Dave Gibbons è un veterano del fumetto anglosassone e mondiale, e i suoi 50 anni di carriera parlano per lui, così come raccontano i tanti episodi presenti in “Confabulation: An Anecdotal Autobiography”, pubblicata da Dark Horse nel 2023 e vera miniera di grandi e piccole storie: nella sua carriera ha lasciato il segno su una vastità di fumetti più o meno famosi, da Lanterna Verde a Superman, da Judge Dredd a Rogue Trooper e Dan Dare, fino alla saga di Martha Washington con Frank Miller e la sua graphic Novel Vertigo The Originals.
Ma senza alcun dubbio il lavoro per cui il suo nome è ormai inscritto a lettere cubitali nella storia del fumetto è Watchmen, che nel 2026 raggiunge il suo quarantesimo anniversario: l’approccio realistico e decostruttivista di Alan Moore forse non avrebbe avuto lo stesso deflagrante impatto sul fumetto di genere supereroistico senza le tavole di Gibbons, in cui il ritmo scandito dall’ormai iconica griglia a 9 vignette narra le storie di eroi cinici, disillusi, violenti, con sullo sfondo una guerra fredda che si avvia verso l’apocalisse. Un tratto chiaro, realistico, attento ai dettagli e alla recitazione dei personaggi che ha fatto scuola, che ha cambiato per sempre un immaginario.
Non potevamo che iniziare con una intervista a Dave Gibbons il nostro piccolo speciale sui quarant’anni di Watchmen e più in generale sullìaniversario di un anno ben preciso, il 1986, che ha sovvertito completamente il panorama del fumetto internazionale.

Ciao Dave, grazie per il suo tempo. Vorrei partire dall’inizio, prima di arrivare a Watchmen, cominciando dal suo rapporto con la fantascienza. All’inizio della sua carriera ha lavorato molto su fumetti di fantascienza, come Dan Dare e 2000 AD, e negli anni hai realizzato anche moltissimo materiale per Doctor Who. La passione per il genere era già presente prima che iniziasse a lavorare a questi progetti?
Ho amato la fantascienza fin da quando riesco a ricordare. Ho dei disegni che realizzavo quando avevo forse sei, sette, otto anni, con astronauti e astronavi. Ce n’era uno in particolare: era un’immagine di Jack Kirby in un fumetto intitolato Race for the Moon, con un uomo incatenato a un asteroide che fluttuava nello spazio. Ricordo di averla riprodotta durante l’ora di arte a scuola, perché mi aveva colpito così profondamente. Anche il settimanale inglese The Eagle, che aveva come protagonista Dan Dare, anche lui un personaggio spaziale, ebbe una grande influenza su di me. Mio padre era solito comprarmi queste riviste. In seguito ho scoperto che anche lui amava la fantascienza prima della guerra: aveva alcune riviste pulp e di fantascienza che furono tutte buttate via quando partì per combattere nella Seconda guerra mondiale. Vivevo in un piccolo villaggio in mezzo al nulla, ma avevamo un bibliobus che passava una volta alla settimana e dal quale si potevano prendere in prestito dei libri. Fu anche un altro luogo in cui scoprii la fantascienza: ogni volta che vedevo un libro con un’astronave sulla copertina, mi fiondavo su quello. Leggevo anche due o tre libri alla settimana e, quando scoprii che potevo persino ordinarli, mi ci buttai completamente: lessi tutto quello che avevano scritto Heinlein, Isaac Asimov, Arthur C. Clarke e tutti quei grandi autori classici della fantascienza della metà del Novecento.
Amavo l’evasione e quella caratteristica della fantascienza basata sul «e se?». Quando lavoravo a Watchmen, una delle svolte fondamentali arrivò quando iniziai a considerarlo non come un fumetto di supereroi, ma come un fumetto di fantascienza ambientato in un mondo alternativo.
Esatto. Watchmen è ambientato in una versione alternativa del nostro mondo e si chiede cosa succederebbe se i supereroi esistessero davvero. Allo stesso tempo, la storia è pervasa da un costante senso di apocalisse imminente.
