Sergio Gerasi riesce a mettere insieme un’attività seriale ad un’intensa e premiata attività di autore a tutto tondo, dimostrando come si può abbattere il muro tra fumetto d’autore e fumetto popolare rimanendo coerenti con sé stessi e il proprio tratto, ma facendosi trasportare sempre dalle emozioni. Disegnatore, autore unico, musicista è un vero e proprio artista della china conosciuto e celebrato come una delle colonne portanti di Dylan Dog, sempre incredibilmente attento nel dosare le emozioni e nel renderle con il suo tratto personalissimo, capace di essere contemporaneamente pop e ricercato, elegante.
Ospite durante la prima edizione di Nuvole in Festa, evento sul fumetto a Sellia (CZ), lo abbiamo incontrato e fatto due chiacchiere sul suo lavoro e sullo stato del fumetto.
È di poco tempo fa l’uscita di Valentina è Vera, graphic novel interamente realizzata da te ed edita da Feltrinelli (nel 2024, mentre a Lucca 2025 è uscito Valentina quanto ti amo!) che riprende l’iconico personaggio creato da Guido Crepax. Un esperimento coraggioso ed esaltane, che guarda al passato e si proietta nel futuro. Ci parli della genesi del libro e di come si svilupperà in futuro?
L’idea di riportare nelle librerie Valentina, con storie nuove e contemporanee, è nata quasi per caso, da una chiacchierata digitale con Caterina Crepax, dopodichè ha preso forma e consistenza grazie alla forte volontà di Feltrinelli Comics che ha anche deciso di riportare in libreria le magistrali storie di Guido Crepax con una ripubblicazione corposa e importante.
L’idea è sempre stata quella di non inserire queste nuove storie nella linea narrativa del suo creatore, e di conseguenza immaginare una nuova Valentina, mantenendosi però fedeli, per quanto possibile, alla natura del personaggio.
Lo stesso principio si può ritrovare nella proposta visiva: ho cercato di rispettare il linguaggio fumettistico di Crepax senza imitarlo in alcun modo, ma trovando un tratto che in qualche modo potesse ricordarlo, senza rinunciare alla mia espressività, cosa che sono (siamo) certo gli avrebbe fatto piacere.
Attualmente è in lavorazione il terzo volume, presenterà un taglio più psicologico e meno legato alle nuove tecnologie come avvenuto per i primi due volumi, non per questo però sarà meno adiacente al mondo di oggi. Permettimi di fermarmi qui, nel senso che parlare di un futuro ancora più lontano, in momenti come questo, sembra impossibile. Viviamo nel presente, è già qualcosa.
Il tuo tratto è personalissimo. Sei indubbiamente un maestro nel dosare bianco e nero, eppure le tue tavole sono sempre “luminose” eppure soffusamente malinconiche… come hai lavorato negli anni per arrivare a questa sintesi?
Il percorso è stato lungo, le mie prime tavole pagate e pubblicate risalgono ormai a 26 anni fa. Forse 27… Ora che ci penso, i miei primi compensi erano in lire, dirlo così, adesso, mi sembra preistoria, ma tant’è…
Fare questo lavoro significa essere sempre alla ricerca di una propria voce, almeno questo è come ho sempre interpretato io il fare fumetti, anzi, più in generale, il dedicare tutto il proprio tempo a qualcosa di immaginifico.
Io ho lavorato sia nell’ambiente seriale, sia in quello autoriale (non sono mie definizioni, concedetemi questa suddivisione che, personalmente, non apprezzo): lavorare in ambiente serializzato, almeno quando ho iniziato io, significava dimostrare la propria bravura, tutta la tecnica di cui si era in possesso. Così ho fatto io per anni, finché, con tutta la consapevolezza del caso, ho superato questo scoglio e dopo un viaggio in Francia (ad Angouleme dove conobbi Nicola De Crecy ma soprattutto dove vidi una sua mostra) tornai pensando che il mio approccio al disegno dovesse cambiare, avevo bisogno di metterci più pancia che testa, più cuore che mano. Da lì tutto cambiò e incredibile a dirsi, anche la tecnica è cresciuta. Almeno credo.
Nel 2012 hai iniziato a lavorare su Dylan Dog, con L’Assassino della Porta Accanto (307, con testi di Fabrizio Accattino), mentre ad oggi il tuo ultimo albo è Produci, Divora, Muori (467, del grandissimo, indimenticato Gianfranco Manfredi) per la serie mensile, (I)ncubo (autore Marco Nucci) per L’Enciclopedia della Paura. Che tipo di relazione hai con il personaggio? Perché è come se foste cresciuti insieme…
Dylan Dog è stato il personaggio a fumetti che ha senza dubbio segnato le vite di moltissimi lettori tra la fine degli anni 80, per tutti i 90 e ancora oggi spicca tra la produzione fumettistica tout court.
Tra quei molti a cui Dylan segnò la vita c’ero anch’io, lettore incantato che non riusciva ad aspettare il mese successivo per leggerne una nuova storia.
Sedici anni fa, all’incirca, mi son ritrovato a disegnarlo per la prima volta e per me è stata la coronazione di un sogno. Se da piccolo avessi sognato di fare l’astronauta, beh, ero arrivato su Nettuno.
