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L’importanza dell’errore: una chiacchierata con Loputyn

22 Maggio 2026
Intervista con l’illustratrice Loputyn: il ruolo dell’IA, la sua visione artistica e l’importanza di poter sbagliare.
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In occasione del Napoli Comicon 2026 abbiamo avuto la possibilità di intervistare Loputyn, ospite di Rebelle di quest’edizione. Nella breve chiacchierata abbiamo parlato della visione artistica, dell’uso dell’IA e, soprattutto, di quanto l’errore sia – per un artista, ma non solo – assolutamente importante.

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C’è un’immagine o una scena che ti ossessiona da anni ma non sei ancora riuscita a tradurre in un’illustrazione (o comunque storia) soddisfacente?
Più che da una storia in effetti parto da un’immagine. In realtà, è da quando disegno che uno dei soggetti ricorrenti appunto è il lupo: la figura del lupo torna sempre perché è veramente viscerale, nel senso che è un personaggio che esiste da quando ero piccolissima e quindi è forse anche per questo che continuo a indagarlo ancora, perché si trasforma continuazione, è come se avessi sempre da scavare in quell’animale. Animale che, tra l’altro, rappresenta qualcosa di interno e infatti molto spesso lo disegno proprio che fuoriesce dalle ragazze, è una creatura che in realtà sta dentro di loro e cerca sempre di uscire, arrivando anche a “romperle” fisicamente: di solito rompe il loro corpo ed esce. È questa l’immagine che mi piacerebbe continuare ancora ad indagare.

Quindi vorresti continuare a indagarla in altre forme, in altri modi?
Sì, mi piacerebbe proprio arrivare al punto, ecco.

Invece che rapporto hai con il non finito, con le opere magari rimaste inconcluse, incompiute, se lo fai volutamente, se è una cosa che a volte può capitare, la tolleri, non la tolleri?
Allora, in realtà non solo tollero il non finito ma proprio lo cerco. Per me finire equivale ad archiviare, o a qualcosa che muore proprio, quindi dare una fine mi sembra innaturale. Tutto quello che disegno in realtà si collega anche alla domanda di prima, nel senso che comunque l’indagine continua sempre. Per cui in realtà arrivo a un punto del disegno dove semplicemente non credo sia finito, tante volte magari lascio volutamente dei dettagli un po’ più sketchati o comunque arrivo al punto di dire “ok, adesso la smetto”, però di fatto il disegno non è mai compiuto. E questo accade in realtà anche nelle storie, mi piace lasciare sempre un po’ di sospensione.

Qual è stata una scelta controintuitiva, o che magari ipotizzavi non sufficiente, se non addirittura sbagliata, che invece si è rivelata decisiva per la tua carriera?
Direi il primo fumetto autoconclusivo che ho fatto, che è Francis. Controintuitivo nel senso che non era il momento di lavorare a quel progetto, dato che ne avevo altri in corso, ma ho proprio sentito l’urgenza di lavorare con quella storia e quindi, un po’ andando contro il buonsenso, ho chiesto di posticipare gli altri progetti a cui stavo lavorando. Dal momento che poi è stato uno dei miei progetti più di successo ho capito che è stata la scelta giusta: certo, magari non tanto per gli editori che hanno dovuto posticipare.

Però per te sì.
Per me sì (ride).

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Il tuo modo di narrare e disegnare, data anche la natura quasi onirica che ti caratterizza, varia significativamente in base al tuo stato emotivo?
Tantissimo, è qualcosa che cambia in continuazione, di giorno in giorno! Ci sono giorni in cui sono veramente nervosa e mi rendo conto che i soggetti escono a loro volta con dei tratti veramente poco morbidi. Da un lato questa cosa mi crea conflitto, perché in realtà cerco sempre la morbidezza, perché mi piacciono le linee curve, morbide e soffici. Io, però, di fatto sono una persona il 90% del tempo molto nervosa, e quindi è molto più facile che i disegni siano aggressivi o comunque confusionari. Una cosa che ho notato è che, quando inizio a disegnare, quel nervosismo è la prima cosa che esce sul foglio, nel senso che dallo sketch primordiale, per così dire, si nota molto di più la sua presenza. Tuttavia, man mano, è come se buttassi fuori questa rabbia, come se facessi uscire l’aggressività incapsulata, e la linea a poco a poco (giusto per evitare la ripetizione) si definisce, man mano mi avvicino al definitivo, però sì, il tratto è continuamente diverso.

Quindi avvicinandosi al definitivo riesci ad ammorbidire un po’ di più?
Sì, esatto, è come se un po’ scaricasse!

Quindi è anche un po’ il disegno a calmarti?
Sì, sì, assolutamente!

C’è un medium, un formato, un genere o uno strumento dal quale ti tieni alla larga? E perché?
Mi viene da dire l’IA, perché va un po’ contro tutti i miei principi, ovvero l’amore per la fatica e per la strada più lunga sempre. Questo perché il percorso secondo me – anche quando si tratta di disegnare o scrivere, un po’ più in generale nella vita – è la fase più importante, più del risultato. Anche qui forse ci ricolleghiamo al discorso di prima sul finito, dato che per me il risultato in realtà non è importante, ma è sempre il divenire. E l’IA secondo me toglie proprio questo, andrebbe a mancare il senso. Lo vedo come puro risultato ma senza alcun processo, quindi è qualcosa da cui mi tengo alla larga… per il resto invece altri medium no, ho ovviamente i miei preferiti, però non ho nessuna avversione particolare.

Ricollegandoci quindi all’IA, che uso pensi se ne farà in futuro in campo artistico? Come vedi ora la situazione?
In realtà, non la demonizzo al 100%. Penso possa avere le sue utili declinazioni.