La storia si chiede anche: se i supereroi esistessero davvero, come sarebbero? Certamente non sarebbero come Superman o Batman: sarebbero qualcosa di molto diverso. Il mondo accoglierebbe la loro presenza, ma allo stesso tempo ne avrebbe paura e diffiderebbe di loro. Quindi, alla fine, Watchmen esplora davvero idee tipiche della fantascienza attraverso la lente dei supereroi.

Parlando di supereroi e fantascienza, quando è entrato nel mercato americano ha iniziato a lavorare su personaggi come Lanterna Verde e, nel corso degli anni, su molti degli eroi più cosmici della DC. Questo legame con la fantascienza è stato uno degli elementi che la hanno attratta verso la DC Comics? Nella sua autobiografia, inoltre, racconta che la DC era il tuo editore preferito.
Sì, amavo la DC Comics perché mi sembrava molto pulita, precisa e incredibilmente ben costruita. Molti dei miei fumetti americani preferiti erano curati da Julius Schwartz, uno degli editor della DC, che in precedenza aveva lavorato per riviste pulp di fantascienza. Era stato anche l’agente letterario di celebri scrittori di fantascienza come Ray Bradbury ed Edmond Hamilton, quindi dietro molti di quei fumetti c’era una forte sensibilità fantascientifica. Ero particolarmente attratto da Lanterna Verde perché, ancora una volta, ampliava la storia fino a comprendere il cosmo. Mi affascinava l’idea che esistesse una forza di polizia intergalattica, di cui Lanterna Verde fosse soltanto un membro. C’erano tutti questi esseri alieni che indossavano la stessa uniforme, e mi piaceva l’idea che là fuori esistesse una civiltà immensa, con la Terra situata soltanto ai suoi margini.
Un’altra grande influenza su di me fu una striscia a fumetti britannica chiamata Jeff Hawke, che, a quanto ho capito, era molto popolare anche in Italia e in altri Paesi europei. Affrontava la fantascienza in maniera un po’ bizzarra, con un certo senso dell’umorismo e un tocco di assurdità. Questa combinazione mi affascinava molto ed è stata certamente una delle cose che mi hanno attratto verso il genere.
Prima ha parlato delle molte influenze che hanno contribuito a formare il suo lavoro. Uno degli aspetti più interessanti della sua autobiografia è proprio il numero impressionante di nomi che cita: alcuni molto famosi, altri molto meno. So che è una domanda difficile, ma se dovesse scegliere una sola grande influenza dei suoi primi anni, chi o cosa sarebbe?
Penso che ci siano semplicemente troppe influenze per poterne indicare una sola. C’è la tradizione fantascientifica della DC Comics, ma c’è anche quello che Jack Kirby e Stan Lee stavano facendo alla Marvel. Idee come Galactus, Ego il Pianeta Vivente e la sensazione che oltre la Terra esistesse un intero universo di civiltà mi affascinavano. Quindi non potrei davvero indicare una singola influenza: era una combinazione di tutte queste cose.

Arriviamo a Watchmen, dato che quest’anno ricorre il suo quarantesimo anniversario. Guardando oggi al libro, come è cambiato il suo rapporto con l’opera? Era nato come un progetto autoconclusivo, ma nel corso degli anni ha assunto una vita propria, non solo dal punto di vista commerciale, ma anche attraverso adattamenti, spin-off, prequel e sequel. Che cosa significa oggi Watchmen per lei, dopo quattro decenni?
