Autore prolifico, uno dei nomi più noti del panorama bonelliano, da anni attivo in Spagna, abbiamo incontrato al Trapani Comix Claudio Stassi per parlare con lui del suo percorso autoriale tra l’Italia e l’estero, del suo ruolo di insegnante e dell’importanza della lettura per stimolare la fantasia e la creazione di nuove storie.
Buon giorno Claudio e grazie del tuo tempo. Sono passati diversi anni dalla tua ultima intervista con Lo Spazio Bianco, era il 2012, anno in cui pubblichi insieme a Luca Enoch La banda Stern. Guardando al tuo percorso, se dovessi raccontare oggi chi è Claudio Stassi come autore, cosa diresti che è cambiato?
Una volta ho letto un’intervista di Luciano Ligabue in cui che diceva che non si può essere gli stessi di cinque anni fa. Quindi figuriamoci di dieci o quindici.
Con l’esperienza della vita, con quello che viviamo quotidianamente, diventiamo sempre un’altra persona. Quindi alle volte guardo i miei vecchi lavori con tenerezza perché rivedo quel ragazzino che leggeva determinate cose e disegnava determinate cose. Riconosco l’influenza di alcuni autori rispetto a altri. Però poi si cresce. Quindi in qualche maniera ti porti appresso un bagaglio culturale che si mantiene.
Però allo stesso tempo tu evolvi. Io, per esempio, da quindici anni ormai vivo in Spagna e ho assimilato in tutti questi anni l’arte dei miei colleghi spagnoli. E quindi questo mi ha cambiato.

Quando hai capito che il fumetto sarebbe diventato il tuo mestiere?
Fin da piccolo adoravo i fumetti. E che potevo vivere facendo questo l’ho capito durante le scuole superiori perché ho cominciato a conoscere le varie fiere. Ecco a cosa servono le fiere: servono anche ai bambini che magari amano disegnare e che forse vorrebbero un giorno fare i disegnatori, no? E a una fiera mi resi conto che quei famosi fumetti che io leggevo in realtà non erano fatti da elfi e da fate nascosti dentro delle grotte, ma erano fatti da professionisti che lavoravano quotidianamente di quello.
Quindi lì dissi “io voglio fare questo”.
Hai lavorato su progetti molto diversi tra loro, tra Sergio Bonelli e graphic novel d’autore. Come cambia il tuo approccio da un progetto all’altro?
La Sergio Bonelli è una casa editrice che ha una storia di decenni e decenni e decenni di pubblicazioni.
Loro hanno creato uno stile che è appunto lo stile bonelliano. Per quanto tu possa mantenere graficamente e stilisticamente all’interno della collana una riconoscibiltà personale, in ogni caso devi fare dei compromessi che sono legati appunto alle scelte editoriali della casa editrice. Scelte che non sempre condividi, ma comunque scelte che devi seguire, perché comunque la casa editrice è quella che ha marcato una linea e tu devi rispettare quella linea.
Nel graphic novel ovviamente sono più libero di esprimermi come voglio. E tra l’altro ho la possibilità attraverso il graphic novel di raccontare le mie storie. Tant’è vero che con Repubblica inizia un mio percorso nuovo, di gestazione nuova, con storie scritte da me.
Repubblica è la mia prima opera come autore unico. Sto già lavorando ad altre opere, infatti dieci anni fa ho scritto al mio editor della Bonelli, a Mauro Boselli, ringraziandolo per questi anni meravigliosi nella Bonelli, ma dicendo che mi prendevo una pausa e cominciavo a lavorare su progetti più personali.

Hai citato poco fa Barcellona e la Spagna, per cui ti chiedo, essere un autore italiano che lavora in Spagna ti ha cambiato anche professionalmente? Hai trovato un modo diverso di vivere il fumetto?
Diciamo che mi ha arricchito, questo sì.
Ho conosciuto tantissimi autori che sono straordinari disegnatori, straordinari narratori e il confronto lì è meraviglioso. Ho riscontrato una grande passione, una grande amicizia con tantissimi disegnatori. Noi quotidianamente ci vediamo, almeno una volta al mese andiamo a mangiare tutti quanti assieme, facciamo riunione, chiacchieriamo, parliamo dei fumetti, facciamo vedere i fumetti che stiamo facendo.
Quindi tu attingi a loro e loro attingono da te. È un interscambio culturale meraviglioso che ricorda un poco quello che accadeva in Argentina nell’epoca in cui Pratt o Breccia si incontravano nel bar sotto la casa editrice dove pubblicavano. Questo lo facciamo lì a Barcellona ed è una cosa che mi mancava parecchio. Quando vivevo a Palermo lo facevamo, ma poi a un certo punto, diciamo per varie ragioni -anche perché crescevamo, a un certo punto si faceva famiglia, figli e di seguito – c’è stata una separazione.
