Intervista agli autori di Skull, la follia reale interpretata dal sogno

Intervista agli autori di Skull, la follia reale interpretata dal sogno
Giovanni Nardone e Marco Nucci sono gli autori di una delle più recenti uscite Tunué, “Skull”, un racconto corale e onirico sulla vicenda della Sandy Hook Elementary School e di Adam Lanza. Li abbiamo intervistati per parlare di questo e di altri loro progetti insieme, ma non solo.

Giovanni Nardone vive e lavora a Bologna. Ha collaborato con i suoi disegniper varie autoproduzioni e riviste italiane ed estere, tra cui Sciame, Banana Oil e 64 page. Skull è il suo esordio per .

, classe 1986, collabora dal 2015 con Sergio Bonelli Editore– dove ha esordito con una storia breve su Dylan Dog Diary e l’albo Il terzo giornodella collana Le Storiecome sceneggiatore, curatore e community manager. Dal 2013 è direttore artistico del festival dedicato all’Indagatore dell’incubo Crime City Comics: Dylan Dog. Con Tunué ha pubblicato tre graphic novel da lui sceneggiate: La tana di Zodordisegnato da Isaak Friedel; Sofia dell’Oceano, disegnato da Kalina Mhuova, e Skulldisegnato da Giovanni Nardone.

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In occasione della loro collaborazione per la realizzazione proprio di Skull, pubblicato a ottobre 2018, abbiamo intervistato i due autori per parlare del loro nuovo lavoro insieme e dei progetti che li vedranno impegnati in un prossimo futuro.

Giovanni e Marco, ben trovati su Lo Spazio Bianco.
Per quale motivo, tra le numerosissime vicende di stragi avvenute nelle scuole americane, come per esempio Columbine o Parkland, vi siete ispirati proprio alla vicenda della Sandy Hook Elementary School e di Adam Lanza?

Marco Nucci (MN): L’ispirazione alla base di un fumetto, per ovvi motivi, nasce spesso da uno stimolo visivo. Nel caso di Skull ho scelto di raccontare la vicenda della Sandy Hook School dopo essermi imbattuto nello sguardo spiritato di Adam Lanza. È successo per caso, girovagando per la rete. A volte la navigazione internet procede in modo casuale, come una sorta di linguaggio dei sogni 2.0, per associazione. E così l’ho visto: occhi a palla, carnagione pallida come uno straccio lavato, capelli rossi a caschetto, quasi alla Beatles. Mi sono detto: questo sarà il protagonista del nostro fumetto.
Giovanni e io volevamo lavorare insieme da tempo, perché siamo accomunati da una certa passione per il macabro e l’incubo. A convincermi definitivamente arrivò l’aneddoto legato alla maestra Victoria Soto, che aveva salvato i suoi alunni chiudendoli negli armadietti della classe. Mi sembrò un dettaglio decisivo, anche se non saprei spiegarti perché: Skullè un progetto costruito su una serie di intuizioni irrazionali, messe in ordine attraverso la scrittura solo in un secondo momento. Ho pensato che lavorare in modo troppo ragionato sugli elementi narrativi avrebbe condotto a derive pedagogiche e moraleggianti, che quando si trattano argomenti del genere sono sempre in agguato. Noi invece volevamo proporre un enigma, ovviamente privo di soluzione.

Cosa vi ha spinto a rappresentare in forma onirica e simbolica un fatto di cronaca nera?
MN
: Semplicemente, abbiamo pensato che fosse l’unico modo di farlo. L’idea di realizzare un fumetto di cronaca non ci ha mai sfiorato: ne sarebbe uscita una tirata contro le armi, o qualcosa di altrettanto indigesto. Inoltre, raccontare una storia è (tra le tante cose) un atto morale, e si deve sempre tenere a mente quali sono i limiti su ciò che si può mostrare o scrivere senza rovinare tutto. È come camminare sulle uova. In Skull, la narrazione fugge dall’orrore del reale per rifugiarsi in quello letterario: ovvero, nel racconto di genere horror, fatto di mostri e incubi. Spaventosi, sì, ma in un certo senso anche rassicuranti. Skullsi rifugia nell’immaginario per fuggire dalla realtà. In un certo senso, lo si potrebbe definire un fumetto codardo. Mi piace, la parola “codardo”. È western.

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Sono molti i personaggi presenti in Skull. Perché raccontare questa storia in forma corale piuttosto che centrare l’attenzione solamente su Adam Lanza?
MN: Incentrare la narrazione su Adam sarebbe stato un suicidio narrativo. Impossibile focalizzarsi su una simile psicologia senza scrivere corbellerie, o apparire (giustamente) presuntuosi. Non sappiamo cosa girasse nella mente di Lanza: in fondo, non è neanche un argomento così interessante. Per lo meno, non per noi. E così lo abbiamo interpretato come una maschera metafisica, lasciando al lettore il piacere di decodificare la sinistra luce irradiata dai suoi occhi a bottone. Lo abbiamo messo sullo sfondo, come il cocchio di un becchino che aspetta la fine del funerale in strada.
Sul proscenio, abbiamo messo gli altri personaggi, in un racconto corale fatto di frammenti quasi autoconclusivi. Ogni capitolo, e ogni personaggio, hanno una funzione precisa, che va a creare una sorta di enigma. Un altro enigma, esatto: questa volta la soluzione c’è, ma naturalmente non posso svelarla. Ha a che fare con l’utilizzo del colore, e con alcuni oggetti che appaiono sullo sfondo.
Per concludere, direi che il racconto corale ha diverse funzioni narrative, sia a livello di costruzione che di sottotesto. Ma non indugerò sulla cosa, perché anche alla noia c’è un limite. Passiamo quindi oltre!

