Michelangelo, Donatello, Raffaello e Leonardo non formano più la squadra delle tartarughe ninja, si sono anzi tutti separati quando una minaccia comune incombe su di loro. Questo è il setting scelto da Jason Aaron per cominciare la sua run sugli eroi col guscio. Il volume edito da Panini Comics raccoglie i primi sei numeri della sua gestione (più il prequel Lontano da casa), usciti per IDW nel 2024, rappresentando così un gradito ritorno per i fan della serie e al contempo un ideale punto di approdo per chi – proprio come chi scrive – non ha mai preso in mano un fumetto delle tartarughe, fermo ai ricordi legati ai cartoni animati, ed è totalmente a digiuno della continuity fumettistica precedente.
La copertina del volume, opera di Rafael Albuquerque, è quantomeno fuorviante, rimandando all’immaginario più classico, pop e rassicurante delle Tartarughe Ninja: i quattro fratelli sono ritratti insieme, compatti, scanzonati e pronti all’azione, richiamando alla mente lo spirito di squadra che ha reso celebre il franchise nei decenni. Si tratta appunto di un’illusione; non appena si apre l’albo, ci si rende conto che il tono del racconto di Aaron è all’esatto opposto.
Laddove la copertina promette la familiare dinamica di gruppo, le prime pagine scaraventano il lettore in un’atmosfera sporca, cinica e disillusa. I quattro fratelli non sono una squadra, non si spalleggiano e, soprattutto, non si parlano. Ognuno di loro si trova in un angolo diverso del globo, isolato dal resto della famiglia e costretto a fare i conti con il proprio dramma personale. Aaron smonta il mito della squadra fin dalle fondamenta, costringendoci a conoscere Michelangelo, Donatello, Raffaello e Leonardo prima di tutto come individui feriti, rendendo la loro futura (e inevitabile) reunion un percorso in salita, doloroso e verosimile.
Il prologo come detto si concentra su Donatello (su cui si torna nel quarto capitolo), ridotto in prigione in uno squallido Safari illegale, i disegni sono affidati al tratto materico, “sporco” e ricco di linee di contorno di Chris Burnham, si prosegue poi con le vicende di Raffaello, rinchiuso in prigione a San Quentin, per i disegni di Joëlle Jones, abile a restituire il carattere scontroso del rosso e soprattutto ad architettare le scene di combattimento, ricche di dettagli e dinamica.
Michelangelo è sempre stato il cuore pulsante, ottimista e pop del gruppo. A Tokyo, Aaron lo trasforma in una star dei social media, un idolo pop svuotato dell’anima. Rafael Albuquerque traduce visivamente questa profonda crisi d’identità con un uso massiccio delle ombre che avvolgono Michelangelo quando i riflettori si spengono.
Il segno spesso e i colori vividi di Cliff Chiang descrivono la vita ascetica a cui si è dedicato Leonardo. Al contrario di Burnham, Chiang lavora per sottrazione. L’uso di campiture di colore piatte ma accese ritraggono un leader che sta cercando di ricostruire sé stesso partendo dalle fondamenta, immerso in una natura monumentale che lo costringe a guardarsi dentro. Questo è probabilmente il capitolo più riuscito del volume, Chiang traduce il flusso di coscienza proposto da Aaron in sequenze che cambiano continuamente le dominanti di colore, ricreando delle atmosfere che restituiscono alla perfezione il tormento nel percorso di Leonardo.
Il quinto numero è formalmente il più coraggioso: Aaron abbandona del tutto le tartarughe e dedica l’intero capitolo al villain, Hieronymus Hale, raccontandone le origini. È una mossa forse rischiosa, che però serve anche a contestualizzare al meglio la situazione della città al di là delle vicende delle tartarughe. Darick Robertson, co-creatore di The Boys, porta su queste pagine la stessa grammatica visiva che lo ha reso celebre: un tratto ricco e caricaturale grazie al quale le espressioni dei volti raccontano il personaggio prima ancora che apra bocca. I chiaroscuri profondi e la tendenza a esasperare i tratti fisiognomici si rivelano uno strumento perfetto per Hale, un villain costruito sull’ambiguità e sull’autogiustificazione: Robertson lo rende visivamente subdolo nello stesso modo in cui Aaron lo rende narrativamente inaffidabile, lasciando al lettore il compito di decidere fino a che punto credere a ciò che vede.
Il sesto numero porta finalmente a compimento ciò che Aaron ha costruito con pazienza: i quattro fratelli si ritrovano, tornano a New York, e la reunion è tutt’altro che liberatoria. Le ferite accumulate nei numeri precedenti non spariscono per magia, e Aaron è abbastanza onesto (e abbastanza bravo) da non concedere al lettore la mera soddisfazione di un ricongiungimento “semplice”. I fratelli sono insieme ma distanti, e Donatello in particolare porta addosso i segni di ciò che ha vissuto in modo tangibile, quasi fisico. Il volume si chiude su un cliffhanger carico di pathos, con la sensazione netta che il peggio debba ancora arrivare.
Il finale è affidato alla mano di Juan Ferreyra, il suo lavoro è solido e narrativamente efficace, capace di gestire la tensione emotiva della reunion senza sbavature, anche se chi scrive trova il suo stile meno magnetico rispetto ai predecessori: una questione di gusto, più che di qualità.
Ritorno a New York è un esordio dall’impianto solido, Aaron dimostra di sapere esattamente cosa fare coi quattro personaggi: li smonta, li isola, li costringe a fare i conti con loro stessi, e solo in un secondo momento li rimette insieme. È una scrittura che non ha fretta di rassicurare chi legge, e questa scelta assume una valenza particolare che va oltre la semplice gestione narrativa. Aaron sembra convinto, e ci convince, che per capire davvero una squadra bisogni prima smettere di vederla come tale. Solo fermandosi su ciascun fratello preso singolarmente, sulle sue contraddizioni, sulle sue ferite specifiche e irriducibili a quelle degli altri, il lettore acquisisce gli strumenti per leggere le dinamiche di gruppo quando queste tornano a manifestarsi.
Abbiamo parlato di:
TMNT – Ritorno a New York
Jason Aaron, AA.VV.
Traduzione di Fabio Gamberini
Panini Comics, 2026
176 pagine, cartonato, colori – 25,00 €
ISBN: 9791221936537










