“Continuerà così finché il petrolio non finirà e di questo posto resteranno solo delle sterminate rovine”.
In una Sicilia immaginaria, ma non così distante dalla realtà, un gruppo di ragazzi cresce all’ombra della grande raffineria, opportunità di lavoro per tutti gli abitanti della zona, ma anche fonte di inquinamento e causa della strana “malattia dei fiori” che, silenziosa e letale, sta decimando gli operai…
Edizioni BD presenta Fiori di filo spinato, il graphic novel d’esordio dei giovani artisti Giuseppe Montagna, in arte Maxem, e Chiara Lo Sauro, aka Kizazu.
Con un disegno che prende ispirazione dal mondo del manga e del manhwa, Fiori di filo spinato racconta la realtà dei giovani di oggi filtrandola attraverso un immaginario fantastico affascinante, ricco di suggestioni che fanno riflettere e commuovere. Una lettura che tocca temi attualissimi e spinosi come l’eco-ansia e il disappunto delle nuove generazioni di fronte a un mondo lacerato da una selvaggia e irresponsabile industrializzazione che chiede un conto salato all’umanità intera

Ciao! Per iniziare, oltre a farvi i complimenti per il libro, vi chiedo di raccontare come vi siete conosciuti e come si è sviluppato il vostro rapporto artistico.
Maxem: Allora, ci siamo conosciuti all’Accademia di Belle Arti di Catania. Io facevo il corso di grafica e illustrazione e c’era la materia di illustrazione scientifica, che Kizazu aveva scelto come materia opzionale, perché lei è un anno più grande. Ho visto che disegnava bene, le ho fatto dei complimenti, ed è iniziata così.
Kizazu: Sì, sì, è stato molto semplice. Poi va beh, da lì ci siamo frequentati ed è nato un legame artistico. L‘idea di fare un fumetto insieme è venuta molto dopo, in realtà, più o meno durante la pandemia. C’era un personaggio che disegnavo da tempo, che si vede in copertina, il ragazzo con i fiori, che però non c’entrava nulla, era casuale, non era legato ad una storia. E lui [Maxem], siccome ha quest’indole da scrittore che purtroppo a me manca, ha detto: “ti va se uso questo personaggio in una storia?” e ha costruito attorno qualcosa che per me è inimmaginabile. Da lì ho iniziato ad aggiungere tasselli, che sono stati successivamente stravolti, perché in realtà la storia l’abbiamo rimaneggiata un po’, e alla fine siamo arrivati a questo punto.
Quindi anche tu, Maxem, nonostante abbia sceneggiato il libro, in realtà hai un background in illustrazione o in belle arti?
M: Sì, sì, in realtà in questo fumetto ho disegnato un po’. Ci siamo influenzati a vicenda anche con lo stile, perché lei prima era molto più…
K: Dai, dillo. [ride] Vabbè, più shojo.
M: Sì, con questi capelli che non finivano mai. Infatti io le dicevo “vabbè, però un po’ meno capelli!”.

Avete raccontato come vi siete conosciuti, come avete iniziato, ma come funziona creare un libro a quattro mani? Raccontateci un po’ come l’avete fatto, qual è stato il processo creativo dietro.
K: All’inizio è stato molto difficile. Fortunatamente avevamo molta sintonia, però è stato effettivamente il mio primo fumetto perché prima facevo solo illustrazioni e ho trovato molto difficile passare a fare effettivamente una tavola. Ero lentissima, ci mettevo una quantità di tempo veramente paurosa, un giorno per due vignette, e tipo stavo lì “oddio non mi piace” e la rifacevo. Quindi all’inizio è stata travagliata e infatti chiedevo molto aiuto per velocizzarmi, perché ero troppo lenta in base alla nostra tabella di marcia. Allora io facevo i personaggi e Maxem gli sfondi, per farti capire la lentezza. Poi sono migliorata. Inizialmente lui faceva praticamente tutto. Il fatto che sapesse disegnare mi ha permesso di chiedergli aiuto perché ero troppo lenta, però era insostenibile, quindi poi quando mi sono velocizzata ho iniziato a fare tutto, lui mi dava la sceneggiatura, io impostavo e disegnavo. Mi ha aiutata veramente lavorare con un’altra persona, ho appreso molto.
Mi avete anticipato che le sequenze di flashback sono state realizzate da Maxem con uno stile un po’ diverso, non abbastanza da stonare ma come se fossero ricordi e, in quanto tali, meno definiti. Perché questa scelta?
M: Ho aggiunto quei flashback perché volevo dare più background ai personaggi, perché sebbene sia una storia che parla di un luogo, lo fa attraverso delle persone, quindi volevo renderle, diciamo, più realistiche dandogli una famiglia, facendo vedere come si sono conosciuti da bambini e così via. Quindi per approfondire ancora meglio i personaggi, perché la nostra storia si basa sui personaggi. Ho deciso di farli io perché prendono anche una vena un po’ autobiografica.

