Bepi Vigna su Nathan Never e la fantascienza: ieri come oggi

Bepi Vigna su Nathan Never e la fantascienza: ieri come oggi
Con l’occasione dell’avvio della lunga saga di Nathan Never “Intrigo internazionale” che terrà compagnia ai lettori per quasi tutto il 2020, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Bepi Vigna che, insieme a Michele Medda, tiene le redini artistiche delle storie dell’Agente Alfa.

A dicembre 2019 è iniziata sul mensile di Intrigo Internazionale, una lunga saga in nove parti che promette di apportare cambiamenti importanti allo status quo dell’Agente Alfa, alle soglie dei trent’anni della propria vita editoriale che festeggerà nel 2021. e Michele Medda sono gli autori della saga, così come di molte se non tutte le storie di Nathan Never che a essa seguiranno.
Con Vigna abbiamo parlato di che cosa significa scrivere Nathan Never e fantascienza, oggi come trent’anni fa.

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Salve Bepi e ben ritrovato su Lo Spazio Bianco.
Nathan Never – Stazione Spaziale Internazionale, oltre a essere il primo volume da libreria inedito dedicato al personaggio, racconta l’incontro tra l’agente Alfa e Luca Parmitano, un italiano a capo della stazione orbitante. Vista a distanza di quasi 30 anni dal numero uno di Nathan, che effetto fa scrivere una storia che mostra un avvicinamento tra il futuro immaginato e quello raggiunto?
Un bell’effetto. La storia ci è stata richiesta perché Nathan Never è diventato un personaggio simbolo della fantascienza italiana e trent’anni fa questo non era immaginabile. Con Stazione Spaziale Internazionale ho cercato proprio di confrontare il futuro immaginato con la realtà in cui ci troviamo calati. Sono due mondi che restano ancora distanti sul piano tecnologico, ma che sono uniti da un elemento umano, che è più o meno sempre quello.

Nathan Never nasceva nel 1991 come fumetto figlio delle suggestioni dei grandi classici di letteratura e cinema di genere, ponendo l’attenzione anche su questioni etiche, come la clonazione e il rapporto con le IA. Oggi spesso si occupa di questioni sociali, come se il futuro tecnologico che veniva immaginato nel decennio finale del secolo scorso fosse stato sostituito da uno nel quale è tornata a essere predominante la ricostruzione dell’elemento umano. Qual è un tuo pensiero al proposito?
Credo che l’elemento “sociale” sia sempre molto importante nella fantascienza, anche se rispetto al passato si leggono e vedono più storie che privilegiano aspetti di carattere “psicologico”. Penso a un film come Marjorie Prime di Michael Almereyda, visto nel 2017 al Trieste Science + Film Festival, tutto incentrato sui temi della memoria e del rapporto con la morte. Una fantascienza “da camera” (il film è tratto da un testo di Jordan Harrison, finalista al Pulitzer) che è più vicina, anche sul piano visivo, a Ingmar Bergman che a Blade Runner. Un tempo forse era più sentita, soprattutto al cinema, l’esigenza di stupire lo spettatore, mentre oggi si preferisce utilizzare il genere per approfondire certe riflessioni e le metafore diventano più sottili.

Asimov, Blade Runner e Philip K. Dick, 2001 Odissea nello spazio e molta altra letteratura sono stati alcune delle basi della creazione di Nathan Never. Negli ultimi anni, però, è emersa una nuova generazione di scrittori – e soprattutto di scrittrici – pronta a portare la fantascienza avanti, a esplorare nuovi immaginari futuribili al passo coi tempi e soprattutto che ha ampliato il campo fantascientifico a una globalità mondiale, permettendo la conoscenza al vasto pubblico, per esempio, della fantascienza cinese e africana. A tuo parere, anche in campo fumettistico, quale ritieni debba essere oggi la fantascienza “di riferimento”? Dobbiamo superare (senza dimenticare) il modello dei grandi classici come Asimov e LeGuin?
I grandi classici sono le basi, le radici dalle quali si parte per elaborare il nuovo. Bisogna tenerli ben presenti per evitare di cadere nel banale, nel già visto. In questo momento non so se ci sia una fantascienza di riferimento, o almeno non vedo nulla che emerga in maniera prepotente per diventare un riferimento al pari di Asimov, Dick e Bradbury. Noto che da qualche anno affascinano molto le narrazioni basate su visioni ucroniche, ma credo che vadano annoverate come espressione di quella crisi della modernità che fino a poco tempo fa ha abbracciato anche il cyberpunk. Per quanto riguarda Ursula LeGuin, lei è, secondo me, l’esempio di una certa tendenza della fantascienza a superare i vecchi confini della letteratura di “anticipazione”, facendo prevalere temi di carattere utopistico che permettono riflessioni più libere.

