Negli ultimi anni, Chip Zdarsky si è affermato come uno dei più importanti autori contemporanei di fumetti americani, muovendosi con naturalezza tra supereroi e progetti creator-owned, e alternando il ruolo di semplice sceneggiatore a quello di autore completo. Negli ultimi cinque anni ha scritto serie molto discusse su personaggi iconici come Batman e Daredevil, oltre a opere creator-owned acclamate come Public Domain e Afterlift. È stato inoltre uno dei fumettisti che hanno abbracciato con maggiore entusiasmo Substack, la piattaforma di newsletter che, qualche anno fa, ha scosso il panorama del fumetto statunitense.
Attraverso questo canale mantiene un rapporto diretto, divertente e inaspettato con i suoi lettori, creando progetti come il podcast dedicato ai manga Mangasplaining e una rivista in PDF ricca di notizie sull’industria del fumetto americano. Allo stesso tempo, continua a essere una figura di primo piano nel fumetto mainstream: da qualche mese è lo sceneggiatore del rilancio di Captain America (disegnato da Valerio Schiti) e a dicembre pubblicherà lo one-shot che chiuderà l’evento One World Under Doom. È inoltre notizia recente che nel 2026 scriverà Armageddon, il prossimo grande crossover annuale della Marvel.
Ottobre è stato un mese intenso per Chip, impegnato in un tour europeo che lo ha portato al MCM Comic Con di Londra, poi al Walt’s Comic Shop di Berlino (che sembra averci preso gusto, dopo l’evento del mese scorso!) e infine al Lucca Comics & Games 2025, ospite di Panini.
È proprio in queste ultime due tappe che lo abbiamo incontrato per una chiacchierata sui suoi lavori passati e sulla sua attuale serie di Captain America.
Ciao Chip e grazie per il tuo tempo! Hai lavorato, e lavori tuttora, sia come autore completo sia come solo sceneggiatore, per grandi editori ma anche per realtà indipendenti come Image e la giovane DSTLRY. Puoi raccontarci, secondo te, quali sono le principali differenze di metodo e approccio produttivo tra queste esperienze?
Per quanto riguarda le grandi case editrici, ovviamente alla Marvel e alla DC non possiedo i personaggi, e questo ha pro e contro. Il lato positivo è che, se scrivo una storia e voglio generare un impatto emotivo, otterrò una reazione più forte dai lettori se faccio investire da un autobus zia May, piuttosto che una vecchietta qualsiasi nel mio fumetto per Image: nei creator-owned devi costruire da zero il legame tra lettore e personaggi, mentre alla Marvel o DC è già presente. Se fai qualcosa ai personaggi, il pubblico ha già una storia con loro, quindi l’impatto è maggiore. Il lato negativo è che non li possiedi: quando hai finito, te ne vai… sei pagato per il lavoro e basta.
Nei miei lavori creator-owned, invece, li possiedo insieme ai miei collaboratori, e abbiamo molta più libertà: possiamo fare molto di più con quei personaggi che non potremmo fare con, diciamo, Spider-Man o Batman. C’è libertà, ma bisogna spendere più tempo a costruirli, perché non esistevano prima.
Sei sia sceneggiatore che disegnatore. Hai una preferenza tra le due esperienze?
Dipende un po’ dal mio umore. Direi che scrivere è più facile e veloce, e questa è una cosa che mi piace. Ma con il disegno c’è una maggiore sensazione di soddisfazione quando finisci una tavola. Con la scrittura non sei mai del tutto soddisfatto, perché deve ancora passare attraverso molti passaggi successivi, mentre con il disegno, quando finisci una pagina, ti senti davvero bene.
C’è anche un altro aspetto interessante: quando sei sceneggiatore, le persone possono arrabbiarsi con te per la storia — o amarti per essa — e questo può cambiare drasticamente e molto in fretta. Con il disegno, invece, se a qualcuno è piaciuto il mio stile nel numero 12 di Sex Criminals, probabilmente gli piacerà anche nel numero 13. C’è più coerenza. Al contrario, puoi adorare uno scrittore una settimana e odiarlo quella dopo, solo perché ha fatto qualcosa a un personaggio che non ti va a genio. Quindi mi piace la costanza dell’essere disegnatore, perché sai dove ti trovi rispetto al lettore. Con la scrittura, invece, è come camminare su un campo minato ogni volta che inizi un nuovo progetto.

Probabilmente solo uno scrittore professionista come te può dire che scrivere è facile e veloce.
Disegnare un fumetto mi porta via circa un mese e mezzo. Scrivere una sceneggiatura, invece, circa una settimana. Quindi puoi sicuramente fare di più, e c’è una soddisfazione nel passare da un progetto all’altro.