Ok, passiamo invece alla parte più narrativa. Nel libro intrecciate in modo armonico molte questioni che almeno un paio di generazioni possono sentire molto vicine. Mi ha colpito in particolare il tema dell’incertezza: tutti i protagonisti, non importa dall’età, non sono certi di trovare un lavoro, di costruirsi un futuro, di restare in salute e persino di avere una casa, sia come edificio che come posto dove stabilirsi e mettere radici. Vi chiedo quale tra queste esperienze sentite più vostra e come siete arrivati alla decisione di voler raccontare proprio queste cose, invece di altre.
M: Il tema del lavoro lo sento molto vicino perché quando avevo diciotto anni sono andato via dalla Sicilia per lavorare come operaio, quindi… Spostarsi però senza che ne valesse veramente la pena questo era quello che avevo dentro e che volevo raccontare nel fumetto. Soltanto che nel libro, traslando tutto ciò su Marco Polo, è un po’ come se gli avessi fatto vivere la vita che io ho abbandonato, ovve continuare a fare l’operaio. Mi sono immaginato un po’ come sarebbe andata se fossi rimasto.
Un altro tema forte è quello del contrasto tra l’industria, la necessità delle persone di lavorare a contatto con queste industrie e le sofferenze qualora questo lavoro venisse meno, e gli ecosistemi, la parte più naturale. Da una parte necessità umane e dall’altra la natura che suona un campanello d’allarme, nel vostro caso rappresentato dai fiori. Come vi è venuto in mente questo immaginario visivo? Pensate che questa tensione sia irrisolvibile? Voi come la vivete?
M: Allora, per quanto riguarda il luogo è stato perché c’era questo personaggio che Kizazu aveva già disegnato, Lenea. Quando ho visto quel personaggio così perfetto, così bello, mi è venuta voglia proprio di calarlo in un luogo che fosse l’opposto. All’inizio pensavamo all’Ilva, che è l’emblema di questo tipo di industria in Italia, però poi ci siamo guardati intorno e abbiamo detto: c’è Siracusa, abbiamo questo polo che alla fine occupa 30 chilometri e possiamo anche andarci molto agilmente. Che in realtà ha anche la particolarità che dentro ha una riserva naturale, cosa che abbiamo scoperto dopo. Era proprio un luogo da scoprire. Ci affascinava il fatto di raccontare un luogo che comunque è sconosciuto anche ai siciliani. Raccontare qualcosa di molto più grande di noi è stato anche un motore che ci ha spinto a continuare.
K: Sì, infatti… Diciamo che all’inizio uno pensa all’Ilva e hai quello come immaginario. Però quando abbiamo deciso di andare al polo industriale è stata una rivelazione incredibile, e non solo per la riserva, che abbiamo scoperto man mano. Infatti noi vorremmo anche questo, che chi legge volendo possa approfondire il luogo perché è veramente sconosciuto questo posto. Noi siamo cresciuti andando a Siracusa e da lì Catania è proprio a due passi, e si passa sempre lì in mezzo. Un po’ si vede dall’autostrada, però se ci si addentra poi nella zona industriale… Quando ci siamo andati è stato pazzesco.

Immagino l’impatto, poi mi pare anche simbolico in un certo senso. È proprio un luogo perfetto che stava lì vicino a voi, non ve lo siete neanche dovuti inventare.
K: Esatto, era già lì!
M: Infatti il lavoro è stato anche “togliere” certi eventi veramente assurdi che sono successi lì. Però una cosa che mi piace è che noi siamo arrivati di notte e non trovavamo proprio la spiaggia che avevamo visto e dove volevamo andare. Però arrivando di notte comunque è stato uno spettacolo di luci veramente impressionante e affascinante perché non vedi il grigiore del polo petrolchimico, vedi soltanto queste luci colorate.
K: Sembra una città. Un parco giochi strapieno di luci.
In alcune tavole, fate specchiare questi colori nell’acqua.
M: Sì, sì, si specchiavano nella battigia, praticamente. Noi volevamo ricreare quello, quell’atmosfera. Non volevamo che nel fumetto apparisse solo: “guarda, questo posto fa schifo”.
K: La gente comunque lì ci vive.
Questo commento mi porta un’altra cosa che vi volevo chiedere. Il fumetto mi è parso un titolo molto amaro, ma che ha anche sempre una certa dolcezza. C’è questo luogo piuttosto brutto, ma di cui voi rappresentate anche dei momenti di bellezza, alla fine. Lo stesso si può dire per alcuni personaggi, che rimangono aggraziati anche in momenti di difficoltà, e anche del titolo stesso, che parla sia di “fiori” che di “filo spinato”. È stato importante bilanciare questi elementi? Perché l’avete fatto?
M: C’era tutto. Il nostro target, idealmente, sono i ragazzi. Lo abbiamo fatto per fargli scoprire un luogo anche magari grazie alla grafica, o comunque a una storia un po’ avvincente. La metafora dei fiori è arrivata man mano che facevamo il fumetto. Anzi, fino all’ultimo mi sono chiesto: “ma ha senso che questo ragazzo abbia questa malattia?”. Invece alla fine si è rivelato un pezzo del puzzle che mi mancava. Si è inserito, si è incastrato perfettamente. Poi avevo letto anche un altro libro, che si chiama Il nome di Marina di Roselina Salemi, anche lei usa un realismo magico simile, anche se molto più di noi.
K: È molto bello.
M: L’idea di base era non fare un fumento retorico, noi vediamo quello che c’è in quel posto attraverso gli occhi dei personaggi, per questo era importante rendere credibili i personaggi.

