kjersti synneva moen

Crescere è (anche) avere paura: intervista a Kjersti Synneva Moen

18 Maggio 2026
La fumettista norvegese racconta il suo esordio in Italia, "Provaci ancora, Selma!", tra cambiamenti e prime volte
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Per diventare grandi bisogna affrontare le proprie paure: lo sa bene Selma, undicenne norvegese che le sue paure le ha nascoste tutte in un bel barattolo, così che non possano mai torcersi contro di lei. Quando però una nuova compagna di classe si trasferisce da una grande città, portando con sé glamour, fascino e sicurezza, molte delle certezze di Selma iniziano a incrinarsi: da un giorno all’altro i vestiti sembrano troppo infantili, le sue passioni troppo fuori moda. E anche le paure iniziano a farsi un po’ più grandi: c’è quella dell’acqua, certo, ma c’è anche quella di perdere la propria migliore amica o non riuscire a dichiararsi al ragazzo per cui si è presa la prima cotta….

Provaci ancora selma

Nel suo primo fumetto pubblicato in Italia da Terredimezzo Editore, Kjersti Synneva Moen, illustratrice e fumettista norvegese, propone una storia di crescita e prime volte, in cui a colpire è soprattutto una giovanissima protagonista in cui è facile rispecchiarsi; Selma infatti è una ragazzina piena di paure e insicurezze: eppure, dietro ai suoi punti deboli, si celano forse anche i suoi più incredibili punti di forza. Con l’autrice abbiamo parlato di com’è nata questa storia e, soprattutto, dell’importanza di scrivere per giovani lettori, senza la presunzione di fornire loro tutte le risposte, ma anzi con la curiosità di porsi con loro le giuste domande: in primis, cosa voglia dire crescere.

Ciao Kjersti, benvenuta su Lo Spazio Bianco. Provaci ancora, Selma! è il tuo primo fumetto tradotto in Italia: per prima cosa, anche per introdurti ai lettori italiani, volevo chiederti com’è nata la tua passione per l’illustrazione e cosa ti ha portato verso il mondo del fumetto?
Crescendo, durante i primi anni della mia educazione, ho sempre pensato che sarei stata un’illustratrice. Penso che questa convinzione venisse da un’autentica gioia che provavo nel disegnare, l’ho sempre amato. Fin da quando ero piccola, se avevo un po’ di tempo libero, mi sedevo da qualche parte e iniziavo a disegnare. E ricordo anche la grande influenza che i libri illustrati avevano su di me al tempo. Quando ho iniziato l’accademia artistica ho capito che questa era la mia strada, quello che volevo davvero fare, l’illustratrice di libri per bambini. Poi, sempre mentre ero a scuola, ho iniziato ad amare in particolar modo il mio sketch book, è stato un ottimo punto di partenza. Ho iniziato infatti a unire disegni e scrittura: mi colpì molto una frase, poi, che diceva “Fai attenzione a quello che fai quando non stai lavorando”. E realizzai che era quello che stavo facendo: unire parole e disegni era la cosa che mi veniva più spontanea. Durante gli anni di scuola, ho capito che volevo provarci, così quando mi sono avvicinata al mondo del fumetto l’aspetto dello storytelling è stato sicuramente uno dei più interessanti.

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Hai menzionato prima libri illustrati che leggevi da bambina: volevo chiederti se ci sono stati artisti e fumetti che hanno avuto una maggiore influenza sul tuo stile e sulla tua crescita artistica?
Sì, ce ne sono stati diversi. Tra i libri per bambini, sicuramente c’è un illustratore in particolare, Richard Scarry, autore di Busy Busy Town, dove c’è questo gatto con un piccolo cappello! Amavo questi libri, erano davvero importanti per me. Ce n’è un altro, poi, che è stata una grande ispirazione: Jacob Martin Strid, autore di The amazing bus. È un libro enorme, di quasi due chili: il suo lavoro è stato davvero fondamentale per me, soprattutto il modo in cui lavora con i dettagli e con lo storytelling.