Devo dire che sono sbalordito dal fatto che, dopo quarant’anni, abbia ancora l’influenza e la popolarità che ha. Quando Alan e io lo creammo, non avremmo mai immaginato che sarebbe durato così a lungo. Pensavamo davvero che avremmo realizzato la nostra serie di dodici numeri, che sarebbe passata, e che alla fine sarebbe finita nei contenitori degli arretrati dei negozi di fumetti. Non avevamo idea che avrebbe avuto la longevità o l’impatto che ha avuto. Come autore, è incredibilmente gratificante vedere sempre più persone scoprire il tuo lavoro. È profondamente emozionante pensare che qualcosa che abbiamo creato così tanto tempo fa continui a essere importante per così tanti lettori. In effetti, è passato così tanto tempo che posso quasi guardare Watchmen come se fosse stato creato da qualcun altro, perché quarant’anni fa ero una persona molto diversa. Ed è già di per sé un pensiero sconvolgente. Sono anche molto felice che alla fine sia arrivato un adattamento cinematografico che, secondo me, era un ottimo film. Non era perfetto, ma tutti quelli coinvolti ci hanno messo il massimo. Lo stesso vale per l’adattamento animato: all’inizio avevo qualche riserva, ma penso che alla fine abbiano fatto un lavoro superbo. Fin dall’inizio, Alan e io avevamo sempre considerato possibile un adattamento: pensavamo che un giorno potessero esserci dei film o delle versioni animate della storia.
Sono meno entusiasta dei prequel e dei sequel, perché credo che Watchmen stia in piedi da solo. Quella è la storia che volevamo raccontare. Se inizi a riempire troppi spazi su ciò che è successo prima o dopo, rischi di indebolire proprio ciò che rendeva efficace l’originale. È come spiegare una battuta: una volta che l’hai spiegata, spesso perde il suo effetto. Detto questo, non sono arrabbiato né contrariato per nulla di tutto questo. Nel complesso, il libro è stato trattato molto bene. Ha avuto un successo straordinario, sia artistico sia commerciale. È ovviamente l’opera che definisce la mia carriera. Sono sicuro che, quando verrà scritto il mio necrologio, la parola Watchmen comparirà già nel primo paragrafo e, onestamente, ci sono modi molto peggiori di essere ricordati. Ha superato ogni aspettativa che potessi avere e sono semplicemente grato che, dopo tutti questi anni, alle persone importi ancora.

In molti modi Watchmen ha cambiato il modo di raccontare i supereroi, ma vorrei sottolineare due aspetti. Il primo è quello psicologico, la profondità dei personaggi; ma c’è anche un aspetto visivo: l’estetica, il realismo dei corpi, dei gesti, delle espressioni e così via. C’è un profondo senso di umanità, che in qualche modo si ricollega a ciò che erano alcuni supereroi alle origini, più umani che superumani. Come ha affrontato questo aspetto del lavoro? Qual era il suo approccio a questi personaggi e ce n’era uno in particolare che le è rimasto davvero dentro, con il quale si è trovato a empatizzare maggiormente mentre lavorava alla storia?
Penso che, ancora una volta, la domanda da porsi sia: se i supereroi esistessero, come sarebbero davvero? E poi puoi chiederti: perché qualcuno vorrebbe fare il supereroe? Potrebbero essere persone come Nite Owl (Gufo Notturo in italiano), un ragazzo ricco che vuole procurarsi la sua dose di adrenalina, quindi spende soldi per una nave a forma di gufo, un costume, delle armi e tutto il resto, come Batman. Oppure potrebbero essere persone come Silk Spectre. È una tradizione di famiglia: sua madre era una supereroina mascherata, quindi dovrebbe esserlo anche lei. Oppure, nel caso del Dr. Manhattan, qualcuno che possiede i poteri di un dio ma che quei poteri non li ha mai desiderati. Non è interessato ad aiutare l’umanità o a combattere il crimine; si perde nei propri processi mentali e nella capacità di manifestare le cose. È quindi piuttosto egoista e completamente neutrale rispetto a ciò che accade all’umanità. Quando inizi a esplorare personaggi del genere, dai loro corpo e spessore invece di limitarti a farli dire: «Sono uno dei buoni, combatterò il crimine». È troppo semplice. Noi cercavamo la complessità, volevamo spiegare le ragioni che stavano dietro alle