Come dicevamo nella precedente intervista di questa rubrica a Jenny Jinya, il boom del manga tra la fine degli anni ‘80 e primi duemila, con l’arrivo in Europa di tantissimi titoli tra grandi classici e mode passeggere, ha profondamente influenzato l’evoluzione del fumetto in tutto il continente. Oltre a permeare nelle varie tradizioni stilistiche portando elementi innovativi che alcuni grandi autori hanno saputo reinterpretare e integrare in modelli già esistenti, a inizio anni 2000 si è sviluppato un filone narrativo che ha preso il nome di Euromanga: fumetti che traggono forte ispirazione dai modelli originali, adattandosi nei casi migliori ai contesti in cui viene inserito (si vedano per esempio le WITCH di Barbara Canepa e Alessandro Barbucci in Italia), in altri casi seguendo più pedissequamente gli elementi tipici del fumetto nipponico, soprattutto nello stile grafico e narrativo.
Lo sviluppo dell’Euromanga con queste ultime caratteristiche è stato importante soprattutto nelle aree germanofone, complice l’assenza di una forte tradizione fumettistica: fin dalla fine degli anni ‘90 autori come Guido Neukamm e Benjamin von Eckartsberg (autore insieme a Thomas von Kummant della serie Gung Ho e di una storia contenuta in Batman: il mondo) iniziano a sperimentare con lo “stile manga”, ma sono gli anni 2000 a vedere l’emergere di una generazione cresciuta a “pane e fumetti giapponesi”. In questo contesto si collocano esperienze come quelle delle riviste Banzai (dal 2001 al 2005) e Daisuki (dal 2003 al 2012), entrambe pubblicate da Carlsen Comics, che mescolano storie di autori nipponici ad altre di fumettisti tedeschi: su queste pagine lavorano autrici come Christina Plaka, DuO (la coppia Dorota Grabarczyk e Olga Andryenko), Anika Hage e Nina Werner, vere e proprie pioniere del genere, che lasciano poi il posto ad altri autori e autrici capaci di affermarsi sul lungo periodo, come David Fuleki, Martina Peters o Olivia Vieweg, fino ad arrivare alle più recenti Sozan Coskun, Tamasaburo (pseudonimo di Kim Liersch) e altri ancora. Nel corso degli anni, seppur con alti e bassi, questa corrente è stata capace di sopravvivere, di espandersi e contrarsi senza però mai sparire, anche grazie alla nascita di nuove case editrici e soprattutto grazie alla nascita di Webtoon e altre piattaforme online dedicate soprattutto al fumetto che si ispira al manga.
E una delle nuove piattaforme dedicate all’euromanga è l’interessante esperimento Manga Issho, nato dalle forze di quattro case editrici europee (la tedesca Altraverse, la spagnola Planet Comics, la francese Kana e l’italiana Star Comics) che si sono prefisse come obbiettivo creare un contenitore per autori e autrici europee da far conoscere al di fuori del proprio paese d’origine.
Tra questi ci sono anche Gin Zarbo, autrice svizzera che insieme alla sorella Ban Zarbo lavora nel fumetto fin da giovanissima, avendo già all’attivo due opere complete (l’autoproduzione Doujinshi Cope Soul e Undead Messiah uscito per Tokyopop), e il giovane esordiente Max Straub: due stili diversi, due ispirazioni diverse, ma una comune passione per il manga che si rivede nel loro modo di narrare e di concepire il fumetto.
Proprio per capire meglio questa loro passione e per capire come nasce un “manga europeo”, li abbiamo intervistati durante Lucca Comics and Games 2025.

La prima domanda è per entrambi: quando avete deciso di intraprendere questo percorso e quali sono state le vostre principali fonti di ispirazione? Siete stati influenzati da qualche mangaka europeo?
Gin Zarbo: La mia prima fonte di ispirazione è stata mia madre. Anche lei era una grande appassionata di anime e manga e leggeva Lady Oscar e Candy Candy. È stata lei a introdurmi in questo mondo: in televisione passavano gli anime e lei diceva “Oh, guarda questo cartone”, senza rendersi conto che non era un semplice cartone animato.
Guardavo Sailor Moon, Dragon Ball e molti anime più vecchi. Ero completamente affascinata da quell’universo e pensavo: “Voglio disegnare tutto questo”. Così ho iniziato a disegnare a memoria ciò che vedevo. Avevo circa sei o sette anni.
Il mio primo manga è stato Naruto. Sono rimasta colpita dall’idea di un intero libro che racconta una storia attraverso i disegni. Copiavo moltissimo Naruto perché volevo capire come il mangaka disegnasse e strutturasse tutto. In seguito, un’altra grande influenza è stata Bleach di Tite Kubo. Probabilmente è stato il riferimento chiave per la definizione del mio stile, che poi ho continuato a sviluppare.