Ovviamente hai un target molto specifico, che comprende bambini e lettori molto giovani. Credo che una delle cose più complesse sia trovare la giusta chiave per raccontare anche temi delicati e importanti a lettori così giovani: come hai trovato la tua e quali sono le sfide più grandi dello scrivere per un target specifico?
Sì, penso che sia una fascia d’età per cui sia molto interessante scrivere, perché quando hai dai nove ai tredici anni attraversi una stadio in cui non sei più un bambino piccolo e inizi a formare la tua identità, scegliendo ad esempio i libri che preferisci leggere, o la maglietta che vuoi indossare… ma allo stesso tempo sei ancora un bambino e non ancora un adolescente. Per questo credo sia uno stadio molto interessante, o almeno per me lo è stato sicuramente. Lo trovo affascinante anche perché è un’età in cui gli argomenti di cui si parla tra amici sembrano così grandi: amore, amicizia, i litigi tra genitori, oppure il trasferimento di un amico. E forse la mia “chiave” per raccontare questi temi è stata l’intenzione di non voler dare delle risposte ai miei lettori, ma farmi delle domande insieme a loro. Inoltre, nel caso di questo libro, volevo raccontare cosa si provasse ad avere paura: volevo soprattutto trattasse di una bambina un po’ neurotica, piena di paure, e penso che questa sia stata l’altra “chiave” che mi ha guidato nella scrittura della storia.

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Sempre a tal proposito, pensi che ti sarebbe piaciuto e ti avrebbe aiutato incontrare un personaggio come Selma quando eri anche tu una giovanissima lettrice? È qualcosa a cui hai mai pensato durante il processo creativo?
È una domanda davvero interessante! Il titolo italiano, Provaci ancora, Selma!, mi piace molto perché io e le mie amiche, da piccole, eravamo il tipo di ragazzine che ci provavano davvero tanto, ed eravamo super osservanti delle regole! Se l’insegnante ci avesse detto di attraversare la strada col semaforo rosso, l’avremmo fatto davvero: facevamo i compiti, seguivamo i nostri insegnanti e genitori, eravamo insomma delle brave ragazze. Ed eravamo anche un po’ neurotiche ed è soprattutto questo aspetto che trovavo interessante esplorare in un libro per bambini. Perché spesso questo tipo di libri ha protagonisti eroici e coraggiosi, certo ci sono anche tanti libri su bambini più fifoni e insicuri, ma accade qualcosa di speciale quando qualcosa ti spaventa e lo fai ugualmente: quello è vero coraggio! E quando ho pensato a me stessa a undici anni, ho realizzato che sarebbe stato bello leggere qualcosa del genere, e anche riderci sopra. Per questo ho cercato anche di mostrare quanto sia buffo il modo in cui alcune cose semplici la spaventino, e metterle un po’ in prospettiva.

Uno dei temi più presenti è la linea tra infanzia e preadolescenza: in quel periodo cambiare è inevitabile, ma la vera sfida è non perdere se stessi durante il cambiamento. Mi è sembrato che sia questo soprattutto che la protagonista prova a fare: mi chiedevo come hai trovato il giusto equilibrio tra la sua evoluzione e il bisogno di non cambiare troppo lo spirito del personaggio?
Sì questa è un’altra cosa che trovo interessante di questa fascia d’età. Ricordo così tante ragazze nella mia classe che si trovavano in quel momento in cui iniziavano a truccarsi, a indossare vestiti diversi: erano ancora bambine ma in parte si sentivano adulte. Per quanto riguarda Selma, trovo sempre stimolante quando il lettore avverte che il protagonista deve attraversare una sorta di crescita: volevo quindi che Selma cambiasse ma non perdesse le sue amicizie. Per me era importante che loro imparassero ad accettare le loro differenze. E il momento in cui le sue amiche ritornano da lei dopo aver sbagliato è il momento cruciale per il personaggio di Selma: in quel frangente volevo mostrare come il suo essere così neurotica e riflessiva fosse anche il motivo per cui era capace di capire le sue amiche e sapere come comportarsi in quella situazione difficile. Infatti è una cosa su cui ho riflettuto spesso durante la stesura, all’inizio non ero certa fosse giusto che lei riuscisse a perdonarle.

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Questa è una delle cose che mi ha colpito di più durante la lettura: la storia inizia infatti con una cotta, ma mi è piaciuto molto come poi si concentri molto di più sulle dinamiche di amicizia, soprattutto tra ragazze, che forse a quell’età ti condizionano molto di più. Come mai questa scelta di dare molto più spazio a queste dinamiche?
Sì assolutamente, a quell’età la famiglia certamente è importante, ma sono le tue amicizie che quelle che iniziano a prendere sempre più spazio. È qualcosa che ho tratto prima di tutto dalla mia personale esperienza: questo infatti è un libro sull’amore, ma anche e soprattutto l’amore tra amiche. E sono contenta che l’editore italiano abbia scelto per il libro una cover diversa da quella originale: perché quella norvegese è molto più orientata sulla storia d’amore, ma l’editore italiano voleva invece sottolineare come nella storia ci fosse di più rispetto alla cotta per un ragazzo. Ho pensato fosse molto bello poterlo mostrare in questa edizione del fumetto. Inoltre la storia è ispirata tanto anche al fatto che sia cresciuta in una piccola città in Norvegia, e spero che anche i lettori italiani possano un po’ rivedersi in quella sensazione di desiderio verso tutto ciò che viene da fuori: siamo cresciute in queste piccole città norvegesi circondate solo da fiordi e foreste mentre leggevamo questi giornaletti che ci spiegavano “Come fare un perfetto cat eye makeup” oppure “dovresti indossare un blazer a scuola per fare colpo su un ragazzo!”. Infatti il personaggio di Devi è ispirato a una mia amica che diceva spesso “Non posso avere il mio vero stile qui in città”. Ho pensato fosse un sentimento molto affascinante da esplorare, questa sensazione di non poter essere se stessi a pieno in un posto del genere e desiderare di essere altrove, in un luogo più grande e più cool.