loro azioni. E questo significa anche, tornando a quello che dicevo sul fatto che sia un romanzo di fantascienza, che non lo affronti come un normale fumetto di supereroi, fatto di grandi splash page con figure muscolose che saltano sopra lo skyline, ma a un livello molto più umano: persone in spazi umani, che interagiscono in modo umano. E inevitabilmente, quando crei i personaggi, finisci per conoscerli. Quello che mi è più vicino è Nite Owl, perché quando ero bambino inventavo le mie storie e i miei personaggi amatoriali. Avevo un personaggio chiamato Nite Owl e suggerii ad Alan che un personaggio con quel nome, con tutto ciò che aveva a che fare con il gufo, potesse essere il nostro sostituto di Batman. E lui disse: «Sì, fantastico. Lo scriveremo N-I-T-E O-W-L, alla maniera americana». Quindi è un personaggio che mi è molto vicino. Ho uno degli oggetti di scena del film, la statua del Nite Owl originale, che guardo ogni giorno e penso: non è incredibile che quella cosa che avevo disegnato a quattordici anni sia finita in un film e sia stata vista da milioni di persone in tutto il mondo? Quindi sì, capisco anche perché alla gente piaccia Rorschach: anche se è un personaggio terribile, sa in cosa crede e possiede un enorme grado di certezza. Per me però resta Nite Owl.
Penso che, guardandolo a posteriori, sia probabilmente qualcosa in cui molte persone possono riconoscersi. È più simile a un uomo qualunque che diventa un supereroe, ma poi invecchia e, una volta terminata la sua carriera, mette anche su un po’ di peso, gli viene la pancia. Non so, forse è anche qualcosa in cui possiamo riconoscerci crescendo: quando sei giovane fai ogni sorta di cose, poi, con il passare del tempo, rallenti gradualmente e invecchi.
Esatto: smetti di allenarti — ovviamente smetti anche di combattere il crimine — quindi se ne sta semplicemente seduto nel suo seminterrato a pensare a come erano i vecchi tempi. Quindi c’è anche quell’elemento di nostalgia.
Un altro aspetto di cui vorrei parlare, per quanto riguarda lo stile e la narrazione, è la griglia di nove vignette. Ovviamente non l’ha inventata lei, ma a partire da Watchmen è diventata sempre più frequente nei fumetti e, per molti autori, è diventata un omaggio o una scelta stilistica. Come è nato questo particolare approccio narrativo? E, per quanto riguarda il suo stile e questa struttura, quali erano i suoi vantaggi, ma anche i suoi limiti e le sue difficoltà per lei come artista?
Volevo che Watchmen avesse un aspetto completamente diverso da qualsiasi altro fumetto americano, in modo che bastasse guardare una pagina per sapere che era Watchmen. All’epoca, negli anni Ottanta, c’era molto di quello che definirei l’approccio da manifesto cinematografico all’illustrazione a fumetti: una grande immagine dell’eroe che vola attraverso il cielo e poi la storia raccontata attraverso immagini più piccole, con l’obiettivo di fare in modo che l’insieme funzionasse come un’immagine da manifesto, piuttosto che come parte di una storia. Dato che stavamo per raccontare una storia molto complessa, pensai che usare una griglia di nove vignette le avrebbe dato un aspetto unico, diverso da qualsiasi altro fumetto sul mercato. Anche Alan capì che questo gli avrebbe dato molto controllo sul ritmo della narrazione e che avrebbe trascinato il lettore dentro la storia. Il problema dei manifesti è che li guardi come un’immagine e poi leggi la storia quasi come se fosse un articolo. Noi volevamo che la storia fosse l’elemento principale e che le immagini fossero quasi invisibili. Non dovevi pensare: «Oh, questa è un’opera d’arte»; dovevi semplicemente perderti nella storia. Era anche un modo molto comune di fare fumetti, soprattutto nei fumetti europei e britannici. Penso che questo, insieme alla colorazione, abbia contribuito a dare a Watchmen il suo aspetto distintivo. Avevo idee molto precise sulla tavolozza di colori che volevo utilizzare, diversa dalla normale palette dei fumetti americani. Quindi parlavo a lungo con John Higgins, il mio amico che era il colorista, per ottenere quel tipo di look tipico dei fumetti europei e dare al libro un sapore diverso.