All’epoca non conoscevo nessun mangaka europeo. Disegnavo già da cinque o sei anni quando ho scoperto per la prima volta una mangaka europea su una rivista tedesca. Sono rimasta scioccata e ho pensato: “Aspetta, si può essere mangaka in Europa?”.
Volevo assolutamente incontrarla, vedere come lavorava e comprare le sue opere. Si chiama Natalie Wormsbeck e disegnava manga in stile shōjo. Ne sono rimasta completamente affascinata, e vederla mi ha fatto capire che diventare mangaka in Europa era davvero possibile.
Max Straub: Quando ero bambino vedevo tutti quei grandi artisti giapponesi, come Eiichiro Oda di One Piece e altri ancora. A un certo punto ho capito che dietro agli anime c’era una vera e propria professione, e ho pensato: “Oh mio Dio, questa è probabilmente la professione perfetta”.
Così ho preso la decisione di seguila e, nel corso degli anni, è diventato sempre più chiaro che era davvero ciò che volevo fare. Per quanto riguarda l’ispirazione da artisti europei, probabilmente viene da qualcuno che in realtà non è un mangaka, ovvero Moebius. Mi piace moltissimo il suo stile, soprattutto il modo in cui lavora le ombre con le linee e le pennellate. È davvero straordinario. Probabilmente è lui l’artista da cui ho tratto più ispirazione, soprattutto per quanto riguarda le tecniche di stile grafico.
Gin, tu e tua sorella Ban, disegnate entrambe manga. Avete mai lavorato insieme o pensate di collaborare in futuro? C’è uno scambio artistico tra voi?
GZ: Siamo cresciute disegnando insieme e ispirandoci a vicenda. Io ero più portata per la narrazione, mentre lei era più forte nel disegno. Io la aiutavo con le storie e lei aiutava me a migliorare graficamente.
Abbiamo creato una storia insieme, un boys’ love, ma non l’abbiamo mai pubblicata. All’epoca ero troppo imbarazzata.
Max, tu sei un esordiente e sei molto giovane. Hai avuto dubbi o timori quando hai deciso di fare fumetti, e in particolare manga, in Germania?
MS: Dubbi o timori, in realtà no. Ho preso una decisione molto sicura, anche perché in passato avevo ricevuto un’offerta da un altro studio, ma ho deciso di rifiutarla perché volevo concentrarmi solo su ciò che mi piace davvero fare.
Certo, qualche preoccupazione c’è, soprattutto pensando al futuro e alle questioni economiche, ma sono giovane e cerco di godermi il momento. E probabilmente tutto questo si rivelerà un grande successo con Manga Issho e così via. Penso che questo sia il momento giusto per fare manga.
Gin, hai iniziato la tua carriera con l’autoproduzione, a partire da Copsoul. Quali difficoltà hai incontrato nel fare manga in Europa? L’autopubblicazione ti ha aiutata ad affrontarle?
GZ: All’inizio volevo semplicemente mostrare alla gente quello che stavo disegnando. In Germania esisteva una piattaforma chiamata Animex, dove molti artisti pubblicavano i loro fumetti online. Ho pubblicato lì Copsoul, il mio primo lavoro in assoluto, e ha ricevuto moltissimi riscontri.
I lettori mi hanno aiutata tantissimo, soprattutto per quanto riguarda la narrazione: all’epoca non sapevo praticamente nulla di storytelling. In seguito ho lavorato con un editor estremamente severo, quasi come un editor giapponese tradizionale. Dovevo rifare continuamente storyboard e pagine perché non gli andavano bene. È stato molto faticoso, ma ho imparato tantissimo sulla struttura narrativa, sul ritmo e sulla logica. Sono davvero grata per quell’esperienza.
Dopo quell’esperienza hai lavorato con alcune delle più grandi case editrici tedesche: prima con Tokyopop per Undead Messiah e ora con Altraverse per The Secret of Scarecrow. Com’è stato il passaggio dall’autopubblicazione all’editoria tradizionale?
GZ: Il mio obiettivo è sempre stato diventare una mangaka. Quando avevo undici o dodici anni non conoscevo nemmeno il termine “mangaka”: dicevo solo che volevo fare l’artista di fumetti e andare in Giappone.
Scoprire mangaka tedeschi mi ha poi fatto capire che potevo intraprendere questa strada anche in Europa. Ho lavorato duramente, costruito un portfolio e mi sono proposta a Tokyopop. All’inizio non ero pronta: ci sono voluti quattro o cinque anni prima di pubblicare il mio primo manga, Undead Messiah.
