La gioventù che scompare secondo Timothé Le Boucher

La gioventù che scompare secondo Timothé Le Boucher
Timothé Le Boucher, giovane autore francese, realizza un’opera fantascientifica influenzata dall’immaginario manga che riflette sul nostro tempo e sul suo scorrere, sulla perenne lotta tra gioventù e maturità in un mondo pieno di pressioni e di richieste.

I-Giorni-Che-scompaiono_Cover_Recensioni Dopo una caduta durante uno spettacolo, il giovane acrobata Lubin si ritrova a vivere un’esperienza surreale. Una volta addormentatosi, si risveglia due giorni dopo, senza sapere cosa sia successo nel tempo “perduto”. Pian piano il fenomeno inizia a peggiorare: i giorni che scompaiono diventano due, poi tre, poi intere settimane. Grazie ad amici e parenti, Lubin scopre che un’altra persona, forse un’altra personalità, sta pian piano prendendo il controllo della sua vita. Ha così inizio una storia di resistenza passiva che si trasforma e gradualmente diventa lotta attiva e disperata per strappare e assaporare fino in fondo ogni momento della propria esistenza e dell’amore dei propri cari.

Con I giorni che scompaiono, insignito del Prix des libraires de bande dessinée al Festival di Angouleme 2018, Timothé Le Boucher miscela abilmente un’idea di stampo classicamente fantascientifico con le atmosfere del thriller psicologico, ambienta in una quotidianità onirica che parla del nostro tempo. In molti hanno accostato l’opera del giovane autore francese a una puntata di Black Mirror, per via della rappresentazione di una realtà molto simile alla nostra ma pervasa da una sottile tensione che investe l’intero racconto, un senso crepuscolare di ineluttabilità.

La vicenda dell’artista, che vede scorrere via la propria vita fatta di apatia e di spensieratezza a favore di quella di un alter ego più strategico e cinico, è di fatto lo specchio di un contrasto interiore e sociale più subdolo, quello scatenato da un mondo competitivo e ossessionato dall’idea della posizione sociale. Lubin è estroso, esuberante, un acrobata senza arte né parte, circondato da altri come lui, allergico alle responsabilità e impaurito dalla necessità di crescere, laddove il suo doppelgänger riesce a cogliere le occasioni, a trovare il suo spazio inquadrato nella società e a scalarla fino al successo. E quindi la scomparsa di sé stesso in favore di un “altro” non è che una metafora di quello che succede a molti di noi, a coloro che cambiano, nonostante tutto, ma che alcuni giorni si guardano allo specchio alla ricerca del proprio io autentico, sotterrato e stanco.

Lubin non è altro che la parte più libera di noi, quella più gioiosa, ma al tempo stesso anche più fragile e impaurita, che vive con passione e brucia veloce, in poco tempo, che scompare pian piano senza smettere però di agitarsi, di lottare. Una situazione, questa, provata dallo stesso autore che si è trovato a pensare, una volta fuori dalla Accademia di Belle Arti, se “voler fare fumetti o cercare un lavoro più remunerativo1.

Un pensiero non banale ma sicuramente condiviso, se si pensa che a esplicitarlo è un ragazzo del 1988, parte di una generazione che si trova davanti a mille possibili scelte e mille forze opposte che rischiano di dilaniarla. E forse proprio per combattere questo senso di inevitabilità, questa atmosfera cupa e oppressiva, il racconto ruota attorno a colui che scompare, non a colui che emerge, e intorno a lui si definiscono situazioni e personaggi, spesso caratterizzati più in base alla loro funzione che non come entità a sé stanti.

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Le pagine vengono dunque invase da colori accesi ed esplosivi, da linee morbide e leggere, da tavole piene di amici, di avventure a perdifiato e di attimi di magica leggiadria (complice la presenza di elementi circensi), cullate da momenti di intensa tenerezza e amore, quello di una madre, di una sorella, di una fidanzata. Il mondo in cui i personaggi si muovono nasce da tratto delicato che unisce la linea chiara della tradizione d’oltralpe alle forme espressive del fumetto orientale, inserendosi nel solco tracciato da altri autori francesi del nuovo millennio, primo tra tutti Bastien Vives.

Rispetto a quest’ultimo, il tratto di Le Boucher è molto più semplificato e risulta ancora acerbo, tradendo in molti passaggi incertezza e disattenzioni per i dettagli espressivi, nonché per gli sfondi che sono molto sacrificati e che non sempre esaltano le ambientazioni. A questi momenti se ne alternano altri in cui invece le espressioni dei volti e le interazioni tra i corpi trasmettono un senso di dolce tenerezza o di passione sensuale. Più che nel disegno, l’autore si dimostra bravo nel costruire il ritmo del racconto, montando le scene con cesure temporali sempre più ampie, che esaltano la tensione della storia, con lo scorrere inesorabile del tempo, riuscendo contemporaneamente a soffermarsi sulle parti più dolci della vita quotidiana. Questa corsa si fa sempre più intensa fino al il climax finale, al contempo tenero e drammatico.

In questo modo, nonostante qualche incertezza, Timothé La Boucher scrive un racconto coinvolgente, che riesce a coniugare senso di angoscia e momenti di liberazione, un affresco della nostra società che non invita a non prendersi le proprie responsabilità e a non crescere, ma ci ricorda bensì quanto è importante vivere pienamente ogni emozione, ogni affetto, ogni singolo giorno. Prima che questi scompaiano e vadano perduti, “come lacrime nella pioggia”, direbbe qualcuno.

Abbiamo parlato di:
I giorni che scompaiono
Timothé Le Boucher
Traduzione di Francesco Savino
, 2019
192 pagine, cartonato, a colori – 21,00 €
ISBN: 978-88-3273-205-4


  1. Dichiarazione in una intervista per BoDoï, 20 novembre 2017 

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