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Intervista a Bartolomé Seguì: le sue immagini dal barrio

Intervista a Bartolomé Seguì, realizzata in occasione della presentazione milanese di Storie dal Barrio (Tunué), di cui è coautore con Gabi Beltrán.

Il 27 novembre 2016, Bartolomé Seguì ha presentato Storie del Barrio (, 2016) alla Games Academy Milano Piola. Abbiamo recensito qui il fumetto, scritto da Gabi e disegnato da Seguì, e in occasione della presentazione milanese abbiamo incontrato e intervistato l’illustratore spagnolo.

Intervista a Bartolomé Seguì: le sue immagini dal barrioBartolomé Seguì è nato a Palma di Maiorca nel 1962. Nel 2009 Las serpientes ciegas (Inrevés) gli fa vincere il Premio nazionale di fumetto, sancendo il suo ingresso nel mercato franco-belga, con la successiva pubblicazione dei due volumi Hágase el caos Las oscuras manos del olvido. Di Storie del barrio, per il soggetto e la sceneggiatura di Gabi Beltrán, ha realizzato i disegni in entrambi i volumi.

Storie del barrio nasce dai racconti di adolescenza di Gabi Beltrán, trasposti da Gabi stesso in racconti e poi trasformati, su incoraggiamento anche tuo, in fumetto. Cosa ti ha affascinato tanto nei testi di Gabi da decidere di realizzare il progetto insieme a lui?
Gabi aveva provato a scrivere un racconto in un blog letterario. Mallorca è un posto piccolo ma ci sono molti fumettisti – anche Gabi è stato disegnatore fino ad ora – e tutti noi amici gli dicevamo che erano storie che doveva disegnare, perché erano molto buone. Lui non voleva perché disegnare significava perdere molto tempo, fare un libro di 300 e passa pagine e non intendeva rimanere un anno e mezzo invischiato nei ricordi. Non voleva. Allora gli dissi: se non vuoi disegnarlo tu, te lo disegno io. L’anno che istituirono il premio Ciutat de Palma de Còmic gli dissi: se vinciamo il premio in denaro lo disegno. Io all’epoca ero al lavoro anche su un progetto parallelo, con un altro editore e un altro sceneggiatore. Inviammo la proposta, vincemmo e dovetti disegnare il libro! (1)

Sono presenti anche tuoi ricordi di ragazzo o esperienze della tua vita nella realizzazione di questo volume?
Beh, la mia storia non ha nulla a che vedere con quella di Gabi, la mia è una biografia molto normale. Ma credo siano storie che si possano comprendere qui, nel Bronx degli Stati Uniti e in tutte le città che hanno un quartiere simile. I protagonisti non sono tutti come Gabi, che vedeva questa vita che rifiutava, che non desiderava continuare a vivere nei quartieri marginali. Nel caso di Gabi c’era la volontà di scappare da quella situazione. Io prima gli raccontavo che, quando realizzavo storie di maltrattamenti, di povertà, di violenza, di prostituzione, avevo sempre l’impressione che la gente potesse spaventarsi e venirmi a dire: “Non voglio leggere cose così tristi”. Però trovo che non siano storie per nulla tristi e tanto meno violente. Certo, c’è la violenza della situazione in sé, ma credo che succeda un po’ come durante le guerre, quando i giovani, persino i bambini, riescono ancora a giocare. E nel suo caso succede più o meno questo.

Hai dovuto in qualche modo adattare o modificare il tuo stile grafico per renderlo calzante al tipo di storia raccontato? È stata una scelta fatta insieme a Gabi?
In realtà sì. Diciamo che avevamo alcune storie molto dure che avremmo potuto realizzare con un tipo di disegno più realista, come altri lavori che ho fatto con altri autori, ad esempio Las serpientes ciegas [2008, disegnato da Seguí su sceneggiatura di Felipe Hernández Cava, N.d.R.]; e io volevo cercare qualcosa di più realista, più duro, leggermente nello stile dei film che si giravano negli anni Ottanta in Spagna sul tema dei marginali, dei delinquenti. Un po’ come Gomorra e questo genere di prodotti. Ma avevamo chiaro ciò che volevamo, che il disegno che cercavamo era questo… Non voglio definirlo naïf, perché non è naïf, però cerca di trasmettere al lettore questo lato di amore dolce e di speranza. In questo senso adattammo il mio stile grafico. Sia io che Gabi avevamo chiaro in mente che non volevamo mostrare violenza: è presente una goccia di sangue in una vignetta e non si vede nulla di più, anche quando alla fine la madre lo picchia non si vede nulla.