Di fatto, come dici tu, siamo cresciuti insieme, o meglio nella mia crescita c’è sempre stato Dylan e ora che sono proiettato ai 50 (anni, ahimè) Dylan è sempre lì. Nutro un affetto e un attaccamento viscerale per questo personaggio, da fan, a tutti gli effetti.
Tra i tuoi lavori, ci sono alcuni albi di Valter Buio, una maxiserie straordinaria pubblicata da Star Comics e scritta da Alessandro Bilotta. Un esperimento, ma solo una delle tante collaborazione con un autore personalissimo con cui in questo periodo stai lavorando su Eternity. Le sue sceneggiature sono labirintiche, enigmatiche, ariose, imprevedibili; il tuo tratto è delicato, “scivoloso”, fantasmatico. Dopo tanti fumetti insieme, così come le sue storie influenzano la tua composizione credo che i tuoi disegni contaminino le sue parole: è vero? E se è vero, in che modo?
Questa è una cosa che spero, ma che potrebbe confermarti solo lui. Quel che è certo è che lavoriamo insieme da tantissimo tempo, ci hanno fatto conoscere i fumetti ma dal lavoro è poi nata un’amicizia solida che dura tutt’ora.
Sono sufficientemente sicuro nel dirti che Alessandro è uno di quegli scrittori che, al pari di Sclavi, ci tiene sempre a sapere chi disegnerà le storie che andrà a immaginarsi, proprio perchè riesce ad indirizzare la sceneggiatura secondo le caratteristiche del disegnatore.
Ugualmente io, se riesco a portare qualcosa di mio alla storia che ha scritto qualcun altro, allora sono soddisfatto, a quel punto son certo che è un lavoro venuto bene.
Il fumetto sta attraversando un periodo difficile, in Italia. E per ora, sembra che potrebbe diventare “elitario” come altre forme d’arte (la pittura, la scultura, l’archietttura): è un processo irreversibile? È il segno dei tempi? O pensi che possa tornare ad essere “popolare” (e come)?
La forma popolare del fumetto è la vera forza rivoluzionaria di questo linguaggio. Non credo che non sia più popolare: se parliamo di prezzi, un fumetto da edicola costa meno di un pacchetto di sigarette, anche meno di una confezione grande sì, ma di chewing-gum, molto meno di un panino (un panino!!!) all’autogrill.
Parliamo di vendite? Non mi piace parlare troppo di dati ma rendiamoci conto che un fumetto come Dylan, per esempio, esce una volta al mese (solo l’inedito mensile, sorvoliamo per un momento su tutte le altre collane) – se mettiamo insieme le copie che questo fumetto vende in un anno, siamo molto sopra – ma molto- una marea di altre pubblicazioni. Sicuramente chi produce in Italia ha dei costi incredibilmente più alti di chi compra dall’estero e ripubblica.
Insomma, il discorso è complesso e lungo, la situazione non è quella di una volta, certo, ma per tantissimi ambiti produttivi italiani, figuriamoci per l’editoria. Chissà perchè, questo fantasmagorico Made in italy funziona solo sulle scarpe. Che poi accendi una sera per caso la tv e scopri che son fatte ovunque, fuorchè in Italia.
Intervista condotta dal vivo durante l’evento Nuvole In Festa, nuovo Festival dedicato al fumetto, ideato da GianLorenzo Franzì e interamente finanziato dal Comune di Sellia (CZ).
Sergio Gerasi
Sergio Gerasi: il suo debutto nel mondo del fumetto avviene nel 2000 su Lazarus Ledd della Star Comics, serie per cui illustrerà un totale di 18 numeri fino alla chiusura nel 2006. Sempre per Star Comics diventa copertinista di Rourke e disegna albi di Jonathan Steele, Nemrod, Cornelio, il detective con le sembianze di Carlo Lucarelli. Su Valter Buio inizia il sodalizio artistico con Alessandro Bilotta, autore che in seguito diventerà il suo collaboratore principale.
Per Mondadori, insieme a Tito Faraci, adatta a fumetti un racconto di Alan D. Altieri, pubblicato nella raccolta Internationoir. Nel 2009 firma, insieme a Davide Barzi, il libro a fumetti G&G, dedicato a Giorgio Gaber (Premio miglior graphic novel FullComics 2010).
Dal 2011 disegna Dylan Dog per Sergio Bonelli Editore. Per la casa editrice realizza inoltre un albo della collana Le Storie, L’ultima trincea, e dal 2017 riprende la collaborazione con Alessandro Bilotta sulle pagine del pluripremiato Mercurio Loi.
Ha pubblicato quattro graphic novel da autore unico (testi e disegni): Le tragifavole (2010) per ReNoir Comics, e In inverno le mie mani sapevano di mandarino (2014), Un romantico a Milano (2018) e L’Aida (2020) per Bao Publishing. Con Un romantico a Milano vince il Premio Andrea Pazienza (Le strade del paesaggio 2018) per il miglior autore completo.
A partire dal 2021 disegna la serie biografica in tre atti Molière su testi di Vincent Delmas per l’editore francese Glénat, inedita in Italia.
Nel novembre 2022 entra a far parte del team di disegnatori di Eternity di Alessandro Bilotta, edito da Sergio Bonelli Editore e vincitore del Premio Attilio Micheluzzi 2023 per la migliore serie italiana.