Torniamo a parlare di disegno. Kizazu, hai un tratto molto delicato e personaggi che paiono richiamare il manga Shojo, soprattutto quello di Ai Yazawa e anche un po’ questa estetica vagamente sudcoreana.
K: In realtà quest’ultima no, però me l’hanno detto anche altri, quindi a questo punto… [ride]
I capelli, secondo me, richiamano molto. In ogni caso, raccontaci quali sono le tue influenze e come sei arrivata alla tua estetica attuale.
K: Io sono cresciuta con gli anime: guardavo Nana, come credo tutti in quel periodo, e mi ha influenzato tanto. Poi ho comunque letto anche molti altri autori italiani e non, però quell’estetica lì mi è rimasta tanto dentro con i personaggi asciutti, molto magri, e soprattutto l’estetica dei visi. Anche se comunque l’ho un po’ modificata, mettendoci il mio, comunque vedo che c’è. Penso mi sia entrata un po’ dentro, quindi alla fine invece di combatterla ho deciso di accettarla. Insomma, vedo che anche se per esempio leggo Gipi, guardo come disegno io e vedo che poi la mia influenza è quella di quando ero piccola e stavo lì a guardarmi Nana.

Chiudo con una domanda un po’ personale, ma anche questo un po’ di rito. Cos’è stato questo libro per voi? E cosa pensate vi aspetti nel futuro?
K: Per i personaggi è ovvio che poi si va avanti, perché comunque è un fumetto che ha un inizio, una fine, non è una serie, quindi ti ci devi comunque staccare, non puoi continuare a disegnarli. Però siccome l’elaborazione è durata anni, questo fumetto mi è stato vicino per anni e per me quei personaggi veramente fanno parte della mia vita. Penso che, a prescindere da altre storie, mi rimarranno come dei compagni di vita. Infatti tuttora li disegno anche solo per me, mi viene voglia di disegnarli, anche se so che la storia comunque è conclusa.
M: Sicuramente il primo fumetto ti fa anche capire come fare i fumetti. Ad esempio, all’inizio le tavole erano in A3, ma abbiamo capito che era impossibile continuare a fare un fumetto tutto in A3. Cioè, è possibile, però magari con più tempo, o magari un libro con meno pagine, perché alla fine il nostro si è allungato. Quindi poi lo abbiamo trasferito su A4. Come nostro primo fumetto sento che poi, come dice lei, ci ha accompagnato. Io prima stavo a Catania e stavo lavorando al fumetto, è stata una costante in quel periodo. Quindi è stato anche un buon compagno in questo senso. Per il futuro? Il mio istinto è di raccontare la Sicilia, perché sento che ha bisogno di essere raccontata. Una Sicilia sempre nel nostro stile, che noi chiamiamo il nostro stile bosco di notte, cioè una Sicilia un po’ notturna, la Sicilia d’inverno: questa è la nostra Sicilia.
K: Sì, e diciamo che anche per quanto riguarda il lavorare insieme, ci siamo trovati. Quindi mi sa che continuerà.
Grazie infinite per il vostro tempo!
Intervista realizzata il 27 settembre a Treviso in occasione del Treviso Comic Book Festival 2025.
Gli autori
Giuseppe Montagna, in arte Maxem, nasce a Catania nel 1996. Dopo aver frequentato l’istituto tecnico a si trasferisce all’età di 19 anni in Toscana, dove lavora come metalmeccanico. A 20 anni si licenzia per iscriversi al neonato corso di “Grafica, Illustrazione” all’accademia di Catania, dove conosce Kizazu. Dopo il termine degli studi triennali si trasferisce a Bologna per frequentare il corso di Linguaggi del fumetto in accademia. Qui, insieme a Kizazu, fonda il collettivo Boscodinotte con cui pubblica poster e brevi fumetti, fino ad autoprodursi una prima versione della graphic novel I fiori di filo spinato. [fonte Etna Comics]
Chiara Lo Sauro, in arte Kizazu, nasce a Catania nel 1995. Dopo essersi diplomata in socio-psico pedagogia decide di dedicarsi completamente al disegno, che la appassiona fin da bambina. Intraprende gli studi all’Accademia di belle arti di Catania laureandosi in “Nuovi linguaggi della pittura” e poi al biennio di “Grafica, illustrazione e fumetto” . Durante gli studi incontra Maxem, col quale in seguito fonda il collettivo di autoproduzioni Boscodinotte, dopo essersi trasferita assieme a lui a Bologna. [fonte Etna Comics]