Mentre Nathan Never percorreva la propria storia editoriale, sono state tante le conquiste tecnologiche raggiunte dall’umanità, dalla comunicazione alla cosmologia (il bosone di Higgs e la foto al buco nero, giusto per ricordarne due). In che modo questi elementi scientifici entrano oggi in un racconto di fantascienza e quali sono le difficoltà che si incontrano quando si vuole dare struttura a storie di fiction come quelle di Nathan Never?
Più che rappresentare una difficoltà direi che le conquiste tecnologiche e le scoperte scientifiche rappresentino degli spunti per nuovi percorsi narrativi. Almeno, per me è così. Credo che una fantascienza poco attenta all’elemento tecnologico e scientifico diventi fantasy, che è altra cosa.

© Sergio Bonelli Editore

Con Anno Zero hai dato una nuova veste alle origini di Nathan. Quanto di quel Nathan avresti voluto nel canone ufficiale e quanto di quel Nathan verosimilmente vedremo nel futuro prossimo?
Con Anno Zero ho provato a stabilire un rapporto differente tra i lettori e il personaggio. Ho proposto una verità alternativa, lasciando intendere che, oltre la realtà divulgata dalla serie regolare e comunemente accettata, vi siano dei retroscena segreti, che possono essere colti soltanto analizzando attentamente le “versioni ufficiali”, interrogandosi su piccole contraddizioni, analizzando i dettagli che non quadrano. In questo modo, non solo ho sviluppato il personaggio in una maniera che mi è totalmente congeniale, ma ho anche allargato lo scenario della serie. Ora il lettore, quando legge una storia, si può domandare: ma quello che leggo è veramente accaduto nell’universo narrativo del personaggio, oppure è la versione di comodo che sta divulgando l’Agenzia Alfa? L’idea che nell’universo della serie esistano i fumetti con la novellizzazione delle avventure degli agenti dell’Alfa apre un’infinità di scenari.
Anno Zero è una narrazione compiuta, è una miniserie che può essere letta anche da chi non conosce nulla di Nathan Never, ma per i lettori abituali diventa qualcosa di più, dato che cerca di provocare il loro senso critico e li costringe a un confronto con la serie regolare. Questo gioco continuerà ancora. Certo, mi piacerebbe riprendere i fili di quella storia, fare un Anno Uno. So che piacerebbe anche a De Angelis, tanto che mi aveva mandato degli spunti per i soggetti, ma è difficile che una cosa del genere vada in porto. Tra l’altro, De Angelis è impegnatissimo e non trova neanche il tempo di finire la miniserie di tre albi che abbiamo realizzato assieme: s’intitola Morbus e non ha nulla a che vedere con l’Agente Alfa, ha una trama dove si mischiano vari generi. Da quello che so ha completato un albo e mezzo.

Tecnodroidi, Mister Alfa, Uomo volante (apparso per un breve interludio), Andy e, naturalmente, Nemo e Ann: rivedremo qualcuno di loro in futuro?
In una miniserie che uscirà (credo) nel 2021, intitolata provvisoriamente Il Ciclo di Giove, e in due storie, (una disegnata da Maurizio Gradin e l’altra da Antonio Fara) tornerà Mister Alfa e si chiarirà molto del suo ruolo nell’universo narrativo di Nathan. La storia a cui lavora Fara è ambientata 500 anni avanti rispetto al tempo delle storie che costituiscono la serie regolare. C’è anche una storia doppia di Romeo Toffanetti, che avrà alcuni colpi di scena importanti per il futuro della serie.
Sto anche lavorando su Aristotele Skotos, di cui racconterò in una miniserie le esperienze dolorose che hanno costituito l’origine della sua malvagità assoluta. Nathan, però, non apparirà, non ci saranno intersezioni con la serie regolare. Skotos (dunque un “cattivo”) sarà protagonista assoluto e credo che questa sia una novità per la Sergio Bonelli Editore. Credo che le storie avranno toni molto diversi da quelli a cui sono abituati i lettori. Lo staff dei disegnatori dovrebbe comprendere tutti i migliori impegnati solitamente sulle pagine di Nathan.