Quel progetto è stato molto difficile, ma mi ha insegnato tantissimo. Quando il mio editor è passato da Tokyopop ad Altraverse l’ho seguito, e da lì è nato Alice Scarecrow. Grazie all’esperienza accumulata, il processo è stato molto più fluido. È stato come portare con me tutto ciò che avevo imparato in una nuova fase.

The Secret of Scarecrow mescola fantasy e romance, affrontando anche temi come la tolleranza e la convivenza. Come hai sviluppato la storia e il design dell’antagonista?
GZ: Il personaggio dello Scarecrow è nato durante un Inktober [una sfida nata sui social in cui chi partecipa crea una illustrazione al giorno su un tema predeterminato per tutto il mese di ottobre – ndr]. Un giorno l’ho disegnato come parte di una sfida “30 mostri” e la community l’ha adorato subito. Continuavano a chiedere di vederne di più, così ho iniziato a svilupparlo ulteriormente.
Ci sono voluti circa quattro anni per costruire una storia completa attorno a lui. Il tema del razzismo e dell’esclusione è presente nel racconto, influenzato anche dalle mie esperienze personali nel mio paese. Volevo unire questi temi al fantasy e, naturalmente, al romance perché amo il romance e ho sempre voluto disegnarlo.
Hai già in mente come si svilupperà o come finirà la serie?
GZ: Ho in mente tre finali possibili. Sono i personaggi a guidare la storia e, in base a come evolveranno, uno di questi finali diventerà quello definitivo.

Max, hai debuttato proprio su Manga Issho con Cursed Assassin, una storia dal tono molto oscuro che sembra ispirarsi ad alcuni classici del dark fantasy giapponese, in particolare Berserk, ma con un’ambientazione che mescola futuro e passato includendo un richiamo voluto all’estetica dei gangster degli anni Trenta. Come hai sviluppato questa idea e cosa vorresti comunicare con questo manga?
MS: Sì, hai già citato alcune delle fonti di ispirazione, perché stavo leggendo Berserk proprio nel periodo in cui ho concepito Cursed Assassin. Tuttavia il processo è stato un po’ diverso, perché inizialmente ho creato il personaggio principale, Faye, e poi ho costruito la storia intorno a lui.
Avevo già in mente il concetto della maledizione e altri elementi simili. Non si trattava di creare qualcosa di completamente nuovo, ma ho pensato come questo tipo di concept avesse funzionato bene anche in altre storie che apprezzo. Per questo mi sono chiesto: perché non utilizzarlo come elemento narrativo?
Che cosa vorresti comunicare attraverso questo manga?
MS: Prima di tutto, una storia interessante: questo è l’aspetto principale. A essere onesto però, non avevo un messaggio unico e ben definito da trasmettere. L’idea di fondo era piuttosto che tutti abbiano i nostri demoni interiori da affrontare. Questo era uno dei pensieri che avevo in mente mentre creavo la storia.
E anche il fatto che alcune persone, solo poche, riescono a uscire da quelle situazioni. Oppure che vorrebbero farlo ma non riescono. Probabilmente è questo.
A essere sincero, non ho ancora ben chiaro un finale, ma so che sarà collegato alla primissima maledizione che compare. Quella rappresenta parte della storia di background e, partendo da lì, ho sviluppato alcuni elementi narrativi, anche se in modo piuttosto libero.
Nel marzo 2025, Gin è stata scelta per contribuire a Manga Issho e per disegnare la copertina del primo numero. Nel terzo numero ha esordito anche Max. Quanto pensate sia importante una rivista di questo tipo per l’Europa e cosa ti aspetti dai lettori?
GZ: È estremamente importante. Proprio come in Giappone, una rivista permette agli artisti di essere visibili come parte di una comunità. In Europa ci sono tantissimi creatori straordinari che mettono anima e cuore nel loro lavoro e questo aiuta i lettori a rendersene conto.
Voglio che il mondo riconosca che anche l’Europa ha mangaka eccezionali, capaci di raccontare grandi storie e di stare accanto agli autori giapponesi. Amo questa comunità e voglio sostenerla e promuoverla il più possibile.
MS: Probabilmente per gli artisti è una delle cose più importanti dell’intera scena manga europea. È qualcosa con cui si può crescere e che garantisce visibilità. Quando crei una storia, non ti senti più solo. Questo rappresenta un enorme passo avanti rispetto agli anni precedenti, o almeno rispetto a quelli che ricordo io. In Germania c’erano riviste come Banzai, ma appartengono a un periodo precedente alla mia esperienza. Inoltre, tutta la presentazione su Instagram, il marketing e il lavoro di promozione sono stati per me una grande motivazione a dare il massimo.
