Artista dal segno fluido e dall’immaginario in trasformazione, Criminaliza attraversa lingue, paesi e forme espressive.
In questa conversazione ci racconta il suo percorso: da un disegno nascosto dietro a un divano a Mosca a Un’ultima cosa, pubblicato da Diabolo Edizioni e nato dal dialogo con Francesca Ghermandi. Tra riflessioni sull’identità, la comunicazione e il potere del fumetto come linguaggio universale, Liza ci guida in un’avventura in cui curiosità e incertezza diventano strumenti di libertà, e l’arte una forma di resistenza luminosa.
Ciao Liza, è un piacere ospitarti su Lo Spazio Bianco, grazie mille per il tempo che ci dedicherai.
Partiamo dalle presentazioni: ti va di raccontarti a chi ci legge?
Qual è la tua storia artistica? Come sei arrivata al fumetto come linguaggio?
Il mio primo ricordo legato al disegno da bambina è di me nascosta dietro il divano a disegnare persone nude. Mia madre mi ha poi scoperta e sembrava molto arrabbiata, mi chiedo ancora il perché.
Disegnare per me è sempre stato soprattutto un viaggio. Ho studiato letteratura all’Università Statale di Mosca per poi mollare all’ultimo anno (quando comunque avevo capito quanto amo le storie): ero la peggiore.
Poi sono approdata alla British Higher School of Arts and Design e, inaspettatamente, mi sono laureata con lode.
Sono sempre stata attratta dall’animazione, ma la mia soglia di attenzione mi ha tenuta nel fumetto: meglio concentrarsi solo sui frame chiave, lasciando al lettore il lavoro di tutto quello che sta in mezzo.
Mentre studiavo illustrazione stampavo fumetti in risograph (Una tecnica di stampa “ideale” – “riso” in giapponese – ed ecologica per cui uno stencil viene duplicato imprimendo l’immagine di partenza su carta con inchiostro di soia. Il processo viene ripetuto per ogni colore con un risultato brillante e artigianale. Ndr) alla casa editrice indipendente internazionale Sputnikat press, e questo mi ha dato tantissime competenze tecniche e allenamento visivo.
Dopo l’inizio della guerra con l’Ucraina ho avuto la fortuna di potermi trasferire in Italia come rifugiata e continuare il mio percorso qui, sostenuta da persone incredibilmente laboriose e amorevoli che sono anche artisti eccezionali. Ora lavoro come parte del collettivo sperimentale Trincea Ibiza, che si concentra sull’autoproduzione, e che ci permette di spingerci fin dove vogliamo dando al mondo il peggio e il meglio delle nostre piccole anime in un bel pacchetto lucido. A volte poi ci sono editori abbastanza coraggiosi da invitarmi a collaborare, come ha fatto la splendida Diabolo Edizioni con Un’ultima cosa.
Un’ultima cosa è nato grazie a una residenza da Compulsive Archive, e l’hai creato a partire dall’immaginario di Francesca Ghermandi. Com’è stato dialogare con questa autrice e, ancora prima, cosa ti ha spinta a partecipare al progetto?
È stato come partecipare ad un affascinante rave intellettuale, ma invece della musica c’erano le idee, invece delle luci le immagini, e invece delle side quest nuovi campi di conoscenza.
Compulsive Archive mi ha dato una quantità incredibile di input utili e stimolanti, ha orientato i miei pensieri e mi ha aiutata a capire meglio perché faccio quello che faccio (per questo progetto e in generale). Soprattutto mi ha dato, in qualche modo, il permesso di (a volte) liberarmi dalla paura di essere fraintesa, che mi inseguiva ovunque andassi.
Francesca Ghermandi è un’autrice eccezionale, e sono estremamente fortunata ad aver lavorato così da vicino con le sue storie. Mi ispira tantissimo. Il fatto buffo è che dato che leggere e parlare in italiano per me è ancora una sfida, la storia principale del libro è nata proprio dall’impossibilità di comunicare o ricevere le informazioni in modo chiaro. Le parole sono superficiali e vaghe, le parole con le immagini vanno un po’ meglio (ed è per questo che continuiamo a scegliere il fumetto), ma alla fine questa forma d’arte lascia così tanto spazio alla tua esperienza privata e alla tua percezione che è al tempo stesso affascinante e frustrante.
