Filosofia mutante: come è essere un X-Men

Dietro alla lettura delle avventure a fumetti dei "perturbanti" X-Men si cela un'inaspettata esperienza profondamente e incredibilmente filosofica.

A Ostia (Roma), presso l’Aula Magna dell’istituto superiore Faraday, il 4 e 5 settembre 2015 si è svolta la prima edizione della Summer School organizzata da Lidi Filosofici. Quest’anno il tema è stato “Marvel Philosophy. La meravigliosa filosofia del fumetto“. I corsi hanno visto l’utilizzo di , Avengers e altre realtà del mondo del fumetto per affrontare temi filosofici quali libertà, etica, identità. La scuola di formazione di Lidi Filosofici, aperta a tutti, ha permesso allo studente interessato alla filosofia e/o al fumetto di scoprire nuove vie di accesso al pensiero e al piacere del testo (filosofico o fumettistico che sia), all’insegnante di trovare opportunità di aggiornamento, suggestioni, spunti di riflessione didattica, all’appassionato di fumetti di avere dell’oggetto della propria passione una “realtà aumentata” dall’indagine filosofica così da godersi maggiormente l’esperienza di lettura. Da questa esperienza deriva questo articolo.

Filosofia mutante: come è essere un X-Men

«Volete davvero sapere come ci si sente nei panni di un X-Man? Basta essere un ragazzo di colore intelligente e amante della lettura in un ghetto americano contemporaneo. Mamma mia! Un po’ come avere due ali di pipistrello o un paio di tentacoli che ti spuntano dal petto»
(Junot Díaz, La breve favolosa vita di Oscar Wao)

Stupefacenti, meravigliosi, sorprendenti (astonishing), senza limiti (unlimited) ed estremi (x-treme). Così sono stati definiti, nel corso degli anni, i mutanti membri del gruppo noto come gli X-Men. Ma è con l’aggettivo uncanny – misteriosi, irreali o, come è tradizionalmente stato tradotto nelle testate italiane, incredibili – che nel settembre del 1963 gli autori Stan Lee e Jack Kirby ci presentano per la prima volta questa loro nuova creazione fumettistica (Uncanny X-Men, appunto). Aggettivo che sarebbe plausibile tradurre anche con “perturbanti”, concetto il cui significato – secondo Sigmund Freud – risiede nell’esperienza di un fatto intimamente familiare che riemergerebbe dopo essere stato sottoposto a un processo di rimozione, un residuo di attività psichica riportato alla luce. Cos’è che fa dei mutanti un fenomeno capace di destare in noi tale sentimento? Cosa rende gli X-Men così uncanny? Quali segrete attività e processi rimossi il leggere le loro avventure, il guardare le loro imprese, fanno riemergere e venire alla luce dalle zone familiari e intime – eppure celate e nascoste – della nostra psiche?

La paura? Sarebbe questo il sentimento prodotto e generato dalla presenza di queste “meraviglie” (marvels), che non sarebbero altro che mostri che minacciano l’uomo normale, comune, di cui mettono a rischio la vita pacifica con la loro semplice presenza e a cui non fanno che infliggere sofferenze con le loro azioni? Senso di inferiorità o il sentirsi punti su generiche mancanze e colpe collettive, su ciò che si potrebbe – o dovrebbe – essere ma non si è? O è piuttosto la diversità, l’alternativa tra essere normali o diversi, tra il richiamo della normalità o il desiderio di essere un mutante?

Filosofia mutante: come è essere un X-Men

Uno dei paradossi e degli enigmi dell’essere umano è dato dal fatto fondamentale che in lui convivano, in maniera più o meno pacifica o più o meno conflittuale, sia un forte desiderio di essere ordinario, adeguato e perciò accettato in un gruppo, in una comunità, sia uno ad attirare l’attenzione, distinguersi dagli altri, emergere, essere e venire riconosciuto straordinario. Assecondare il primo impulso – assumendo il termine “normale” non come meramente descrittivo ma come prescrittivo, come indicante un obiettivo, una linea guida, un criterio per come le cose dovrebbero essere, e non come un indicatore di come semplicemente le cose statisticamente sono – è più facile e comodo; accettare il secondo, invece, più eccitante ma rischioso. Essere singolare, unico, eccezionale ed essere a parte, separato, solitario, isolato, abbandonato, senza gli altri, non sembrano stati e condizioni così diversi, o comunque così separabili.
Più che il rappresentare una paurosa minaccia per l’umanità, più che l’esprimere un monito e un rimprovero per una non eroica condotta di vita, l’elemento perturbante che caratterizza i mutanti sembra essere il loro dare espressione, simbolica ma vivida, al conflitto tra normalità e individualità che è connaturato ad ogni uomo: le storie degli X-Men possono essere ben comprese come esempi letterari delle crisi esistenziali attraversate e affrontate da ogni individuo. L’esperienza dei mutanti è angosciosa, assurda, una lotta senza fine, ma l’eterna fatica dei mutanti rappresenta l’infinita e senza senso ricerca che è la vita dell’uomo in generale, rispecchia la ricerca propriamente umana di autenticità e identità. Gli X-Men simboleggiano l’inquietante – e potenzialmente terrificante – realtà della condizione umana.