Infatti uno dei personaggi più interessanti è quello di Ingborg, la nuova studentessa: per Selma lei è un motivo costante di paragone ma ho anche apprezzato come, leggendo con attenzione, appaia evidente come dietro la sua patina di fashion e sicurezza, ci siano un sacco di fragilità. Mi chiedevo quanto fosse importante questo personaggio per la storia e per la crescita di Selma?
E’ stato molto importante, perché all’inizio per Selma rappresentava la perfetta nemesi: sembra sapere tutte le cose importanti ed essere super cool. Ma mi è piaciuto molto come tu abbia sottolineato che anche lei nasconda tante insicurezze, sono felice si sia colto: perché alla fine del libro scopriamo che è esattamente questo quello su cui sta mentendo. In realtà è davvero insicura e il suo comportamento è dovuto al fatto che è stata via per un anno e non ha amiche. Per questo si aggrappa all’amica di Selma e cerca di metterle l’una contro l’altra, perché per lei è più facile fare così. Ed è stato molto divertente provare a creare un personaggio un po’ sgradevole ma spero che il lettore alla fine abbia capito che è qualcosa di più di una semplice “mean girl”.

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Ho anche notato quanto siano stati importanti i dettagli per il character design, soprattutto in relazione alle loro personalità: avevi già immaginato la loro estetica prima di scrivere la storia e quanto è stato importante utilizzare anche il dressing code per comunicare ai lettori maggiori dettagli sulla loro caratterizzazione?
Sì, è una domanda molto interessante! Mi sono infatti divertita molto a ricordare me stessa e le mie amiche a quell’età e le cose che indossavamo: spesso utilizzavamo giacche e stivali antipioggia, vestiti per niente cool, visto che passavamo tutto il tempo nella natura immaginando il mondo “fuori” (considerate che non c’era neppure internet). Nel fumetto infatti un momento molto divertente per me è stato quello in cui Devi compra questo paio di stivali molto stilosi, così lontani dal loro stile vita…

Fuori contesto, diciamo.
Sì, esattamente! Sono poco pratici, sicuramente non adatti a stare in mezzo ai boschi. Ma per lei è così importante averli proprio perché sta cercando di fare impressione sugli altri, ma soprattutto su sé stessa. Quindi ho immaginato questo tipo di abiti “da grandi” in contrasto con la vita che le protagoniste vivono e la loro età. Ed è anche vero che adesso le undicenni sembrano molto di più delle piccole adulte, anche nella scelta degli abiti: quando io avevo la loro età invece indossavo vestiti molto infantili, colorati e pieni di fantasie. Ci sentivamo ancora dei bambini a quell’età, adesso sono molto più interessati al mondo degli adulti.

