autore, resta anche, ancora, vivo.

Saviano è un narratore che negli anni ha esplorato diversi media, scegliendo sempre con cura quello che riteneva il più adatto al tipo di racconto da mettere in scena, dal teatro al cinema passando per la televisione e, nel momento in cui ha sentito la necessità di raccontare sé stesso, la propria fragilità e l’angoscia che lo accompagna da tre lustri, ha trovato nel fumetto l’approdo migliore. Una scelta che coinvolge due pubblici di lettori, attigui, ma non sempre sovrapposti.

Va premesso che Sono ancora vivo, il fumetto edito da , ha i difetti dovuti a una scrittura di chi, abituato a un media, ne esplora un altro. È didascalico, non è dinamico e ha dialoghi asciutti, essenziali e un utilizzo del potenziale offerto dal fumetto solo parziale, senza dubbio, ma non improvvisato, che era il rischio maggiore.

A un primo approccio assomiglia alla trasposizione di un monologo, come se fosse un progetto più vicino alle opportunità offerte dal teatro che a quelle proprie del fumetto. In ogni caso, superata una prima impressione, viene semplice vedere come il volume presenti un suo equilibrio e che il linguaggio scelto, fosse pure grazie a un lavoro attento di editing, funziona.

L’invito che però arriva già dalla copertina, realizzata come il resto del volume da , è quello di non soffermarsi alla superficie ma di lasciare che il libro arrivi in profondità. In copertina Il primo piano di Saviano sembra emergere dal mare, il protagonista mostra uno sguardo deciso eppure carico di tristezza, una tristezza che trasuda lacrime in cui annegare. Una confessione di fragilità che il libro svela fin dalla prima tavola.
La sua disperazione di profugo dell’anima viene accostata alla disperazione dei profughi del mare. Anche per questo è forte il suo disagio verso quel ministro, Matteo Salvini, che mentre minacciava lui di privarlo della scorta (come se il dispetto fatto a lui e il favore alla Camorra non si sovrapponessero) non aveva alcuno scrupolo a lasciare sotto il sole decine di disperati.

sono ancora vivo saviano

L’appoggio offerto a Saviano dal disegnatore scelto è degno di nota. Hanuka accompagna la lettura e aggiunge i dettagli che il suo talento impone, tavole senza didascalie che urlano paura, rabbia, disagio, belle e dolorose da guardare, come quella nella quale trasfigura Saviano in un gorilla folle di rabbia.

Sono ancora vivo è un racconto intimista, estremamente personale, nel quale le immagini diventano un invito a entrare in un mondo accostato al labirinto del Minotauro. Come il figlio di Minosse anche Saviano è costretto in uno spazio che in qualche modo lo protegga mentre lo trattiene. Una situazione innaturale come lo è una gabbia.

La storia che leggerete non termina né con la morte né con la vita, tutto si svolge in un territorio a metà strada tra l’una e l’altra dimensione.
[…] Quella che state per leggere è la mia ferita.

Sul piano della scrittura l’introspezione, simile a un diario, si alterna a scambi costruiti come fossero interviste. Decisiva la scelta cromatica, con il ritmo cadenzato da colori predominanti: rosso, nero, cobalto, giallo. Toni netti che non prevedono sfumature, se non nella doppia tavola che chiude il racconto: un accenno di speranza.

L’alternanza tra ricordo e testimonianza costruisce un quadro di insieme in cui si cerca di consegnare al lettore la poliedricità umana alla quale Saviano non intende sottrarsi, e che rivendica e che tanto da far somigliare questo aspetto del libro all’Avvelenata di Guccini, soprattutto nel passaggio nel quale il cantore bolognese si sfogava:

Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista
Io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista
Io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino
Io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare.