L’uomo si può anche attribuire da se stesso una realtà e un valore autonomi, assoluti, ma la sua certezza, in questo modo, non è ancora un sapere, potrebbe ancora essere illusoria, falsa, folle. Come indica Hegel, occorre che tale valore sia rivelato come una realtà oggettiva, esterna all’io stesso, e quindi l’uomo deve imporre l’idea che si fa di sé ad altri da sé, deve farsi riconoscere dagli altri. Questa azione volta a soddisfare il desiderio di riconoscimento è la prima attività antropogena, che dà origine all’uomo in quanto uomo e non semplice animale, essere biologico, dato naturale.
Il mutante è soprattutto l’immagine dell’esistenziale lotta umana, tutta umana, per il soddisfacimento di questo desiderio di riconoscimento, per la ricerca di un’autentica identità, fattori che determinano e caratterizzano l’essere umano come costantemente in divenire, come mutante, appunto. E se c’è un momento della mutante vita umana che essi in particolare incarnano e rappresentano è l’adolescenza.

Filosofia mutante: come è essere un X-MenLa trasformazione, la mutazione, non sono però caratteristiche esclusivamente dell’adolescente, ma umane in senso generale. Solo come suo proprio desiderio l’uomo si costituisce e si rivela, tanto a sé quanto agli altri, come un io propriamente umano e non meramente biologico e naturale. Quest’essere che si “nutre” di desideri che l’uomo è, crea se stesso proprio nella e dalla soddisfazione del suo desiderio, e si realizza, quindi, solo in quanto azione negatrice e trasformatrice del dato, in vista del desiderio da soddisfare. L’essere dell’uomo è, allora, essenzialmente azione, risultato del proprio stesso operare, e la sua esistenza significa sostanzialmente divenire ciò che non è, mutare mediante la negazione di ciò che è stato.

Ma i sentimenti di solitudine, disperazione, incertezza, sofferenza, i risultati maldestri, imperfetti, indecisi di queste auto-trasformazioni e auto-creazioni, sembrano mettere in dubbio la sovrana sicurezza decisionale e il controllato aspetto teorico e pratico dell’azione messi in atto dal soggetto hegelianamente inteso. Adolescenti e mutanti mettono in scena l’immagine di un soggetto più che altro sconosciuto anche a se stesso, dotato di un quadro e una visione assai imprecisi e incompleti di ciò che costituisce il proprio essere. In questo soggetto l’aspetto pienamente cosciente, conoscibile, decidibile, calcolabile, rappresenta solo una parte dell’esistente, mentre ciò che è più profondo ed essenziale rimane oscuro, intenso e denso. Sembra rappresentato, più che altro, l’io problematico – e niente affatto ottimisticamente idealistico – e decostruito di uomini sconosciuti a se stessi, l’io non accessibile e non scrutato fino in fondo descritto da Friedrich Nietzsche.

La conoscenza di sé, per quanto possa essere fatta progredire, rimarrà sempre incompleta, solo grossolana e approssimativa: non si potrà mai contare e calcolare il numero degli istinti e degli impulsi che costituiscono i fili della tela di cui il sé è intessuto e intrecciato, non se ne potranno mai misurare la forza, valutare i flussi e i riflussi, valutare e paragonare i continui andirivieni, gli alterni allacci e scioglimenti, conoscere le leggi del nutrimento. Le incalcolabili fami del nostro sé vanno al di là di ogni possibilità razionale e conoscitiva, e vengono appagate e nutrite solamente dal caso, dagli eventi che ci occorrono e che gettano una preda ora a quello ora a quell’altro avido e affamato istinto. Voracemente i tentacoli dei più intimi e sconosciuti istinti si nutrono e crescono, sviluppando il sé come un mutante polipo casuale e in costante divenire. I sogni, fino a un certo grado, forniscono una compensazione di queste fami istintuali, interpretandone in maniera sfrenatamente e poeticamente libera i desideri e i bisogni di nutrimento. Ma anche tutta la nostra esistenza vigile non è poi assai dissimile da questa funzione di appagamento, compensazione, nutrimento: la cosiddetta coscienza, il cosiddetto io, sono, in fondo, un commento più o meno fantastico – anche se meno libero, sfrenato e poetico rispetto ai sogni – di un testo inconscio e, forse, inconoscibile, scritto in un alfabeto che erriamo a leggere, e che tuttavia sentiamo profondamente e fortemente, che è il nostro sé.