Mi dispiace sempre un po’ per i disegnatori, perché quando accettano di fare qualcosa, quella diventa la loro vita. Su Sex Criminals, quella era la mia vita. Conoscevo quei personaggi, passavo così tanto tempo con loro. Matt, come sceneggiatore, li conosceva bene, ma andava e veniva: entrava in scena quando c’era da scrivere una sceneggiatura, poi spariva finché non servivano lettering o note. Io invece passavo ogni giorno con quei personaggi, pensavo continuamente a loro. Quindi credo che il disegnatore incarni i personaggi più dello sceneggiatore.
Parlando del tuo lavoro sui supereroi: ormai hai scritto quasi tutti i grandi personaggi sia per la DC che per la Marvel. In particolare, hai realizzato molte storie di Spider-Man in momenti e formati diversi. Oltre al tuo costante impegno nel collegarti alla storia editoriale del personaggio, con Spider-Man hai anche creato racconti che analizzano e reinterpretano a fondo elementi di quella stessa storia, come in Spider-Man: Life Story o in Spider-Man: Spider’s Shadow, dove esplori cosa sarebbe successo se Peter avesse tenuto il simbionte. Queste storie nascono dal “Chip fan” che torna su ciò che amava da lettore?
Sì, decisamente. Non puoi lavorare su questi personaggi senza provare nostalgia per loro: è il motivo per cui lo fai. Se qualcuno mi spiegasse chi è Spider-Man e mi chiedesse “Vuoi scriverlo?”, probabilmente direi di no. Ma se sei cresciuto con lui, hai già nella testa le sue voci, il modo in cui parla e pensa. Scrivere fumetti per la Marvel e la DC è praticamente come scrivere fan fiction, solo che vieni pagato e ricevi le note editoriali, che quando scrivi fanfic non arrivano (ride).
Nella tua run di Daredevil, mi ha colpito il fatto che inizi con Matt che uccide accidentalmente un uomo, un piccolo criminale. Pensavo che un tempo l’idea di un supereroe che uccide qualcuno avrebbe scioccato di più i lettori, ma oggi forse non tanto. I supereroi avevano una regola ferrea del “non uccidere mai”, neanche per sbaglio. Pensi che sia ancora così? I supereroi possono uccidere, e cosa significa?
Non lo fanno mai a sangue freddo. Anche un personaggio come Spider-Man è stato coinvolto accidentalmente in delle morti in passato (ne parla anche nella mia run di Daredevil). Questi personaggi esistono da così tanto tempo che ci sono sicuramente storie in cui magari non hanno salvato qualcuno o hanno ucciso senza volerlo. Ma non leggerai mai un fumetto in cui Spider-Man decide di uccidere qualcuno e lo fa. Non puoi tornare indietro da una cosa del genere. E le case editrici, giustamente, vogliono proteggere i personaggi: oltrepassare quella linea senza un modo per annullarla li definirebbe per sempre. È questo il pericolo.

Ciò che mi ha colpito è stata la consapevolezza, ad esempio in quella scena con Jessica Jones e Luke Cage, dove dicono: “Fa parte del lavoro. Succede.”
È un po’ come essere un paramedico o un dottore: non puoi salvare tutti. A volte, mentre fai il tuo lavoro, commetti un errore e qualcuno muore. Fa parte del mestiere. Ma Matt è quello che si porta addosso tutto il senso di colpa. È così che lo scrivo io, ed è così che lo scrivono quasi tutti.
Beh, dopotutto è cattolico. (ride)
Esatto, bisogna sempre puntare sul senso di colpa cattolico del personaggio. (ride)

Passiamo alla tua run su Batman. Il tuo Batman include molti riferimenti alla mitologia del personaggio — Grant Morrison, ovviamente — ma nel complesso sembra un tentativo di racchiudere tutto ciò che definisce il Cavaliere Oscuro: da Adam West a Michael Keaton, dai videogiochidella serie Arkham alla serie animata, fino al Dark Knight Returns di Miller e oltre. Qual era la tua idea nel riunire così tanti Batman leggendari, al di là del semplice omaggio?
Una delle cose straordinarie di Batman è la sua versatilità: puoi avere più versioni che esistono contemporaneamente, e funziona. Non ci sono molti personaggi che permettono questo. Mi piace che tu possa avere un Batman buffo alla Adam West, uno come Robert Pattinson, The Dark Knight Returns, o lo spadaccino di Neal Adams.