Quando il racconto è personale, il colore ha un valore emotivo definito. Ogni tono cromatico svela un aspetto o un episodio della vita di Roberto, tessere di un mosaico che a mano a mano si forma sotto gli occhi del lettore. Il verde della malinconia nel ricordo dei momenti spensierati con suo fratello, il rosso che domina il primo contatto con la violenza della Camorra e il color seppia del ricordo delle estati in famiglia.
Toccante il racconto in giallo e nero del martirio di Don Beppe Diana, assassinato il 19 marzo 1992 dopo che aveva denunciato pubblicamente il male rappresentato dalla Camorra.
Il capitolo dedicato a Don Beppe è anche il solo in cui Hanuka attinge dall’iconografia classica del fumetto. Non è un caso, infatti, che le immagini del martirio del prelato riportino all’omicidio di Martha Wayne, madre di Bruce: quell’omicidio è decisivo per un Saviano che non ancora tredicenne perde l’innocenza e abbraccia la macchina da scrivere come fosse un’arma con cui colpire la bestia, la Camorra, perché conoscere, diffondere e combattere, in terra di mafie, sono azioni che si somigliano molto.
Sono senza dubbio questi i momenti in cui il trasporto di chi scrive è maggiore e nel quale l’empatia offerta dal suo disegnatore emerge con forza.

Saviano

Diverso invece il racconto fatto sotto forma di dialogo nel quale anche i colori trovano una connotazione più realistica. In queste interviste Saviano non riporta il suo vissuto ma gli eventi pubblici, i processi di mafia, che lo hanno visto coinvolto come parte lesa.
Gli interlocutori scelti per questi passaggi sono lo stesso Hanuka e Michele Foschini, editore e supervisore del fumetto. Una scelta che molto racconta quali siano le possibili interazioni concesse all’autore, che esce dal suo isolamento solo per le presentazioni e gli incontri pubblici.

La scelta della dinamica tra intervistatore e intervistato consente un racconto meno emotivo, al punto che Saviano parla delle minacce ricevute, dei processi che lo hanno visto come parte lesa e dei progetti per eliminarlo come se ne fosse solo osservatore. Un distacco che è una via di fuga, uno stratagemma per non impazzire.

È toccante il passaggio in cui Saviano cita una poesia del Premio Nobel Wislawa Szymborska. Il passaggio è l’invito a sentire come proprio il suo battito, la preghiera di essere capito e che consegna con forza al lettore lo scopo del volume stesso.

Se scende anche una sola lacrima, so già che non riuscirò più a smettere di piangere. Affogherò nelle mie lacrime. Un giorno potrò permettermi di piangere. Ma non ancora.

La sua missione e la lunga prigionia, confessa lo scrittore, non lo hanno reso migliore. Ad oggi non sa quali saranno i cocci che potrà mettere assieme quando la sua reclusione forzata sarà alle spalle. La fatica quotidiana, racconta, non è tanto nel fare i conti con chi lo minaccia ma con l’ostilità che proviene dalle persone comuni, capaci di un odio con cui fatica a relazionarsi. Odio che lo spinge a sentirsi in colpa perché vivo, al punto di desiderare quasi di fare da solo quello che la Camorra non ha realizzato.

Hanuka, come se giocasse con uno specchio dei desideri, mentre mostra lo scrittore recluso, svela anche la vita che sarebbe toccata al ragazzo che avesse scelto altre strade secondo lo schema che nei fumetti viene chiamato semplicemente what if. Un passaggio nel quale tutto il potenziale offerto dal fumetto viene utilizzato con forza grazie a un gioco di ombre che, mentre racconta la storia di Saviano, mostra quella, immaginata, di Roberto.

Saviano guarda con malinconia la vita che non avrà mai indietro, fatta di gelati all’aperto, giri in vespa e partite a subbuteo con suo fratello, ma comprende che non ha mai avuto alternative e che la strada percorsa, che prevede sacrifici e anche una rabbia enorme, è la sua. Alternative non ce ne sono mai state.

Come in un percorso terapeutico, la fine della lettura consegna non un Saviano rassegnato, ma deciso, tenace e che riesce anche a vivere con il senso di colpa di chi sa che per avere ragione deve finire ammazzato ma che è comunque felice di essere ancora vivo.

Abbiamo parlato di:
Sono ancora vivo
,
, 2021
138 pagine, cartonato, colori – 18,00 €
ISBN: 978-8832732078

 

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