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“We Called Them Giants”: come la paura impedisce di riconoscere l’amore

26 Marzo 2025
Con "We called Them Giants", Gillen e Hans narrano una storia semplice su come la diffidenza possa impedire di capire gli altri e vivere intensamente la vita.
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We Called Them Giants è un racconto a fumetti, scritto da Kieron Gillen, con disegni di Stephanie Hans, lettering di Clayton Cowles e design di Becca Carey, distribuito direttamente in volume da Image Comics nell’autunno del 2024.

A renderlo particolare nella produzione di Gillen è la semplicità dell’intreccio e delle caratterizzazioni dei personaggi: l’autore inglese rinuncia alla costruzione di trame e relazioni complesse, continuamente ritessute e ridefinite, e di caratteri articolati e problematici. Una storia semplice, insomma, che si confronta con un problema specifico, senza divagazioni e costruzioni di mondi interiori: come l’incapacità di fidarsi condizioni il rapporto con gli altri, impedendo di capirne i sentimenti.

Una storia dal centro ben definito, che tuttavia manca di quel fascino che troviamo in altre opere dell’autore inglese, che nasce proprio dallo scavo delle personalità e dalla costruzione delle identità dei personaggi.

L’opera

Un brevissimo incipit di tre pagine presenta la giovane Lori, l’incontro con la prima compagna, Annette sua coetanea, e, soprattutto, la scoperta che loro sono due fra i pochi esseri umani rimasti: la gran parte dell’umanità è scomparsa senza lasciare traccia (e no, nella quotidiana lotta per la sopravvivenza di cui leggeremo non ci sarà tempo di indagare su cosa è successo). Seguiamo quindi le loro vicissitudini, attraverso le quali viene delineato il degrado della condizione umana: estinta qualsiasi struttura organizzativa, bande armate presidiano rifugi precari e saccheggiano sistematicamente la propria zona di controllo in cerca di generi di prima necessità. L’incontro con i due giganti del titolo – identificati per il loro colore, Red l’uno, Green l’altro – cambia drasticamente lo scenario. Lori e Annette formano un trio con l’anziana Beatrice e cercano di capire i moventi e le azioni delle due creature, che le intimoriscono e affascinano al tempo stesso. Lo sviluppo della relazione con Red costituisce la parte del racconto dai toni più intimi, che sfocia in un finale che mette alla prova la disillusione di Lori.

In questo intreccio lineare, la tensione è determinata, più che dalle situazioni in sé, dall’utilizzo del monologo interiore di Lori, che commenta ogni momento ed evento, in un controcanto continuo rispetto alle parole e azioni delle due compagne e, a volte, anche a quello che le immagini mostrano. Lori è animata da una radicata diffidenza verso gli altri, didascalicamente esposta nell’incipit e che resta la sua chiave di lettura del mondo attraverso le varie avventure. Data la catastrofe, Lori deve bilanciare questa diffidenza con la necessità di fidarsi un po’ degli altri per sopravvivere e poi, nella relazione che le tre donne instaurano con Red, deve trovare un equilibrio fra il bisogno di sicurezza e la libertà. Sarà peraltro proprio la mancata risoluzione di quest’ultimo dilemma a precipitare la situazione nel finale.

L’arte di Stephanie Hans si prende carico della resa della desolazione dello scenario della vicenda, dello smarrimento, che in alcuni momenti diventa disperazione, delle protagoniste, dell’alienità dei giganti e del senso di meraviglia e conforto che Lori, Annette e Beatrice provano per Red, le sue azioni, il suo atteggiamento nei loro confronti. Fa tutto questo giocando con colori intensi e freddi (il freddo, in We Called Them Giants è una sensazione palpabile) e, tramite il largo uso di inquadrature ravvicinate, valorizzando l’espressività dei volti, con i loro occhi grandi e spalancati sul mondo. Questa espressività, questi occhi così vivi sono anche l’ultimo cascame di umanità: lo si capisce dal fatto che i membri della banda con la quale si confrontano le protagoniste nascondono i loro volti dietro delle maschere (la loro capa si limita invece a nascondere gli occhi con degli occhiali dalle lenti a specchio).
La costruzione delle tavole scandisce un ritmo uniforme, con rare variazioni: cinque splash page – due delle quali nell’incipit – marcano rare interruzioni nel flusso, mentre la frammentazione in vignette verticali rende l’accelerazione nelle scene di azione e quella in vignette orizzontali il rallentamento. Rispetto alle precedenti collaborazioni con Gillen (Angela 1602 e Die), si nota un tratto più morbido e la permanenza di una sostanziale staticità nelle figure: il tempo dominante, nella narrazione della Hans, è quello reso dalla costruzione delle tavole, mentre le singole immagini rappresentano generalmente momenti sospesi.