Marco, sei passato da un racconto delicato e fiabesco come Sofia sull’oceano a una storia cruda e reale come Skull. Con quale tipo di soggetto ti senti più a tuo agio?
Con nessuno dei due. Per me, scrivere è un’attività bellissima ma anche scomoda: continuo a farmi domande, a riscrivere, a ripensare, a non essere soddisfatto, a fare sogni sinistri. Insomma, nei momenti in cui ho scritto più intensamente,ho sempre rischiato l’ossessione. Lo so, è un’uscita da “scrittore esistenzialista con il dolcevita”, e mi prendo il rischio di essere sbeffeggiato. Specifico soltanto che di dolcevita ne possiedo dodici, tutti neri, e con il decimo mi hanno consegnato in omaggio una delega ministeriale che mi permette di “scrivere scemenze come quella qui sopra senza essere punito con la verga”.
Tornando alla domanda, per me non è mai una questione di soggetto, ma di linguaggio. Per questo, non ho trovato poi molto diverso lavorare a Sofia dell’Oceanoe Skull. Erano entrambi toni nelle mie corde, il difficile stava nel trovare l’armonia del racconto, il suo modo di essere messo in scena, sequenza dopo sequenza, vignetta dopo vignetta. Come un balletto. Spero di esserci anche solo in parte riuscito.

Chi ha scelto chi per questo lavoro in tandem?
MN
: Giovanni e ioci conosciamo da molti anni. Troppi, visto che lui è una persona squallida e malvagia. Malgrado ciò, volevamo lavorare insieme e attendevamo che arrivasse la storia giusta per farlo. Quando è accaduto, le cose si sono svolte come accade sempre con i fumetti:
“Ciao, Giovanni… Mi faresti tre tavole di prova per un progetto? Una sciocchezza, così… Senza impegno!”
“Sì, volentieri, ho giusto un paio di giorni liberi!”
Nessuno lo ha più visto per due anni.
Giovanni Nardone (GN): Vorrei precisare ai lettori che la motivazione alla base della mia turpe personalità sta nel bere esclusivamente caffè decaffeinato. Marco non l’ha mai accettato, come io non ho mai accettato i suoi dolcevita.Nonostante ciò, riusciamo anche a stimarci reciprocamente (non sembra, ma è così) e il nostro comune desiderio di lavorare assieme ci ha permesso di superare i nostri difetti.

Come si è svolta l’organizzazione del lavoro a quattro mani?
MN: Il lavoro si è svolto in modo abbastanza canonico. Io ho fatto lo sceneggiatore e lui il disegnatore. Tuttavia non ho scritto per intero la sceneggiatura e poi gliel’ho consegnata: ho invece buttato giù un capitolo per volta, attendendo che lui lo disegnasse prima di passare al successivo. E questo perché era la visione di Giovanni a darmi la chiave per capire l’evoluzione di Skull. Prima di continuare, beh, volevo vedere!
GN: La “rateizzazione” della sceneggiatura ci ha dato la possibilità di trovare le migliori soluzioni grafiche e apportare migliorie e aggiustamenti a ogni capitolo prima di andare avanti. Questo ci ha fornitoun grande vantaggio alla fine della lavorazione del fumetto, consentendoci di avere sottomano, durante la revisione generale, pochissime tavole che non ci convincevano.

skull_139_Interviste Avete in progetto di lavorare ancora insieme?
MN: Sì, vorremmo lavorare ancora insieme. Soprattutto perché siamo entrambi mancini e così nelle sessioni di dediche non ci ostacoliamo con i gomiti. Ma anche perché, come detto, abbiamo una certa sensibilità comune per tutto ciò che è macabro e onirico. Il prossimo progetto, se mai ci sarà, avrà un’attitudine certamente più pop. Il tono sarà lo stesso, ma le dinamiche saranno più avventurose e meno “autoriali” (se mi passi la parolaccia).
GN: Sì, ci piacerebbe lavorare a un nuovo progetto. “Ho giusto un paio di giorni liberi”!

Invece quali sono i lavori che avete, singolarmente, in cantiere?
MN: Di par mio, posso dire che sta per uscire, con Panini Comics, un fumetto noir/fantastico disegnato dal bravissimo (ed emaciato) Lorenzo Zaghi. Si intitolerà L’uomo delle valigie, e verrà presentato al Napoli Comicon 2019.Poi, sempre in primavera, arriverà in edicola con Cosmo un fumetto di stampo lovecraftiano, tutto ambientato in un manicomio, e pieno di mostri e morti ammazzati. Per il resto non mi posso pronunciare, anche se mi hanno garantito che con il ventesimo dolcevita avrò in omaggio la delega ministeriale che mi permetterà di “parlare di progetti segreti senza essere picchiato con il bastone”. Grazie!
GN: Attualmente, sto portando avanti diversi progetti tra i quali il mio secondo graphic novel. Mentre a febbraio di quest’anno vedrà la luce un progetto auto-prodotto a tema fantascientificorealizzato assieme a Zeno Toppan, un bravissimo scrittore emergente, e Giovanni Cavalieri, un grafico eccellente. Si intitolerà Quantoe per ora… questo è “Quanto”!

Grazie a Giovanni e Marco per la loro disponibilità e la loro simpatia!

Intervista realizzata via mail il 9 gennaio 2019.

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