Esatto. Perché il suo stile in generale, e in particolare quello di Watchmen, sembra guardare maggiormente alla tradizione europea, compresa la ligne claire.
Ho sempre cercato di adattare il mio stile di disegno al fumetto che stavo disegnando. Watchmen è realizzato con uno stile molto vicino alla linea chiara, ma ho fatto altre cose, come Martha Washington o Doctor Who, in cui le composizioni sono molto più esplosive. Quindi non è che quello sia il mio stile assoluto e immutabile: è semplicemente lo stile che ho scelto di usare per Watchmen.
Dopo aver letto e riletto Watchmen, mi sono reso conto di essere sempre più attratto dalla storia secondaria, dalla storia nella storia: Tales of the Black Freighter. Mi colpisce sempre di più perché è un contrappunto alla trama principale. In qualche modo spiega ciò che sta succedendo, ma attraverso una storia e una prospettiva completamente diverse. E lo stile è più vicino ai fumetti EC. Come ha lavorato a questa parte del libro? È stata sviluppata parallelamente alla storia principale oppure separatamente? E come è nata l’idea?
Quando Alan e io stavamo creando per la prima volta il mondo di Watchmen, preparai una lunga lista di cose che pensavo potessero essere elementi interessanti. C’erano cose come, per esempio, il fatto che, trattandosi di un mondo alternativo, ci sarebbero stati fast food diversi, mode diverse nel modo di vestire. E mi venne anche in mente che, in un mondo in cui gli eroi in costume esistevano davvero, probabilmente non ci sarebbe stato un mercato per i fumetti di supereroi, perché sarebbero sembrati ridondanti. Ma cosa avrebbe potuto avere lo stesso tipo di fascino, glamour e violenza dei fumetti di supereroi? Pensai: forse i fumetti di pirati. Avrebbero potuto essere loro a occupare quello spazio. Suggerii l’idea ad Alan e già nel primo numero c’è una scena di strada in cui un ragazzino sta leggendo un fumetto di pirati. Avremmo potuto fermarci lì, ma poi, quando ne parlammo più approfonditamente, Alan disse: «Sai, potremmo in realtà raccontare quella storia di pirati, riproducendola dal fumetto».
All’inizio non ero sicuro che avrebbe funzionato, ma lui la scrisse e funzionò: come dici tu, divenne un’allegoria di ciò che stava succedendo, con Ozymandias che, ovviamente, si faceva strada sopra i cadaveri degli altri. E, sai, potevamo darle un po’ di colore e, dato che la storia principale conteneva elementi piuttosto cerebrali, avrebbe aggiunto quel senso di avventura e di cappa e spada. Questo è un esempio di come funziona la collaborazione. Io avevo avuto l’idea del fumetto di pirati, ma quello che Alan fece superò completamente qualsiasi cosa avrei mai potuto immaginare.
Se guardiamo al mondo che ci circonda oggi, e soprattutto a questo particolare momento in cui stiamo avendo questa conversazione, c’è ancora una volta la sensazione di vivere sotto l’ombra di un’apocalisse. Che cosa sarebbe Watchmen oggi? Se pensasse di creare qualcosa di simile adesso, sarebbe ancora possibile? Sarebbe ancora una storia che potrebbe essere raccontata nello stesso modo?