Esperienza di lettura

Alla prima lettura, questa graphic novel lascia una sensazione di semplicità al limite della banalità, perché il comportamento finale di Lori appare forzato, sottomesso a una tesi da dimostrare, in una parola: didascalico. E questa forzatura dello scioglimento riverbera all’indietro sull’intreccio, la trama e la costruzione stessa dei personaggi, ponendo tutto in una prospettiva che indebolisce ogni suo elemento, non rendendo giustizia al complesso dell’opera.

In realtà, letture successive individuano come elemento debole, responsabile di quell’effetto, la gestione del tempo narrativo. Innanzitutto, abbiamo un’eccessiva velocità della narrazione: servirebbero pause, nelle quali dare spazio, amplificare, far pesare la paranoia di Lori, la sua paura di essere abbandonata. Certo, è la sua caratterizzazione fondamentale, quella tratteggiate nelle prime tavole: “It was my first lesson. […] Everyone you love will leave you” (p. 2), che viene ribadita dal suo monologo interiore quando è nell’abitazione del gigante rosso: “The Giant had saved my life. That didn’t mean I trusted it. It saved my life for what?” (p. 57), ma la reiterazione continua di questo pensiero finisce per funzionare come una sorta di portante che diventa rumore di fondo e non motore della vicenda. Si deve tener conto, infatti, che quella diffidenza, nella situazione che si trova ad affrontare con le compagne lungo tutto il racconto, viene assorbita da un atteggiamento di estrema prudenza, necessario per evitare i pericoli. Scompare la percezione della nevrosi, sostituita, o quantomeno nascosta, da quella di una scelta obbligata per poter sopravvivere.

Secondariamente, il ritmo generale è dato dai commenti di Lori, che, nella loro continuità, definiscono un flusso uniforme, che schiaccia le variazioni date dalla costruzione delle tavole, come descritto sopra. Noi vediamo gli eventi attraverso i suoi pensieri, che, fino all’ultima parte, ruotano costantemente intorno al pericolo di fidarsi: questo rumore di fondo continuo fa da barriera all’immersione e alla fine suona come una sfiducia verso la capacità espressiva dell’arte della Hans.

L’esperimento è impossibile, ma è forte la sensazione che il flusso di pensiero di Lori sia spesso superfluo e qualche volta addirittura indebolisca l’efficacia narrativa ed emotiva delle scene. Il flusso delle immagini, infatti, costruisce da solo il ritmo di ogni scena, mentre i sentimenti delle protagoniste, così il loro senso di disperazione e smarrimento nella lotta quotidiana per la vita, come o il fascino che provano nei confronti del Gigante sono letteralmente costruiti dalle immagini. Il montaggio delle tavole, l’uso delle inquadrature, il lavoro sulla luce, la resa dei volti rendono vivo ogni momento del racconto. Rispetto a tutto questo, il continuo rimuginare di Lori agisce spesso come un elemento di distrazione, rompendo il flusso di lettura, distraendo dall’immersione e quindi depotenziando l’intensità delle scene.

D’altra parte, cavallo di battaglia del mestiere di Gillen, la definizione dei personaggi è precisa: ciascuno di essi ha una sua individualità, attraverso le sue azioni lascia intendere un passato, una vita; così gli alieni: la sottigliezza di come è reso il sentimento che esercitano sulle protagoniste, misto di desiderio di sicurezza e meraviglia, è fra gli elementi di maggior fascino della vicenda. L’incomunicabilità e irriducibilità delle loro azioni è pienamente resa, così come il loro design comunica un senso di bellezza ed eleganza fisica.

In definitiva, We Called Them Giants è un racconto che resta distante, freddo, come se il gelo invernale che assilla le protagoniste vincesse sull’intensità delle emozioni, che non hanno abbastanza spazio (narrativo) per esprimersi e catturarci.

Abbiamo parlato di:
We Called Them Giants
Kieron Gillen, Stephanie Hans, Clayton Cowles, Becca Carey
Image Comics, 2024
104 pagine, cartonato, colori – 21,60 €
ISBN: 9781534387072

Simone Rastelli

Simone Rastelli

(1966) Lettore disordinato e onnivoro, è particolarmente interessato alla diffusione del fumetto al di fuori del pubblico di appassionati. Nelle sue riflessioni, affronta e sfrutta le opere come serbatoi di punti di vista sul mondo e come esempi di meccanismi narrativi. La sua missione è portare il fumetto in tutte le case, a grandi e piccini. Collabora con Lo Spazio Bianco dal 2002: è stato responsabile delle Brevisioni dal 2011 al 2015 e caporedattore fra il 2012 e il 2015. Attualmente, è uno dei revisori (proof reader) del sito. Ha pubblicato Guida non ufficiale a Sandman (Edizioni NPE, 2021) e I mondi di Tintin (Resh Stories, 2022).

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