Tipo?
Beh, per i meme è perfetta: effettivamente ci sono dei meme che senza l’uso dell’IA non sarebbero mai nati, e che sono dei capolavori (ridiamo). Tuttavia, a parte ciò, sinceramente in campo artistico mi causa un po’ di lutto: sicuramente verrà usata, ma non riesco a vederla positivamente dal momento che sarà sempre a discapito di qualcun altro senziente.

Ma pensi che, con un prompt estremamente specifico, l’IA possa trasmettere la stessa personalità e profondità artistica – l’anima, per così dire – che trasmette invece un’opera umana?
Senza girarci troppo attorno, no. Non penso proprio.

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Questa domanda si ricollega al tema del non finito di cui prima, ma quanto spazio lasci all’errore nel tuo processo? Ti è mai capitato che un “errore” diventasse il cuore dell’opera?
Sì. Adesso che ci lavoro magari uso molto di più il digitale, proprio per questioni di praticità, tuttavia quando disegno per me preferisco utilizzare sempre il tradizionale e, quindi, l’errore capita in continuazione. Proprio l’altro giorno mi è capitato di appoggiare la tazza di tè sul foglio, sovrappensiero, e ho macchiato un disegno che era praticamente finito. E diciamo che, anche qui, una volta magari ci sarei rimasta un po’ più… Trovo però sempre il modo di aggiustare: il disegno tradizionale ti porta a trovare sempre l’escamotage, il quale è legato a doppio filo al miglioramento. Nel senso che, commesso l’errore, non puoi tornare indietro e quindi se ne vuoi carpare qualcosa sei obbligato a trovare nuovi percorsi neurali che ti portino sulla strada giusta.

Un po’ come accade nel quotidiano, nei comuni contesti di vita.
Esatto, quindi in realtà l’errore è l’unico modo per migliorare, anche nel campo artistico.

Invece usando il digitale è più facile agire sull’errore, giusto?
Esatto, quindi è per questo che quando si tratta di consegne veloci comunque ricorro al digitale, proprio per praticità. Ma ripeto, quando commetto un errore piango, ma al contempo ne sono comunque contenta.

Ricollegandoci un po’ a ciò che dicevamo prima sulla personalità di un’opera, l’errore rappresenta quindi un valore aggiunto?
Sì, e tra l’altro secondo me ultimamente ancora di più: ho notato che ora per tutte le illustrazioni sui social si parte con il dubbio che possa essere IA, quindi almeno per me viene proprio naturale mettermi a zoomare e approfondire un po’…

In effetti è qualcosa che tendo a fare anche io…
Esatto, e in quest’ottica l’imperfezione è allora un valore aggiunto: quando vedo un errore che l’IA non commetterebbe mai tiro un respiro di sollievo e mi dico “menomale, quest’opera è di un umano”! Per cui, in realtà, ben vengano gli errori, spero in futuro ci sia più spazio per sbagliare.

Sì, in effetti volendo fare una considerazione sociale l’errore sembra poco accettato in generale: invece dovrebbe essere bello concedersi di sbagliare nel disegno come in tutto.
Assolutamente. E speriamo che sia anche un modo per riconoscere ciò che è umano da ciò che non lo è.

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Che visione dai alla magia e all’esoterismo? Che significato ha per te? A quale ruolo assolvono, per dire, la strega o il licantropo?
Diciamo che per me la stregoneria non ha un valore fantasy, ma è proprio legata al concetto di natura, di connessione con la natura, e di conseguenza in connessione anche con quello che abbiamo noi dentro, a livello… direi proprio naturale, ecco. Penso che stando in contatto con la natura venga naturale anche immergersi dentro di sé, ed è così che questi elementi escono poi anche al di fuori. Cioè… nei miei disegni a volte metto sia il lupo, che altri animali, che vegetali, funghi, comunque tutto il mondo naturale che fuoriesce dal corpo. E il concetto è questo per me, la stregoneria è questa, è il fuori che è anche dentro di noi: così come è sopra così è sotto, come è fuori, così è dentro.

C’è qualche artista del passato con cui avresti davvero voluto lavorare?
È una domanda difficilissima, mi cogli alla sprovvista! Deve essere qualcuno legato al campo fumettistico?

No, no, può essere chiunque: uno scrittore, un fotografo, uno scultore…
Passo.

Va bene. Come ultima domanda, hai un sogno nel cassetto che non sia necessariamente correlato al lavoro, o comunque qualcosa di cui davvero senti il bisogno?
Sì, diciamo che è correlato a quello di cui parlavamo prima, al famoso contatto con la natura. Per quanto io già abiti in campagna, sto cercando di muovermi ancora di più in questa direzione, cercando sempre una vita più tranquilla, semplice, con meno cose possibili, in un contatto pieno e profondo con la natura.

Intervista dal vivo a Napoli il 02/05/2026

Loputyn

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Jessica Cioffi, in arte Loputyn, vive e lavora a Brescia. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Bergamo, e si dedica al disegno e all’illustrazione sin dall’adolescenza. Tramite i social ha avuto modo di presentare i suoi lavori e riscuotere un certo successo nel panorama italiano e internazionale.
Inizia la sua carriera editoriale con
Shockdom, e al momento pubblica con Rebelle la serie “Le favole di Loputyn” mentre con Gigaciao ha edito l’edizione decennale dell’opera che l’ha fatta conoscere al grande pubblico, Francis.

Andrea de Lise

Andrea de Lise

Andrea de Lise (1991), nato e vive a Napoli. Laureato in neuropsicologia, iscritto all'Ordine dal 2020, opera come psicologo in Campania e online. Ha numerose passioni ed è molto curioso.

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