Il nostro dialogo con Francesca è iniziato a distanza studiando i reciproci lavori, poi è continuato durante tutto il processo: lei mi ha sostenuta moltissimo e ha persino creato un trailer/mappa fantastico della mia storia, rendendola in realtà più accessibile al lettore. Dato che Un’ultima cosa parla di impossibilità di comunicare, leggerlo diventa una sfida anche per chi legge (cattivo ma giusto): le persone usano la mappa di Francesca per capire meglio il flusso della storia passando da un oggetto all’altro. – Concettualmente per me è una bomba. – Il dialogo continua sempre attraverso incontri pubblici, discussioni private, riflessioni e scambi sempre più profondi sul modo di pensare e di lavorare di entrambe e non credo che questa valanga partita dallo spazio congelato possa fermarsi ormai. E non vorrei che si fermasse.
Alla fine la curiosità è un carburante ricchissimo, ed è l’unico antidoto alla paura che conosco. :o)
La storia è costellata da interrogativi e riflessioni sull’esistenza che arrivano come aforismi e momenti di lucidità durante l’inevitabile muoversi di ME, protagonista della storia.
Quanti degli spunti che hai dato qui sono motori della tua produzione?
Non so se sono riuscita a lasciare lì qualcosa di utile per il lettore o per me stessa. Per me queste questioni diventano solo più grandi e complicate quando ci rifletti su, come nella storia di David Foster Wallace Brevi interviste con uomini schifosi sul fermare il tempo. Credo sia più una questione di abituarsi al disagio, di non avere risposte invece di trovare soluzioni, modellare questo disagio come curiosità e trasformare la curiosità in forza motrice.
Mi sembra strano maneggiare temi di cui non so nulla, quindi ha senso (coscientemente e inconsciamente) condividere solo la mia esperienza reale che è: non sapere niente di niente, ma cercare comunque di elaborare tutto, sperando che quando sarà il momento il collage grezzo della percezione del mondo creato dalla mente regga di nuovo la prova. Scovare qua e là reazioni e schemi e aggrapparmici come a delle cannucce di salvataggio in un flusso di forze inarrestabili.
Dopo l’inizio della guerra in Ucraina ho continuato a lavorare come illustratrice commerciale in Russia. Per ogni nuovo progetto durante le fasi finali dovevo sempre passare il pdf con l’elenco dei simboli e delle idee vietati dal governo (la lista cresceva di giorno in giorno), controllando che non comparisse nulla involontariamente, altrimenti sia io che il cliente rischiavamo multe enormi o fino a 15 anni di carcere. In alcuni casi solo queste precauzioni mi hanno salvata da conseguenze irreversibili. Il tuo lavoro rivela comunque il tuo mondo interiore,a prescindere da quanto sia cruciale nascondere la tua opinione in certi contesti estremi.

In postfazione fai riferimento al tuo linguaggio che cambia: in cosa è cambiato per questa storia? Si riconoscono i tuoi colori fluo, la materia sciolta che dà l’impressione di continuo divenire, una trasformazione sempre possibile, come se tutto si potesse sciogliere da un momento all’altro e reincarnarsi nelle storie successive.
Il momento storico che viviamo ora sembra rubare a ogni persona la capacità di pianificare, trasformando tutto di continuo. Per anni io e tanti altri abbiamo vissuto senza fare progetti concreti, abituandoci al fatto che qualunque futuro immaginato per te stesso poteva diventare un sogno impossibile nel giro di poche ore.
Questa pratica involontaria mi ha resa ancora più (dolorosamente) aperta ai cambiamenti, costringendomi a imparare a scrivere e disegnare storie lasciandomi guidare dal processo stesso. Niente pianificazione precisa, solo un’idea grezza, e il lasciare che le tavole crescano una dall’altra. Accettare quello che viene fuori e costruirci sopra. Questa fluidità, è forse la differenza principale rispetto al mio metodo passato, quando cercavo chiarezza o gradevolezza. Un esperimento, un tentativo come premio principale.