Effettivamente tu scrivi per le nuove generazioni, per molti aspetti diverse, come hai sottolineato, da quelle precedenti, ad esempio da com’eri tu alla loro età. Nel fumetto, infatti, è anche molto forte la presenza di internet e in generale ci sono molte “voci” che circondano la protagonista: quella dell’influencer di turno, quella adulta della madre, persino quella della sua tartaruga, che rappresenta i suoi pensieri più intrusivi… come si fa secondo te a trovare se stessi in mezzo a tutte queste voci? Credi che sia più complicato per i ragazzi per cui scrivi, che hanno ora molti più stimoli rispetto al passato?
Questa è stata una delle cose più importanti per me, ricordarmi di scrivere per gli undicenni di adesso, senza indulgere troppo nella sensazione di nostalgia. Avevo davvero paura, lo devo ammettere, di risultare come la trentenne che dice ai bambini: “Ehi, so due o tre cose su internet anch’io!”. Quindi mi spaventava un po’ avvicinarmi a questo topic, ma allo stesso tempo non potevo scrivere questa storia facendo finta che internet non esistesse. Doveva esserci snapchat, youtube… perché anche questo fa parte della vita di un undicenne adesso. Non potevo far finta che tutto quello che facciano sia stare in mezzo alla natura e costruire case sugli alberi, non sarebbe la verità. Però ho fatto molte ricerche e soprattutto parlato con tanti undicenni che conosco, chiedendogli di cosa parlano con gli amici, cosa fanno dopo scuola… e quello che è stato così bello scoprire è che sì utilizzano snapchat e tutte queste cose, ma le cose di cui parlavano e a cui erano interessati erano le stesse identiche cose che interessavano anche me e le mie amiche! Gli ho chiesto anche che giochi preferivano fare durante la ricreazione e i hanno risposto “Obbligo e verità”, il gioco più vecchio del mondo. Quindi quello che ho concluso è che gli argomenti sono sempre gli stessi, semplicemente le conversazioni si sono anche spostate su piattaforme diverse. Certo, adesso è molto più complesso: noi avevamo solo questi magazine, mentre adesso loro possono googlare tutto. Ed è molto random e cambia da persona a persona, ognuno può cercare consiglio su qualsiasi cosa… ed è proprio quello che una ragazzina neurotica come Selma fa. Sicuramente è quello che avrei fatto anche io se avessi avuto internet a undici anni. Avrei cercato qualcuno che mi dicesse che non ero strana e che mi rassicurasse.

Un altro importante leitmotiv nel fumetto è la sensazione di sentirsi fuori luogo, soprattutto quanto tutti attorno a te stanno cambiando. Pensi sia qualcosa che sparisce dopo l’adolescenza o che, in qualche modo, possa essere qualcosa in cui anche un lettore più adulto può ancora ritrovarsi?
Sì, è qualcosa a cui penso spesso quando scrivo: quando lavoro infatti a un libro per bambini, sembrerà strano, ma penso spesso alle cose con cui anch’io sto avendo difficoltà in quanto adulta. Penso ci siano molti esempi di cose che restano con noi nonostante le diverse fasi della vita e forse quando cresciamo diventano più complesse e difficili da gestire, ma i sentimenti dietro sono spesso gli stessi. Quello del “sentirsi fuori posto”, ad esempio, credo sia qualcosa che ci insegue per tutta la vita, solo che quando sei un bambino ti sembra una cosa assolutamente sbagliata, perché è la prima volta che lo sperimenti. Ma una delle mie cose preferite dello scrivere libri per bambini è proprio l’idea di affrontare queste prime volte insieme al lettore, ed essere curiosi insieme, sull’amore, l’amicizia, la paura… i libri per bambini sono spesso infatti più ricchi di cliché, ma c’è un motivo per cui quei cliché esistono! Sono quelle emozioni che ti accompagnano per tutta la vita perché sono universali.

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Sei stata a Bologna per la Children Book’s Fair nelle ultime settimane e spero sia stata per te una bella esperienza, soprattutto l’incontro con i tuoi giovani lettori: all’inizio dell’intervista hai detto che non ti piace veicolare risposte o messaggi con i tuoi libri, ma se ce ne fosse solo uno che vorresti i tuoi lettori traessero da Selma, quale sarebbe?
Sarebbe certamente quello espresso dal titolo italiano: quello di fare del loro meglio! Si connette anche alla domanda precedente, è un messaggio che un adulto potrebbe trovare un po’ ingenuo ma è davvero quello che Selma fa nel libro, provare e riprovare facendo del suo meglio. Ed è stata questa la cosa più importante a cui ho pensato lavorando a questo libro: anche quando le cose non vanno bene, provaci ancora una volta!

Grazie mille a Kjersti per il suo tempo e la sua disponibilità.

Si ringrazia Terre di mezzo Editore per le foto scattate alla Bologna Children’s Book Fair
Intervista svolta da remoto il 23 aprile 2026

Kjersti Synneva Moen

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Kjesrti Synneva Moen è una fumettista illustratrice norvegese. Con il suo primo graphic novel ha ottenuto diversi riconoscimenti. “Provaci ancora, Selma!” è il suo esordio in Italia, pubblicato da Terredimezzo editore. L’opera è stata selezionata per il Brage Prize, principale premio letterario norvegese. 

Federica Tortora

Federica Tortora

Nata a Napoli nel 1998, si è laureata in Filologia moderna all’università di Napoli Federico II, interessandosi in particolare alle letterature comparate e al dialogo tra letteratura e arti visuali. Si appassiona alla nona arte durante i primi anni del liceo, comprando i primi manga all’usato e leggendo i vecchi Dylan dog del fratello maggiore: da lì in poi le letture fumettistiche si moltiplicano e accumulano anno dopo anno. Nella vita vorrebbe continuare ad occuparsi di scrittura e letteratura.

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