È stato difficile decidere quale sarebbe stato il mio. Ho scelto di orientarmi di più verso il “Bat-Dio” di Grant Morrison — l’idea che possa fare qualsiasi cosa — in parte perché si tratta della serie principale, e vuoi vederlo al massimo delle sue capacità. Ma poter realizzare una storia multiversale che tocca gli altri Batman ha rafforzato proprio quell’idea di lui come il Batman, colui che alla fine risolve sempre tutto.
Hai fatto qualcosa di simile anche con il Joker, che è ancora più delicato da gestire, soprattutto quando si affrontano le sue origini, come hai fatto in Joker: Year One. Ci sono riferimenti a Morrison, Moore e The Killing Joke. Chi è il tuo Joker? È folle, “super-sano”, un übermensch, semplicemente malvagio o qualcos’altro?
È stato divertente proprio renderlo tutte queste cose. Mostriamo che anche lui ha seguito il percorso di Zur-En-Arrh, scindendo la sua personalità ma senza mai fermarla. Per me è stato affascinante vedere come Tom King ha scritto il Joker, e quanto fosse diverso da quello di Scott Snyder, che lo aveva preceduto direttamente. Ho voluto dare una spiegazione a tutto questo.
Batman ha una certa varietà, sì, ma in fondo rimane coerente. Il Joker, invece, cambia parecchio. Il mio editor ha suggerito di risolvere magari l’idea dei “Tre Joker”, e ho pensato che avere un solo Joker con personalità multiple, invece di tre distinti, sarebbe stato più interessante. È stato divertente e un modo per riconciliare le differenze.
Già, fa parte del Joker, questa capacità di reinventarsi. Naturalmente, questi cambiamenti di personalità avvengono nel tempo; ormai esistono da quasi cent’anni.
È vero, sì. Forse sono andato troppo a fondo, forse era una domanda che non aveva bisogno di una risposta. Ma siccome i “Tre Joker” di Geoff Johns e Jason Fabok non facevano parte della continuity principale, e poi in qualche modo sono stati menzionati anche nella continuity DC, mi è piaciuto prenderlo come una sfida da spiegare un po’. Scrivere fumetti spesso è come risolvere un puzzle: prendere tutti i pezzi e capire come incastrarli.
Qual è stata la tua sfida più grande nel gestire questi personaggi? O c’è qualcosa che avresti fatto diversamente, soprattutto con Batman o il Joker?
Non mi viene in mente nulla di importante che cambierei. Fai del tuo meglio con ciò che hai, collaborando con vari artisti e gestendo i meccanismi interni di una casa editrice. Alla fine della giornata, hai fatto il tuo lavoro, e speri di esserne soddisfatto.
Sono stato fortunato: non mi è mai capitato un progetto in cui pensassi di non poter raccontare la storia che volevo. Ho sentito storie dell’orrore da altri autori, ma in generale, la storia che voglio raccontare è quella che finisce sulla pagina. Ed è una bella soddisfazione.
Se ho un rimpianto, è legato alla programmazione: a volte avrei voluto non dover ricorrere a disegnatori di riempimento. Amo lavorare con tutti su Batman, ma se Jorge avesse potuto disegnare tutto, sarebbe stato incredibile. Lo stesso per Daredevil con Marco. Abbiamo avuto ottimi artisti ospiti — Mike Hawthorne, Jorge Fornés — ma una coerenza stilistica sarebbe stata bella.
Sei recentemente diventato l’autore di Captain America, il cui primo numero italiano viene presentato qui a Lucca. Un eroe dal significato e valore molto particolari. Cosa rappresenta Captain America per te, anche da canadese? E quale delle tante versioni ti ha ispirato di più, o a quale sei più legato?
Sono cresciuto leggendo il personaggio. Da canadese che vive accanto all’America, ne sei molto influenzato, come gran parte del mondo.
Da ragazzo ero molto attratto dal Captain America degli anni ’80 — la run di Mark Gruenwald e Kieron Dwyer. Mi affascinava quella storia in cui rinuncia a essere Captain America. Mi fece davvero capire chi fosse Steve Rogers, e che lui non è Captain America. Non è l’America. Rappresenta ciò che vorrebbe che l’America fosse.
E penso che questa sia la parte più importante del personaggio, la natura tragica di Steve Rogers. La tragedia è che vuole che l’America sia migliore, ma non sarà mai ciò che lui spera che sia. Quindi dovrà sempre lottare per la libertà e la democrazia, perché quegli ideali sono sempre in pericolo.
Voglio dire, lo vediamo anche oggi, no? (ride) Quindi sì, amavo quei fumetti da bambino. Amo anche la run di Captain America di Mark Waid, quella di Ed Brubaker e quella di Ta-Nehisi Coates.