Tecnicamente come hai realizzato le tavole?
Guarda, è un disegno a quattro mani. Gabi mi passava la sceneggiatura, non impaginata, senza divisioni per pagina. Del resto ci conosciamo e lui sa come disegno. Lui mi passava quasi una sceneggiatura cinematografica e io facevo la suddivisione in vignette e in pagine. Successivamente realizzavo le matite, inviavo a Gabi il file digitale scansionato delle matite definitive e lui aggiungeva il colore. Quindi è a quattro mani: il colore è suo e, quando mi restituiva la tavola, al suo colore inserivo qualche luce ed era pronta. Per questo tutti hanno detto che sembra un libro realizzato da una sola persona.
Nella realizzazione ci furono anche molti elementi sorprendenti… Non ci passavamo molte informazioni sui personaggi: per esempio nel caso del padre di Gabi lo disegnai senza sapere nulla e solo dopo, quando io gli inviai la pagina e lui mi mandò la foto del padre, vidi che era uguale! Era identico, mi venne la pelle d’oca. C’era un grande legame tra noi e ci furono una serie di queste situazioni che accaddero realmente.

Intervista a Bartolomé Seguì: le sue immagini dal barrioAvete ricevuto impressioni o reazioni da parte dei protagonisti dell’opera?
La maggior parte dei personaggi rappresentati nel fumetto sono morti. Oltre a Gabi ne restano solo due vivi, che Gabi ha rivisto recentemente proprio grazie al libro. Ma è vero che molte persone, soprattutto a Palma, hanno riconosciuto un quartiere che ormai non esiste più. Adesso è il contrario, ormai è un barrio quasi di lusso.

Storie del barrio è ambientato in un periodo di crisi economica per la Spagna, che rispetto a quegli anni è ora molto mutata dal punto di vista sociale. Com’è cambiata la Palma rispetto ad allora, nel tessuto sociale ed economico?
Quel quartiere era un quartiere popolare. Negli anni Ottanta diciamo che era un quartiere di strada, la maggioranza delle madri dei bambini che vivevano lì si dedicava alla prostituzione, ma era una maniera di vivere la prostituzione quasi rispettabile. Quando arrivarono la droga e l’eroina giunsero prostitute tossicodipendenti e il quartiere si convertì davvero in un posto molto più duro, fino a quando – mi immagino sia stato 5-10 anni fa – ci fu il recupero dei centri storici. E quello che si vuole ora è cacciare questa gente, che non dà una bella immagine della città, e mandarla fuori dalla città, convertendo questo centro storico quasi in una zona di lusso, con negozi e abitazioni che vengono comprate dai tedeschi. Il centro oggigiorno è molto turistico. Viene da ridere perché prima non c’era neppure la luce – Gabi lo dice molte volte – la spazzatura era ovunque… era un quartiere degradato.

Sia tu che Gabi siete originari di Palma de Mallorca, città dove siete tornati a vivere. Com’è il panorama del fumetto delle Islas Baleares?
Nelle Baleari ci troviamo in una situazione direi abbastanza invidiabile rispetto al resto della Spagna, ci sono molti disegnatori. Tanto che nel 2011 io e altri disegnatori del luogo abbiamo deciso di creare un’associazione che riunisse tutti, non solo gli autori ma anche i critici, i librai… L’associazione – di cui sono presidente – si chiama Cluster de Còmic i Nous Media de Mallorca, proprio con il termine imprenditoriale cluster. Per diversi anni abbiamo organizzato fiere del fumetto ed eventi di questo tipo, mentre dal 2012 organizziamo Còmic Nostrum Festival Internacional de Mallorca, che si svolge ogni ottobre. Ed effettivamente il panorama del fumetto a Mallorca è buono e abbiamo ottenuto un certo prestigio. Inoltre l’associazione raccoglie quasi il 90% del settore del fumetto di Mallorca. Si va in una sola direzione per tutti, senza divisioni. In vista della fiera del turismo delle Baleari, che organizzano a Madrid, stiamo pensando di “vendere” Mallorca attraverso il lavoro degli illustratori: così come si possono trovare fotografie di spiagge assolate, a Madrid lo stand delle Baleari avrà illustrazioni a fumetti sulla città. E chi lo avrebbe mai immaginato fino a poco fa? In questo senso in Spagna siamo in un buon momento, a partire dall’istituzione di un premio nazionale, dal successo del genere della graphic novel, dal cambio di etichetta da cómic a novela gráfica: abbiamo ottenuto un pubblico di lettori abituali, come esiste in Francia, un pubblico normale che legge romanzi, fumetti, graphic novel. Certo la situazione dell’industria non è ottima, anche se ci sono nuovi editori indipendenti e con una distribuzione dei fumetti in grandi catene quali la Fnac.

Ma esiste uno stile caratteristico degli autori balearici?
No, in realtà no. Nella nostra associazione ci sono disegnatori che stanno lavorando per il mercato statunitense, per Marvel e DC Comics, ma anche per il mercato francese (io stesso sto lavorando per la Francia), ma non abbiamo avuto una scuola come per esempio la Escuela Valenciana degli anni Settanta. Abbiamo stili molto diversi.
Quando iniziai a disegnare andai a Barcellona perché le case editrici erano a Barcellona, a Mallorca non c’era nulla. Quando tornai a Palma dopo 10 anni di vita nella città catalana temevo di morire di fame, ma nel frattempo si era già diffuso l’uso di Internet e oggigiorno si può lavorare da qualsiasi posto per qualsiasi mercato. La situazione è cambiata totalmente.