C’è un progetto di cui sei particolarmente orgoglioso da quando vivi in Spagna?
Sono particolarmente orgoglioso del mio ultimo libro perché è la storia che ho scritto e disegnato per la prima volta io. Quindi Repubblica per me in questo momento è il figlio che voglio crescere.
Sono contento perché Tunué ha deciso di portarlo in Italia e il prossimo mese sarò in Germania perché verrà pubblicato anche lì e il prossimo anno verrà pubblicato anche in Francia. Sono contento che tanti paesi si stanno interessando di questo libro.
Negli anni hai affiancato al lavoro di autore anche quello di insegnante.
Come vivi questo ruolo? Insegnare fumetto ti ha cambiato anche come autore?
In realtà il mio lavoro di insegnamento è limitatissimo, insegno soltanto una volta a settimana. E per me è una maniera di staccarmi dall’isolamento quotidiano, perché comunque gli autori di fumetti lavorano in solitaria. Quindi l’idea di alzarmi dalla sedia e andare a scuola, parlare con gli allievi, cercare di capire quali sono gli interessi soprattutto delle nuove generazioni, mi incuriosisce. Non dico sempre che mi interessi, però mi incuriosisce perché noto – io ormai ho quasi 50 anni e i ragazzi che mi ritrovo in classe ne hanno 20, più o meno – che loro hanno interessi diversi rispetto a quelli che avevo io quando ero ragazzino. Soprattutto letture diverse, sono molto più vicini ai manga per esempio. Quasi si sta trasformando in una moda più che in un interesse vero legato alla qualità delle storie – anche se indubbiamente ci sono delle storie meravigliose anche nei manga. Però li ascolto, chiedo consigli anche a loro, che fumetti leggono, che manga leggono, poi magari me li vado a spulciare, poi magari non mi piacciono alcuni, altri sì. Però sono una generazione strana rispetto alla nostra, diversa. Alle volte non la capisco, però la accetto come giusto che sia.
Io, per esempio, quando ero ragazzino mi piacevano gli autori che avevano l’età che io ho oggi. Andavo a vedere Alfonso Font che faceva Tex e “sbavavo” davanti alle sue cose. Adesso un ragazzino di vent’anni non va “a sbavare” dietro un autore di cinquant’anni a meno che non sia un autore di manga. È complessa la cosa, è diversa. Per lo meno è più complessa in Italia, mentre invece in Spagna il fumetto sta avendo una rinascita pazzesca. Ci sono delle vendite incredibili. Io faccio le stesse vendite che faccio in Francia e sono molto alte.
Vendite che magari qui in Italia fanno pochi autori, magari Zerocalcare. Bisogna capirlo un po’ il mercato. Ci sono diversi mercati nei vari paesi, anche in Francia c’è un mercato diverso dallo spagnolo, quello americano anche ha le sue peculiarità.
Non è tutto uniforme, sono tutti differenti.
Cosa cerchi di trasmettere ai ragazzi quando sei in aula?
Dico sempre loro che spero a fine anno di avergli insegnato a pensare. Non mi importa se sai disegnare, se sai disegnare bene la mano, la faccia, i piedi o i capelli, ma che quel disegno che hai fatto tu l’abbia fatto pensando. Perché molto spesso disegnano senza pensare. Perché le volte fanno un disegno e gli dico “che hai disegnato? Ma è un personaggio? Ha una storia?”. Non lo sanno. La speranza perciò è che quando finiscono le mie lezioni a fine anno, possano in qualche modo aver imparato a pensare prima di disegnare: se ci riescono, per me è un grande successo.
Intervista realizzata dal vivo al Trapani Comix il 23/05/2026.
CLAUDIO STASSI
Nato a Palermo nel 1978, vive e lavora a Barcellona e ha collaborato nel corso degli anni con numerosi editori italiani e internazionali. Nella sua carriera, ha disegnato episodi di serie amatissime come Dylan Dog e Dampyr per Sergio Bonelli Editore, portando il suo stile su alcune delle pagine più iconiche del fumetto italiano.
Tra i suoi lavori più apprezzati dal pubblico e dalla critica ci sono Brancaccio. Storie di mafia quotidiana, premiato con il Micheluzzi e il Boscarato per la sceneggiatura di Giovanni Di Gregorio, e Per questo mi chiamo Giovanni, graphic novel molto conosciuta anche nel mondo della scuola basata sul romanzo di Luigi Garlando. Da anni è sbarcato nel mercato franco-belga illustrando il cult Michel Vaillant e i suoi spin-off.