© DC Comics e Sergio Bonelli Editore

Uno degli annunciati cross over tra SBE e DC Comics vedrà Nathan Never accanto alla JLA. Si può già raccontare qualcosa di questo progetto e anche sulla collocazione dell’Agente Alfa nell’Universo Bonelli espanso che si comincia a delineare?
Sul primo progetto non si può dire nulla, mi dispiace. Credo, però, che l’operazione possa dar luogo a risultati molto interessanti. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, essa andrebbe girata alla casa editrice. Io spero che certe idee si concretizzino presto.

Hai molto a cuore il concetto di narrazione trasversale, cioè di una narrazione che possa fluire da un medium all’altro – dal fumetto, al cinema, al videogioco, etc – con la possibilità di raccontare una storia con i più ampi margini di movimento possibile. È questo, secondo te, che deve perseguire il linguaggio fumettistico per assicurarsi un futuro?
La narrazione del futuro si orienta verso il transmediale. La tecnologia ci sta portando verso un’epoca nuova del racconto e delle sue strutture. Il cinema, la letteratura e il fumetto non sono più quelli che erano pochi anni fa. Il cambiamento dei linguaggi cambia anche i contenuti delle narrazioni. Il fumetto ha la fortuna di essere un mezzo ibrido, che coniuga più codici, ed è quindi più adattabile a diverse piattaforme. Secondo me, nonostante un’evidente crisi del settore in termini di vendite, mai come in questo momento il fumetto è vincente come linguaggio. Credo anche che chi fa narrazione non possa prescindere dal considerare che il sistema dei media è qualcosa di completamente differente rispetto al recente passato.

Cover di Nathan Never #345 in edicola a febbraio 2020 © Sergio Bonelli Editore

Sulla serie regolare di Nathan, a dicembre 2019, è iniziata una nuova lunga saga, Intrigo Internazionale, la prima dopo il ciclo Omega (che poneva l’attenzione sul rapporto tra uomini, macchine e le IA). Che cosa dobbiamo aspettarci da questa storia in nove parti?
La saga porrà delle basi importanti per dei cambiamenti futuri. In realtà alcuni di questi cambiamenti sarebbero già dovuti avvenire all’interno della saga, ma poi, per un problema di programmazione di storie già terminate e di altre in lavorazione, abbiamo preferito lasciare alcune trame ancora in sospeso. La saga ci darà anche il modo di sperimentare alcune formule narrative un po’ differenti.

Come è nata la storia e come l’avete pianificato tu e Michele Medda? Come vi siete divisi il lavoro?
Molto di quello che abbiamo pianificato va oltre la saga. Diciamo che nei nove numeri di Intrigo Internazionale emergerà una serie di criticità che preludono a cambiamenti epocali. I primi due numeri di Michele si basano su un’idea che innesca una serie di effetti e che proprio per questo è stata meditata a lungo.

Quello che immediatamente colpisce visivamente fin da Nathan Never #343, primo numero della saga, è un netto cambio del paradigma grafico delle copertine, incluso un “nuovo” stile scelto per il disegno da Sergio Giardo. Avete voluto significare ai lettori che questa sarà una saga spartiacque per la testata e per il personaggio?
L’elemento grafico dello “strappo” vuole significare proprio un cambiamento. Non una rivoluzione, intendiamoci, ma un ritorno deciso ai temi e alle atmosfere più care ai lettori.

Nel primo episodio la storia si presenta come un thriller che coinvolge i protagonisti su più fronti e presenta diversi retroscena politici nel mondo futuristico dell’Agente Alfa. Essendo una storia ad alta tensione, quali sono state le difficoltà da affrontare per tenere alta l’attenzione dei lettori per nove numeri consecutivi e come le avete affrontate?
Abbiamo cercato di sperimentare, lavorando sul ritmo, sugli scenari, sulla struttura dei racconti. La prima storia è quella che ci ha permesso di partire, ma tutte le storie avranno una loro compiutezza. Rispetto ad altre saghe, qui ogni episodio può essere letto anche come storia a sé. Il collante sarà una sottotrama che si manterrà nell’ambito del thriller tecnologico.