Penso che il mondo sia diventato molto più complesso e che le storie che accadono nel mondo reale siano più complesse. Allora era più una questione del tipo: «Io ho una bomba nucleare, tu hai una bomba nucleare: vuoi combattere?». Sai, alla fine si riduceva a questo. Penso che oggi sarebbe molto difficile esplorare molte delle cose che stanno accadendo nel mondo reale. Credo che ci sia qualcosa di elementare in ciò che accade in Watchmen, non so bene come dirlo. Siamo sull’orlo dell’apocalisse a causa dell’ostilità tra due superpotenze, gli Stati Uniti e la Russia: quando realizzammo il libro, era qualcosa di molto reale. In Inghilterra c’era una serie televisiva intitolata Threads, che mostrava quanto fosse fragile la società, e a quei tempi ci credevamo davvero, anche a livello emotivo. Quando si arriva ai problemi moderni della società, legati al terrorismo e alle condizioni economiche, è molto più difficile renderli archetipici. Quindi non penso che Watchmen funzionerebbe esattamente nello stesso modo oggi, ma sono sicuro che si potrebbe raccontare una storia capace di avere un impatto simile. Semplicemente non so quale sarebbe. Forse non è una risposta molto soddisfacente.
Penso che Watchmen sia ancora interessante anche da una prospettiva storica.
Sì, quello che sto cercando di dire sia che Watchmen appartiene profondamente al suo tempo. Si trovava in un punto molto preciso della Storia e abbiamo racchiuso al suo interno molte delle cose che stavano accadendo in quel momento. Quando Gorbaciov era il leader della Russia, ebbe un incontro con Ronald Reagan a Reykjavík, in Islanda, per discutere di armi e di quello che sarebbe successo in futuro. E la prima cosa che Ronald Reagan disse a Gorbaciov fu: «Ehi, Mikhail, sai di cosa avremmo davvero bisogno? Di un’invasione da Marte. Quella ci farebbe lavorare insieme». Che è fondamentalmente ciò di cui parla Watchmen. Penso che si possa ancora esplorare quel tema, anche se il mondo è diventato molto più complesso di quanto fosse negli anni Ottanta. Sì, ha senso?
È interessante sviluppare ulteriormente questa idea: come avrebbero immaginato oggi i creatori di Watchmen la reazione dell’umanità a qualcosa del genere? Porterebbe davvero l’umanità a unirsi, oppure la reazione sarebbe completamente diversa?
Un punto importante è che anche la tecnologia oggi è molto diversa. Sai, con la potenza di calcolo, l’intelligenza artificiale e tutte queste cose, le possibilità di sconvolgere la società sono molteplici e non sono limitate soltanto alla guerra nucleare. E lo vediamo ogni singolo giorno nelle notizie.
Grazie mille, Dave, per il suo tempo.
Intervista realizzata al Festival del Fumetto di Monaco nel giugno 2025.
Un sentito ringraziamento agli organizzatori per il loro supporto.
L’intervista in inglese la trovate sul sito di smokyman!

Dave Gibbons
Nato nel 1949, è uno dei più importanti artisti britannici della sua generazione. Dopo aver iniziato la sua carriera professionale nei primi anni Settanta, è diventato uno degli artisti di riferimento di 2000 AD fin dal suo lancio nel 1977, lavorando su personaggi come Judge Dredd e Dan Dare e creando insieme a Gerry Finley-Day Rogue Trooper. È stato inoltre il principale disegnatore della striscia a fumetti di Doctor Who, prima di passare al fumetto americano, dove ha lavorato per la DC su Superman e Green Lantern, collaborando con sceneggiatori tra cui Alan Moore. La loro collaborazione più celebre è stata Watchmen (1986–87), le cui pagine meticolosamente costruite, i motivi visivi ricorrenti e la griglia di nove vignette hanno reso il lavoro di Gibbons un elemento fondamentale della narrazione.
Gibbons ha poi lavorato a lungo sia come artista sia come sceneggiatore. Ha collaborato con Frank Miller a Give Me Liberty (1990), introducendo l’eroina distopica Martha Washington, e ha proseguito la sua storia in diversi volumi successivi. Ha inoltre creato The Originals e collaborato con Mark Millar a The Secret Service. La sua carriera e il suo processo creativo sono raccontati in Watching the Watchmen (2008), mentre Confabulation: An Anecdotal Autobiography (2012) ripercorre la sua vita e la sua carriera nel mondo del fumetto.