Filosofia mutante: come è essere un X-Men

Lo sconosciuto polipo mostruoso e mutante e la spietata, avida, insaziabile e inquietante tigre sul cui dorso cavalchiamo e di cui solo caoticamente nutriamo le bramose fami – che sono il sé proprio dell’uomo – si agitano continuamente per loro propria costituzione. Sulla base di questa instabile, mutevole, rischiosa condizione umana, una cosa sola, è necessaria: un’arte grande e rara spetta all’uomo che voglia provare a cavalcare l’avida e feroce tigre sul cui dorso è sospeso il proprio essere, a nutrire e far crescere in maniera appagante e non casuale i voraci tentacoli che si intrecciano nel proprio intimo. Egli deve imparare a conoscere e abbracciare, almeno il più possibile, tutti i fili, forti e deboli, che costituiscono il tessuto del suo essere, e inserirli nella trama di un piano artistico, affinché ognuno di essi – e con ciò l’esistenza stessa nel suo complesso – acquisti un senso, un significato, una giustificazione estetica. Esercizio costante, lavoro quotidiano, costrizione e disciplina sono necessari per dominare il proprio essere e sperimentarlo, plasmarlo e scolpirlo in una composizione poetica, artistica e assolutamente singolare. Dare uno stile, un gusto, una marca, una firma al proprio sé è il solo modo di appagarlo, di nutrirlo e farlo crescere, di rendere il proprio costante divenire e mutare una auto-trasformazione e auto-creazione, inventando poeticamente il proprio ethos. Cucirsi un costume sembrerebbe una metafora perfetta di questo lavoro trasformativo dei fili, delle fibre e dei tessuti del proprio essere in un’opera dallo stile unico, personale e autentico.

Le vicende dei mutanti ci insegnano che la questione della costituzione del soggetto non si arresta ad una lotta a morte in cui un trionfo conserva in sé le tracce di una battaglia o una vittoria viene strappata nel corso di una guerra tra due avversari al fondo inseparabili per cui di tale guerra conserva la memoria. La vera questione del soggetto non è nell’autonomia e nella libertà, quanto piuttosto nell’eteronomia del ciò mi (ri)guarda anche laddove io non vedo niente, non so niente, non ho l’iniziativa, laddove non ho l’iniziativa su ciò che mi ingiunge di prendere delle decisioni – che nondimeno saranno le mie, e che dovrò assumermi da solo.

Decostruire il fantasma della sovranità del soggetto, come fa Jacques Derrida, significa aprire la possibilità di pensare in maniera diversa il sé. L’io è una pausa, una stasi nella stanza del tè, è il perenne mutamento che ritorna su se stesso, è ospitalità incondizionata all’altro da sé. L’io trema, si ritorce, si squarcia, affetto da un fattore di mutazione che non è assoluta, libera, sovrana, autonoma, ma piuttosto eteronoma, guidata e diretta come da un gene X, da una “cosa” se non sconosciuta certo mal conosciuta dal cosiddetto io. L’uomo sarebbe, quindi, l’essere più perturbante, «il più unheimlich».

Filosofia mutante: come è essere un X-MenIl sé dell’uomo sarebbe, dunque, un eterno adolescente in divenire, un polimorfo mutante, per lo più mal conosciuto tanto agli altri quanto a se stesso, che tenta e sperimenta un proprio stile per giustificare e dare un senso alla propria esistenza.
Ed è questa inquietante e incredibile condizione umana che in qualche modo le vicende degli X-Men e dei mutanti Marvel in generale mettono in scena nelle loro storie a fumetti. Con i mutanti viene chiaramente alla luce – perché rappresentato in maniera estrema, superlativa, emblematica, enfatica – l’altrimenti indicibile e impensabile ma intimo e familiare segreto della natura umana: il suo elemento instabile e spaventoso – come un proliferante polipo o una famelica tigre –, generalmente rimosso e quindi inconsapevole per la limpida e chiara coscienza ma in realtà ben impiantato nella psiche, torna, si (ri)presenta e rappresenta come un inquietante ed estraneo altro nelle tavole disegnate e nelle storie raccontate dei mutanti. Il sentimento che questi inducono a provare è, appunto, quello del perturbante. Ecco perché, credo, i mutanti sono perturbanti – gli X-Men così uncanny – e la lettura dei loro fumetti un’esperienza così profondamente e incredibilmente filosofica.

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

   

Inizio