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Il graphic journalism secondo Marco Rizzo

Komikazen 2012: il graphic journalism secondo Marco Rizzo
Marco Rizzo ci parla del processo creativo e dei risvolti politici e civili del giornalismo grafico, con uno sguardo gettato anche sulle prospettive future e sui suoi modelli personali.
Articolo aggiornato il 23/09/2017

(1983), autore di fumetti e giornalista, per BeccoGiallo ha pubblicato i volumi Ilaria Alpi, il prezzo della verità (disegni di Francesco Ripoli), Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (disegni di ), Mauro Rostagno, prove tecniche per un mondo migliore (assieme a Nico Blunda, disegni di Giuseppe Lo Bocchiaro). Nel 2011 ha curato la trasposizione a fumetti del libro di Philippe Brunel Gli ultimi giorni di Marco Pantani (disegni di ), edito da Rizzoli Lizard, il volume Primo (disegni di ), edito da Edizioni BD, e Que viva el Che Guevara (disegni di ), edito da BeccoGiallo. Ha all’attivo diversi riconoscimenti, tra cui il Premio Micheluzzi 2008 e il Premio Siani 2009.
È curatore del blog Mumble Mumble sul sito de L’Unità e fondatore del sito ComicUs.

Il graphic journalism secondo Marco Rizzo

La formula del volume a fumetti con tema tratto dal reale sta conoscendo una diffusione in crescita. Quali sono le potenzialità di questa formula e quali le possibili frontiere future?
Il mezzo in sé, il linguaggio del fumetto, è già maturo. Certo, le potenzialità e le sperimentazioni sono sempre infinite, e buone intuizioni “rinfrescano” il mezzo (si pensi, che so, ad Asterios Polyp). E certamente il digitale aumenterà il raggio delle possibili novità. Andando più nello specifico, mi stupisce che non ci sia ancora un Gomorra nel fumetto. Una graphic novel che racconti il reale romanzata nel giusto equilibrio, che faccia notizia e dia notizie, e per ciò raccolga un ampio successo. Per sbloccare certe potenzialità, inoltre, saranno necessari maggiori investimenti sugli autori. Non è solo una discussione sul giusto compenso, ma mi riferisco anche a questioni più pratiche. Joe Sacco, il padre del graphic journalism, viene mandato a spese di editori o quotidiani con cui collabora nelle aree calde del mondo, come un qualunque inviato. Difficilmente immagino un editore italiano tentare un investimento simile.

Il potente ancoraggio alla realtà offerto da queste narrazioni può favorirne il successo anche presso un pubblico solitamente lontano dai fumetti?
Dico sempre che questo tipo di fumetti, per il tema o il personaggio trattato, riesce spesso a interessare gente che non ha mai letto fumetti in vita sua o aveva persino pregiudizi verso il medium. Il graphic journalism secondo Marco RizzoLo dico anche per le esperienze con il pubblico di lettori che incontro in fiera o alle presentazioni dei miei libri. Poi ci sono i lettori abituali di fumetti che magari si trovano ad approfondire certi temi seguendo il proprio autore nelle sue escursioni nel graphic journalism (penso a Igort). Oggi come oggi, credo che le graphic novel, e le chiamo così saltando per praticità tutte le specificazioni del caso, e il graphic journalism siano uno dei pochi, se non il più efficace, “entry point” per migliaia di nuovi lettori di fumetti.

Ci sono degli autori (nel mondo del fumetto, ma anche in quello del giornalismo, della letteratura o della saggistica) che per te sono stati un punto di riferimento nell’approccio analitico e narrativo verso fatti di cronaca?
Nel fumetto, certamente Joe Sacco. Sono affezionato a Delisle, di cui avevo notato il talento quando in Italia non era ancora pubblicato, ma è un approccio talvolta più umoristico. In realtà è il new journalism di Capote, Wolfe, ma anche della Fallaci e di tanti ottimi inviati italiani ad essere alla base di queste ricostruzioni forse un po’ romanzate della cronaca o del passato. Personalmente, poi, credo che il fatto di avere macinato cartelle su cartelle nelle mie esperienze giornalistiche vere e proprie, tra l’altro in città difficili come Palermo e Trapani, mi abbia trasmesso un approccio analitico e soprattutto di metodo più da cronista che da narratore. Ma questo sta più ai lettori dirlo.

Rispetto a un articolo di giornale, il fumetto ha una componente grafica che garantisce un impatto visivo immediato nel lettore. In sede di elaborazione della sceneggiatura ci sono scelte e valutazioni legate allo stile del disegnatore, ovvero alla forma fisica ed estetica che la tua scrittura assumerà?Il graphic journalism secondo Marco Rizzo
Certo, come in qualunque altra occasione in cui lo sceneggiatore può permettersi (se gli va) di “tarare” il proprio stile sul disegnatore. In Que viva el Che Guevara, che forse tra i miei volumi è quello con alle spalle un minore lavoro da inchiesta o indagine vera e propria, con Lelio (Bonaccorso, ndr) abbiamo scelto di usare stili di disegno e narrazione differenti a seconda dei momenti storici. Le pagine ambientate durante la guerriglia, ad esempio, sono in un bianco e nero che ricorda lo stile di Alberto Breccia e il ritmo è più veloce, quasi da film d’azione.

Questa edizione di è incentrata sulla rappresentazione del reale con sfondo italiano, esattamente la tipologia di soggetti di cui ti sei spesso occupato (le storie di Impastato, Rostagno, Pantani). Credi che l’approfondimento di vicende poco note nei dettagli e di zone d’ombra della nostra storia nazionale possa avere anche un rilievo civile, oltre che artistico?
Assolutamente, è il motivo principale per cui le affronto, che poi è la stessa ragione per cui tratto questi temi nei miei articoli veri e propri, nei miei saggi o quando riesco, nel mio piccolo, a dare un contributo alla società civile della mia città. Viviamo in un paese con problemi di memoria, di verità falsificate o rimandate per decenni, di diritti negati e rincoglionimento indotto. Che si aspetti un quarto di secolo sentenze per delitti di mafia o stragi, che si dibatta ancora sulle legittimità dei martiri della nazione a seconda del loro colore politico, che si accetti senza indignarsi un riciclaggio di ideali e personaggi inquietanti è frutto della mancanza di memoria cronica. Operazioni come il nostro libro su Rostagno, per dirne una, sono un Il graphic journalism secondo Marco Rizzopiccolo tentativo di aggiungere un tassello al mosaico in frantumi della memoria collettiva, di diffondere notizie su personaggi che possono essere di ispirazione per le nuove generazioni. E non mi si dica, poi, che questo non è giornalismo! Certo, posso parlare per me e per i disegnatori con cui ho collaborato (e uno sceneggiatore, Nico Blunda) ma dietro queste ricostruzioni storiche c’è la ricerca di documenti, foto, atti processuali, ore e ore di interviste e gigabyte di fotografie. Proprio con Rostagno, a detta di molti, abbiamo realizzato la biografia più completa e aggiornata su Mauro (prima de Il suono di una sola mano della figlia Maddalena, ovvio) con una ricostruzione dell’omicidio, ad esempio, frutto dello studio di perizie e testimonianze. Non è un caso se ho trovato il libro sul banco tra i documenti sia dei Pm che degli avvocati della difesa, al processo. È stato il nostro dovere di cronisti e, aggiungo, di siciliani.

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