Ci sono state tantissime grandi storie di Captain America, e al centro di tutte c’è la natura malinconica di Steve Rogers. Per qualche motivo, sono sempre attratto dai personaggi tristi. (ride)

I primi numeri del tuo Captain America sono molto densi nella struttura. Parte della storia è ambientata nel passato, parte nel presente. Riescono a toccare alcuni nervi scoperti della società americana — la sua radicalizzazione e la sua storia più recente, in particolare il periodo post-11 settembre. Come hai ragionato su questa scelta e come hai lavorato per creare un nuovo Captain America nato proprio da quel contesto? Come hai deciso di dividere la storia tra passato recente e passato più remoto?
Quando ho iniziato a pensare a Captain America, mi sono reso conto che volevo raccontare la storia del suo risveglio dal ghiaccio. In parte perché ho cominciato a riflettere su come il tempo viene rappresentato nei fumetti Marvel. Con la “linea temporale mobile” che usano, lui si sarebbe risvegliato dopo l’11 settembre — è passato troppo tempo per essere diversamente. Sarebbe emerso proprio in quell’epoca. Così ho iniziato a chiedermi: cosa significherebbe questo per la storia? Considerando l’11 settembre e l’ondata di patriottismo che ne è seguita, sembrava inevitabile che ci fosse stato un Captain America anche in quel periodo. Nei fumetti precedenti, c’era già stato un Captain America negli anni Cinquanta, dopo Steve Rogers. Quindi, se l’hanno fatto allora, qualcosa di simile deve essere accaduto anche dopo l’11 settembre. È da lì che è partito tutto.
Mi piaceva molto l’idea che, quando Steve si risveglia, per lui fosse “ieri” che era un soldato in guerra, e oggi si sveglia ed è ancora un soldato. Quindi la prima cosa che farebbe sarebbe tornare alla base, parlare con i generali, capire cosa è successo, dove si trova e come può essere utile. Non si unirebbe immediatamente agli Avengers, come era stato raccontato originariamente. Così avere due linee parallele — una ambientata in Afghanistan e Iraq, e l’altra nel presente — mi è sembrata un’ottima occasione per mettere a confronto quelle esperienze.
Quando hai creato questa struttura, hai anche pensato a come Valerio Schiti, che ha disegnato il nuovo look del Capitano, l’avrebbe interpretata? Come avete lavorato insieme?
Sia io che Valerio ci siamo affidati molto a Frank Martin, il colorista, perché sapevamo che il modo più semplice per distinguere le linee temporali era attraverso le palette di colori. Le pagine ambientate nel passato non sono esattamente seppiate, ma hanno toni più spenti, per dare la sensazione di un’epoca diversa rispetto alle scene più luminose del presente. Ci siamo affidati molto a Frank per questo, sapendo che altrimenti avrebbe potuto confondere i lettori. Ma non volevo prenderli per mano. Volevo che magari, a fine lettura, si chiedessero: “Aspetta, ho capito tutto?” e poi tornassero indietro a rileggere.
Una cosa che Marvel — e anche DC — tende a fare troppo spesso è proprio “guidare per mano” i lettori. Hanno regole del tipo: se inizi una nuova scena, devi inserire una didascalia con il luogo; se è un’epoca diversa, devi scrivere quando. Ho dovuto convincerli che non volevo farlo. Non volevo che la prima pagina, con le Torri Gemelle che crollano, avesse una didascalia con scritto “11 settembre 2001”. I lettori l’avrebbero capito da soli.
Ma sì, il lavoro di Valerio è bellissimo, e Frank ha davvero aiutato a separare visivamente le due epoche.
Restando in casa Marvel, a dicembre uscirà lo one-shot The Will of Doom, che chiude l’evento appena iniziato in Italia, One World Under Doom. La parola “Doom”, o “Destino” in italiano, rimanda anche al principale antagonista delle prime storie di Cap. In generale, la tua storia alla Marvel è molto legata a questo personaggio e ai Fantastici Quattro — hai persino visitato il set del film. Cosa ti affascina di questo gruppo, e di Destino in particolare?
Amo i Fantastici Quattro perché, a differenza di molti altri team, restano essenzialmente sempre gli stessi. Sono sempre quei quattro personaggi. Segui quel nucleo, la prima famiglia Marvel, quindi hanno un peso speciale. Inoltre, non sono supereroi nel senso tradizionale: sono avventurieri, esploratori. E trovo straordinario che tutto l’universo Marvel sia nato da questo gruppo di esploratori.
