Matita malinconica: intervista a Kalina Muhova

Matita malinconica: intervista a Kalina Muhova
Al Salone del Libro di Torino 2019 abbiamo intervistato Kalina Muhova, giovane promessa del fumetto italiano e autrice de "Il balcone" per Tunué.

Kalina Muhova è un’illustratrice bulgara che da anni vive in Italia dove ha frequentato l’Accademia Nazionale di Belle Arti di Bologna.
È co-fondatrice del collettivo di autoproduzione Brace. Con ha pubblicato nel 2018 il graphic novel Sofia dell’oceano, scritto da Marco Nucci; libro vincitore del Bartoli Award per il più promettente giovane autore al Festival ARF di Roma, vincitore del secondo premio come miglior fumetto al Festival Balkanska Smotra in Serbia e nominato nella Selezione Gran Guinigi del Lucca Comis & Games 2018 come uno tra i migliori fumetti pubblicati in Italia.
Nello stesso anno le sue opere sono state selezionate per la mostra internazionale della Children’s Book Fair di Bologna. Con le tavole originali di Sofia dell’Oceano ha realizzato al Treviso Comic Book Festival 2018 la sua prima mostra personale. Nel 2019 ha pubblicato sempre con Tunué Il balcone.

Ciao Kalina, grazie per la tua disponibilità.
Ciao e grazie a voi!

I tuoi disegni esprimono, indipendentemente dalla storia, una sottile malinconia che non lascia indifferenti. Come riesci ad infondere questa particolare sensazione all’interno delle tue tavole?
Viene da sola perché sono una persona malinconica. In generale non è un mio intento inserirla, però me lo hanno fatto notare in molti che è presente, per cui credo che a questo punto sia diventata un tratto stilistico involontario.

intervista-kalina-imm1_Interviste Sia in Sofia dell’Oceano che ne Il balcone disegni, con un taglio differente, la fuga da una realtà opprimente. Pensi quindi che l’arte, in tutte le sue forme, sia il luogo migliore dove rifugiarsi durante le situazioni difficili?
Di sicuro è una delle cose, se non l’unica, che rende questa vita sopportabile. Puoi avere una casa dove dormire e un pasto caldo tutti i giorni, ma magari ti manca tutto il resto: in questo caso la cosa che ti può far vivere bene è l’arte. Quindi sì, ritengo sia il luogo migliore per rifugiarsi durante le situazioni difficili.

In Sofia dell’Oceano hai lavorato insieme a Marco Nucci: come è nato il progetto e come è stata la vostra collaborazione?
Ci siamo conosciuti ad una mostra e lui mi ha proposto di realizzare un progetto insieme. Nel corso di un anno e mezzo, lavorando in maniera piuttosto seria e sentendoci praticamente tutti i giorni, siamo diventati anche amici e ciò ha portato buoni frutti: lui dava dei giudizi sui miei disegni e io sulla storia. È stato un lavorone per entrambi.

Nel fumetto ci sono richiami a classici dell’avventura, come i romanzi di Jules Verne o Alice nel Paese delle Meraviglie, ma anche al cinema, ad esempio il bislacco equipaggio del “Palla” mi ha ricordato Le avventure acquatiche di Steve Zissou. Quali opere hanno ispirato maggiormente questa storia e quale immaginario ha influenzato i tuoi disegni in particolare?
Tra gli autori che più mi hanno influenzato c’è sicuramente Gustave Doré. Insieme con Marco siamo partiti dall’idea di realizzare un libro che sembrasse un classico dell’avventura, proprio come i libri di Verne, quindi ci sembrava giusto prendere ispirazione da uno dei più grandi incisori di quell’epoca. Un’altra illustratrice che mi ha ispirato è Isabelle Arsenault, della quale osservo sempre i lavori. Penso sia rimasto un po’ del suo segno all’interno delle mie opere.

Studi a Bologna ma sei nata in Bulgaria, dove hai pubblicato anche silent book come Il balcone. La Bulgaria è un paese poco conosciuto in Italia per il suo panorama fumettistico: che rapporto hai tu con la scena bulgara? Ci sono artisti del tuo paese che hanno influenzato il tuo stile?
È poco conosciuta perché non esiste (ride). Ci sono pochi artisti bulgari e quei pochi lavorano in America o in Europa, perché bisogna anche tenere conto che in Bulgaria sono stati pubblicati pochissimi volumi stranieri in generale: Blacksad, qualche opera di Alan Moore, altre due o tre cosine e recentemente La terra dei figli di Gipi. Si contano sulle dita delle mani. Non c’è molto, nemmeno autoproduzioni: è tutto un mercato da esplorare, anche se piano piano si può risvegliare.
Anche io prima di arrivare in Italia non leggevo fumetti, a parte il solo W.I.T.C.H.: non so come sia arrivato in Bulgaria, ma quando è arrivato l’ho letto.

intervista-kalina-imm2_Interviste Ne Il balcone ti sei ispirata ad una poesia di Atanas Dalchev. Perché hai scelto proprio quella poesia del poeta bulgaro?
In realtà me l’ha proposta la sceneggiatrice con cui ho lavorato, perché a lei piaceva molto. Dalchev racconta spesso la quotidianità, ma in un modo tutto suo. Anche lui è un artista un po’ melanconico e si sofferma sugli oggetti di ogni giorno vedendoli attraverso il suo filtro personale. Proprio per questo lo sento vicino al mio modo di vedere il mondo. L’atmosfera era quella giusta per i miei disegni.

Le tue tavole sono già state protagoniste di una mostra personale al Treviso Comic Book Festival del 2018 e nello stesso anno hai vinto il Bartoli Award e Sofia dell’Oceano è stato candidato al Gran Guinigi come miglior fumetto, mentre nel 2019 al Premio Micheluzzi nella categoria “miglior disegno”. Senti la pressione dei lettori per i tuoi prossimi lavori o stai vivendo serenamente questa meritata ammirazione per le tue opere?
Diciamo che non mi faccio troppe paranoie, anche perché spesso i miei disegni, una volta che li vedo finiti, non mi piacciono molto, quindi in realtà sono ogni volta contenta e sorpresa che qualcuno li apprezzi. Tutti questi premi e nomination non me li aspettavo per niente. La pressione più grande è quella che ho sempre dentro di me, quella voce che ti dice “non sei abbastanza brava”. Per cui cerco sempre di migliorare e vedere come va.

In un momento in cui tanti artisti sfruttano le potenzialità del digitale per sperimentare nuove soluzioni grafiche, tu per disegnare utilizzi la matita con risultati stupefacenti. Quali sono le motivazioni di questa scelta?
Mi piace tantissimo cancellare, quindi la matita diventa l’unico strumento con cui mi sento di disegnare. Ovviamente anche in digitale si può cancellare, però non lascia quella traccia di passaggio. Il bello della matita è che puoi vedere proprio la fatica che hai fatto a creare quel disegno e quanto ci hai lavorato sopra. Quando vedo un disegno a matita non riesco a non apprezzarlo, anche se è di un bambino o di qualcuno che ha appena cominciato a disegnare. Quindi per tutti questi motivi mi va di continuare su questa via. Adesso sto anche sperimentando e sto colorando un paio di cose mie in digitale, però il disegno è sempre prima a matita, altrimenti non mi diverto.

Intervista rilasciata dal vivo al Salone del Libro di Torino 2019

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