Accettare le mie sfide professionali e personali (prosopagnosia, mancanza di memoria visiva, ansia, incertezza, ecc.) e trasformarle nelle forze guida del mio segno e del mio storytelling. Sto ancora cercando, e lo farò sempre. :o)
In che lingua l’hai immaginata e da quali delle culture che attraversi hai preso più spunto? – Per quanto possa essere difficile fare dei distinguo dato che probabilmente tu le sintetizzi poi tutte nel tuo vissuto. – Ci sono delle immagini che sono arrivate più forti perché potevano accadere solo in un certo contesto o le trovi trasversali?
A questo punto ho un minestrone di lingue in testa, ed è difficile dirlo.
Oltre alle parole, ogni lingua prova a tirare il treno dei miei pensieri nella sua direzione. È divertente, ma un po’ troppo caotico. Credo sia per questo che solo adesso, dopo aver vissuto un po’ in Italia, ho iniziato a scrivere, soprattutto in russo. Non era mai successo prima, perché ho studiato illustrazione in un’università anglofona e tutte le mie riflessioni e presentazioni professionali erano esclusivamente in inglese.
Ora il russo ha più senso per me perché mi dà una migliore percezione delle sfumature e quindi più controllo. In più è molto più vicino all’italiano – dalla ricchezza descrittiva a un approccio più poetico – mentre l’inglese mi sembra più adatto all’utilità e alle spiegazioni veloci e generali. La traduzione rimane comunque un bel casino.
Il lato positivo è che vivendo così immersa in entrambe le culture, e arrangiandomi male in tre lingue, ottengo comunque prospettive diverse sulla stessa cosa, e questo si adatta perfettamente alla mia percezione confusa del mondo. Trovo differenze ed eclettismi stimolanti.
Quanto all’universalità, tutto quello che accade in qualche modo cambia l’esito, porta nuove esperienze che poi emergono da sole, indipendentemente dal contesto, quindi direi che tutto ha senso alla fine anche se all’inizio non sembra, e proprio il suo posto particolare in un contesto specifico è ciò che lo rende universale. (Sono sobria, eh, ma chiedimelo dopo una birra e negherò tutto.)



Il dito di ME (spoiler not spoiler alert, ndr) a un certo punto si flette, lunghissimo, di fronte a un bottone: nella tua testa l’ha poi premuto?
È un tentativo di rispecchiare lo stato interiore del lettore, come un piccolo test. Se leggendo stai riflettendo sulla tua “ultima cosa” e il pulsante viene premuto allora sei pronto, mentre se non lo premi almeno sai qual è l’ostacolo. Il mio pulsante non viene mai premuto, e questa storia è in parte il mio modo di prendermi a calci per muovermi di più e prepararmi di meno.
Non c’è mai un momento perfetto per niente, quindi speriamo che tutte le ultime cose si concludano un giorno per fare spazio a nuove idee bellissime, da cogliere prima che invecchino.
Su che altri progetti stai lavorando? Dove ti si può trovare in questi mesi?
Al momento sto lavorando a un paio di progetti collettivi con Trincea Ibiza. Con loro partecipiamo regolarmente a tanti festival di fumetto e illustrazione in tutta Italia, di solito informando in anticipo sui social (@crimina1iza @trincea_ibiza). Oltre a questo sto portando avanti varie illustrazioni per progetti diversi: fumetti sperimentali a quattro mani (come Purple empire, ma con un principio tecnico diverso), grafiche per Team against torture e una serie di racconti brevi per progetti personali (al momento è probabilmente troppo presto per parlarne)
Grazie davvero tantissimo, Nicole, è stato veramente un piacere.
Grazie mille a te Liza, e a presto!
Intervista svolta per mail in italiano e inglese nell’agosto 2025.
Criminaliza
Criminaliza è un’artista russa costretta a lasciare il suo paese a causa delle repressioni governative. Le sue opere più recenti includono il webcomic Half liter diary; Dementia (Wobby Club); Purple Empire (Trincea Ibiza); il racconto autobiografico Il mondo nuovo (Lettera22); Gli animali (Bauci Press).