Quello di Storie del barrio è il racconto di una fuga volta a una crescita interiore, umana e poi professionale per il Gabi protagonista.
Beh, io sono maturato un pochino (ride). Gabi e io siamo come il giorno e la notte: io avevo una vita molto normale, lavoro, famiglia e cose così. Non avevo reali problemi e sotto questo punto di vista non abbiamo elementi in comune. Gabi continua a essere in una situazione complicata, quello a cui vuole dedicarsi è la scrittura.

L’edizione italiana di Storie del barrio raggruppa due volumi originariamente usciti in Spagna a distanza di due anni. Pubblicarla in due puntate è stata una scelta vostra?
L’idea iniziale di Gabi era realizzare una trilogia e credo siano rimaste fuori molte storie da raccontare. Quando stavamo lavorando sul primo volume, decidemmo di introdurre il testo scritto come intermezzo, che pensavo potesse dare una doppia lettura: un modo per alternare le storie dell’adolescenza sotto forma di disegno, seguite dalle storie scritte che spiegano e parlano del Gabi adulto, che ricorda la mancanza del padre nella prima parte e della madre nella seconda. Una volta terminato il secondo libro, l’opera ci parve completa. Chiudevamo il cerchio perfettamente. Per questo sono molto contento che sia uscito direttamente come un solo libro qui in Italia, permette la lettura di un’opera completa. Non è stato così in Spagna, in Francia, in Germania, dove è stato pubblicato separato e la gente non sapeva dell’esistenza di un’altra parte, sembrava un libro concluso… Credo che così si possa leggere una versione più completa.

Intervista a Bartolomé Seguì: le sue immagini dal barrio

Il vostro metodo di lavoro è cambiato con il procedere del fumetto?
Da quando iniziammo? No, in realtà no. Entrambe le volte stavo lavorando contemporaneamente a un altro progetto con Felipe Hernández Cava, su cui usavo la mattina con uno stile più realista, mentre il pomeriggio mi dedicavo al lavoro di Gabi, per il quale usavo un tipo di disegno che in qualche modo mi permetteva di riposare dall’altro. Quello per Storie del barrio è uno stile di disegno più semplice, gli altri progetti sono più elaborati, hanno bisogno di molta documentazione… qui in realtà di documentazione ce n’è poca. Ne è stata fatta su alcuni angoli del quartiere, ma in generale si tratta di un quartiere quasi “emozionale”, non reale. Cercavo per certe scene vie che non esistevano, ma che dessero l’impressione di vie oscure, senza che fossero necessariamente riproduzioni fotografiche di angoli reali.

Quindi non hai dovuto eseguire un vero lavoro di documentazione per rendere realistica l’ambientazione anni Ottanta della storia.
No, il primo giorno quando abbiamo iniziato il progetto avevamo 15-20 foto di vie e porte, ma alla fine non credo di aver utilizzato niente… Certo ho utilizzato la Plaza Mayor, quella sì. Ma non è un libro documentato come altri.

Qual è il tuo prossimo progetto?
Sto lavorando in Spagna a un progetto molto interessante, che è quasi segreto ma te ne parlerò comunque: si tratta dell’adattamento dei romanzi di Manuel Vázquez Montalbán con Pepe Carvalho e sono molto emozionato perché quando iniziai a lavorare a Barcellona, negli anni Ottanta, avevo creato un personaggio che era un detective spagnolo, mentre prima i detective erano quasi tutti americani. E Vázquez Montalbán, il suo Pepe Carvalho, i personaggi di Andreu Martín furono la mia ispirazione. Stavo lavorando a un altro progetto di cui avevo realizzato 15-20 pagine e mi chiamarono dalla casa editrice di Barcellona Norma Editorial, chiedendomi se mi interessava il progetto. Saranno album sulle 70 pagine. Adesso sto lavorando sull’adattamento del romanzo Tatuaggio e per luglio devo consegnarlo, quindi prima di ottobre non verrà pubblicato. La storia si svolge tra Barcellona e Amsterdam e al momento sto disegnando le pagine di Amsterdam.
Mi piace molto come progetto. Montalbán purtroppo è morto ma abbiamo contatti con il figlio ed esiste un circuito dedicato a Vázquez Montalbán e Pepe Carvalho nella città catalana, così ho l’opportunità di tornare a Barcellona! Devo disegnare la Barcellona precedente alle Olimpiadi. Una Barcellona più simile al barrio, più nera, oscura, meno bella.

Ringraziamo Bartolomé Seguì per le sue risposte e il tempo che ci ha dedicato.

Intervista realizzata dal vivo il 27 novembre 2016.


Note:
  1. I premi Ciutat de Palma sono nati nel 1958, ma solo recentemente il municipio di Palma ha deciso di includere la categoria “fumetto”. Per candidare un libro bisogna presentare almeno 16 pagine complete. 

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