Tutto il team di Star Comics e quello di Altraverse crede fortemente in questo progetto, stanno investendo molto impegno e risorse. Tutti sono estremamente motivati e desiderano il meglio per l’intero progetto e questo per me è molto importante. Penso che inizialmente i lettori dovranno abituarsi, perché la presenza di molte storie brevi o one-shot è qualcosa di piuttosto insolito. Ma col tempo credo che il pubblico si abituerà e che questo formato possa rivelarsi molto interessante.
Ci sono 15 o 20 storie diverse, appartenenti a generi differenti. Teoricamente, ogni lettore potrebbe trovare almeno una storia che fa per lui. È quindi una grande opportunità per tutti. Anche la giuria è stata molto coinvolta in questo progetto.
Come valutate la situazione attuale del manga in lingua tedesca? E cosa pensate invece del manga europeo più in generale? Sentite la pressione del manga giapponese o lo vivete come una competizione? Quali prospettive vedete per il futuro?
GZ: Sono molto felice di come le cose si siano evolute. In passato i lettori quasi non ci notavano. Oggi alle fiere si vedono file lunghissime davanti agli stand degli artisti tedeschi e questo mi rende davvero felice.
C’è ancora molto da fare, ma editori e riviste stanno aumentando la visibilità e perfino il pubblico e i media giapponesi stanno iniziando a notarci. Il movimento sta crescendo ed è una cosa molto incoraggiante.
Credo inoltre che il manga europeo abbia punti di forza propri. Abbiamo culture e storie diverse, che ci permettono di creare qualcosa di davvero originale.
Il manga giapponese è straordinario, ovviamente, ma a volte può sembrare stilisticamente simile. Gli artisti europei possono invece portare nel manga prospettive diverse, tradizioni e elementi culturali propri, ed è questo che lo rende speciale. Mi piacerebbe vedere sempre più cultura europea espressa attraverso questo mezzo.
MS: Non sono molto informato sugli aspetti economici, ma spero davvero che i lettori tedeschi di manga diventino più consapevoli del fatto che esistono anche autori europei, e non solo giapponesi.
Ci sono tantissime storie valide e di grande qualità, sia dal punto di vista grafico che narrativo. Il pubblico deve semplicemente diventare un po’ più consapevole delle persone che ci sono dietro queste opere.
Personalmente non credo ci siano differenze così marcate. Probabilmente sarebbe interessante inserire un po’ più di influenze europee o culturali nelle opere. Ne ho parlato recentemente con Joe, responsabile di Altraverse, e abbiamo discusso dell’idea di un manga ambientato in Baviera, che è la mia terra d’origine.
Questa idea mi ha convinto molto, perché potrebbe essere qualcosa di completamente nuovo e autentico, soprattutto perché conosco bene quella cultura. Potrebbe diventare un elemento distintivo rispetto al mercato giapponese.
Tuttavia, per quanto riguarda le storie lunghe e complesse, non penso ci siano grandi differenze, perché le regole di una buona narrazione sono le stesse in ogni cultura.
In fondo, tutto nasce dall’immaginazione e, se si sa come pianificare correttamente gli elementi narrativi, una buona storia finisce sempre per prendere forma.
Intervista realizzata durante il Lucca Comics and Games 2025
Si ringrazia Margherita Rofforedi, GDG PR e Star Comics per il supporto.
Gin Zarbo

Disegna manga fin dall’infanzia, condividendo questa passione con sua sorella gemella Ban Zarbo. Tra i suoi artisti preferiti annovera Makoto Yukimura, Kohei Horikoshi, Yusuke Murata e Gamon Sakurai. Nel 2014 esce la sua prima opera, Doujinshi Cope Soul, come autopubblicazione. Dal 2017 al 2019, la casa editrice Tokyopop pubblica Undead Messiah, che ha catapultato rapidamente l’artista nelle top ten delle classifiche di vendita. Da fine 2019 lavora a The Secret of Scarecrow per la casa editrice altraverse.
Max Straub

E’ nato a Lindberg, una piccola comunità della Bassa Baviera, nel cuore della Foresta Bavarese. Prima di dedicarsi agli attuali studi di design, ha completato un apprendistato come artigiano del vetro e della porcellana e ha conseguito il diploma di scuola superiore.
Disegnare manga è stato per lui un sogno fin da piccolo, grazie anche all’influenza di opere come “One Piece”, “Naruto” e altri classici. Tra i suoi modelli di riferimento c’è Kamome Shirahama, l’autrice di “Atelier of Witch Hat”. Altre sue serie preferite sono “Frieren”, “Black Lagoon” e “One Piece”.
Oltre a disegnare, nel tempo libero gli piace giocare a calcio, incontrare gli amici e guardare serie TV.