© Sergio Bonelli Editore

Dopo la ripartenza con il numero 250 (una sorta di nuovo numero uno), per una novantina di numeri circa la serie regolare ha avuto una continuity più blanda (se non, addirittura, assente). L’esordio di questa nuova saga sembra voler imprimere una diversa marcia non solo ai rapporti tra i personaggi ma anche nella trama orizzontale della serie. Sarà effettivamente così? Avete in cantiere storie maggiormente connesse tra loro, considerando anche le serie collaterali, o questa saga (insieme alla Saga del Buio, appena conclusasi nell’albo Speciale del dicembre 2019) sarà seguita di nuovo da albi autoconclusivi e sostanzialmente autonomi tra loro?
Nelle mie storie la continuity sarà molto serrata. Mi sono preso l’onere di tirare le fila di molte trame, di armonizzare diverse situazioni, ma ciò non sarà fatto in maniera troppo lineare. Sto cercando di fare in modo che la continuity non crei disagio ai potenziali nuovi lettori, ma sia un vero arricchimento delle varie trame, fruibile da tutti. Abbiamo da smaltire ancora molte storie (non scritte da Medda e dal sottoscritto) che sono fuori dalla continuity e bisogna inserirle nella programmazione nella maniera più opportuna. Per fortuna Glauco Guardigli, il curatore della serie, è bravissimo e fa il suo lavoro con molta passione e competenza.

Uno dei ruoli più affascinanti della fantascienza è la potenzialità di rappresentare uno specchio della attualità: credi sia possibile rendere nelle storie di Nathan Never la complessità della politica odierna, nazionale e internazionale, e i continui stravolgimenti a cui ci sta abituando? È un aspetto che vi interessa e sul quale ti sei confrontato anche con Medda?
Credo che Nathan abbia sempre mantenuto un collegamento con la realtà in cui viviamo. Non è difficile trovare nelle sue storie riferimenti a importanti accadimenti della politica internazionale degli ultimi decenni, ma anche al costume. Credo che sia inevitabile che nella narrativa popolare trovino riflesso fatti, valori, tendenze che appartengono al periodo storico in cui escono le storie. Michele e io non ci siamo mai confrontati sul punto, ma proprio lui ha scritto delle storie che sono uno specchio della realtà del momento.

Grazie per la tua disponibilità, Bepi. Alla prossima!

Intervista realizzata via mail a gennaio 2020

Bepi Vigna

Bepi Vigna è scrittore, sceneggiatore, regista. Collabora da quasi trent’anni con la Sergio Bonelli Editore. Ha scritto testi per Martin Mystére, Dylan Dog, Zagor, Nick Raider, Zona X ed è il creatore di Nathan Never e Legs Weaver, due serie di fantascienza, la prima pubblicata in diversi paesi (USA, Francia, Spagna, Croazia, Grecia, Turchia, Brasile). È anche autore di varie graphic-novel (Nausicaa l’altra Odissea, Pinelli e Calabresi la storia sbagliata), strisce umoristiche (Bollicine) e di saggi sui comics (Il fumetto franco-belga, Parole in Nuvole, Comics in Ellas, Nuvole balcaniche, Hebrew Comics, I fumetti nel Medio Oriente arabo, I fumetti nel Maghreb). Ha fondato a Cagliari la prima scuola sarda di comics, attiva dal 1993 che attualmente opera nell’ambito del Centro Internazionale del Fumetto da lui diretto.
E’ anche autore di narrativa (L’estate dei dischi volanti, La pietra Antica, Niccolai in mondovisione e altri racconti, Si è fatto tardi), saggistica (Libro di storia recente, l’Italia della Prima Repubblica, La Storia delle Storie, viaggio tra i segreti della narrazione, L’evoluzione del superuomo nel villaggio globale) e testi teatrali portati in scena da diverse compagnie; ha diretto documentari e film a soggetto e ha collaborato con la RAI come autore radiotelevisivo. E’ Direttore Artistico del Festival Internazionale Nues – Fumetti e Cartoni del Mediterraneo. (biografia tratta dal sito del Centro Internazionale del Fumetto)

2 Commenti

2 Comments

  1. Franco

    20 Febbraio 2020 a 11:55

    Non capirò mai perchè parlando in italiano si senta il bisogno di usare il termine “continuity”.

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