E Destino è il mio villain preferito. Scrivere la sua voce è divertentissimo. Ha il perfetto passato tragico per un cattivo. E come si vedrà in One World Under Doom, ha anche ragione. In molti sensi, quella storia parla di una persona che prende il controllo di tutto e in realtà migliora la vita delle persone — anche se nega loro la libertà. Riguarda il fascino del totalitarismo che è intrinseco nel personaggio, e lo trovo affascinante.
C’è anche la tragedia di qualcuno così intelligente da poter risolvere ogni problema, se solo il suo ego non glielo impedisse. Amo scrivere quel personaggio. Anche oltre il primo capitolo di Captain America, Destino continuerà ad apparire, perché è semplicemente troppo divertente da scrivere.
Prima Batman, poi Captain America — due icone dei supereroi americani, ma anche due archetipi simili in certi aspetti e opposti in altri. Da un punto di vista di scrittura, quali sono le differenze nel tuo approccio ai due personaggi?
Li trovo personaggi molto diversi. Batman è sicuro di sé, pianifica e porta a termine i suoi piani.
Cap, invece, è sicuro del proprio centro morale, ma incerto su come creare un cambiamento, su come aiutare efficacemente le persone e dare forma ai suoi ideali di libertà e democrazia.
Sono sicuro che anche Batman tenga alla libertà e alla democrazia, ma non è quello il suo obiettivo principale. Il suo scopo è impedire che ciò che gli è successo si ripeta con altri, mentre Steve ha più empatia, sente profondamente quello che provano le persone in determinate situazioni.

Continui a lavorare su Public Domain, che distribuisci sulla tua Substack e che è stato raccolto in volumi da Image Comics. In questa storia, oltre all’approfondimento dei personaggi, esplori anche il mondo dell’industria del fumetto statunitense — i suoi aspetti più disincantati, a volte persino tossici. Sembra un fumetto che racchiude tutto ciò che hai fatto finora, muovendosi tra dramma e commedia, tra quotidiano e straordinario. Come è nata l’idea? Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia e quanto ti ha aiutato la libertà assoluta offerta dalla piattaforma?
Ho sempre avuto libertà assoluta anche lavorando con Image Comics, quindi non è stata una novità farlo su Substack. L’idea, in realtà, è nata da un podcast che co-conduco, Mangasplaining, con alcuni amici, in cui loro mi spiegano i manga. Abbiamo letto centinaia di titoli, e ho imparato molto. Una delle cose che mi ha colpito di più è che adoro i libri in cui gli autori parlano di cose reali. Ping Pong di Tayo Matsumoto è uno dei miei preferiti: parla letteralmente di giocatori di ping pong. Esistono manga sul riso, sui DJ radiofonici, sul jazz.
Nel mercato del fumetto nordamericano, invece, si punta quasi sempre sui generi. Le proposte suonano sempre come “è cowboy nello spazio” oppure “è il medioevo con gli zombie”. Sempre un incrocio di generi, che onestamente è noioso. Ne sono colpevole anch’io: una volta ho fatto una storia con supereroi e vampiri.
Ma io amo le storie che parlano di passioni vere. E mi sono reso conto, tristemente, che la cosa che mi interessa di più è proprio l’industria del fumetto: leggo un sacco di interviste, mi piace la storia dei fumetti, tutto ciò che succede dietro le quinte. Quindi sapevo che avrei voluto raccontare una storia su una famiglia e sull’industria dei comics. Non è basata sulla mia vita, ma ho una conoscenza interna di quel mondo. Mi piacciono le storie sulle persone: nessuno nel libro ha poteri o altro, non è una storia fantastica — tranne per il fatto che i creatori riottengono i propri diritti. Questa è l’unica cosa immaginaria, purtroppo (ride).
Restando su Substack: qualche anno fa era stata presentata come la piattaforma che avrebbe salvato i fumetti dopo la pandemia. Sembra che, dopo un primo boom, si sia un po’ rallentata, ma resta comunque uno spazio importante per molti autori. La tua è, onestamente, una delle più divertenti da seguire — e anche una delle più economiche. È interessante perché ti ha permesso di ampliare il rapporto con i lettori attraverso progetti come Mangasplaining, e più recentemente hai iniziato a produrre un magazine in PDF molto informativo sull’industria statunitense, con interviste a colleghi e consigli di lettura. Come lavori a questa newsletter? E, in particolare, il magazine è nato come una sorta di autopromozione?
Il magazine è nato perché odio Internet. Ho la mia Substack, ma solo quella: non sono su Twitter, non sono su Instagram. Ho lasciato tutto il resto.
A quel punto mi sono chiesto: devo comunque promuovere il mio lavoro, ma come posso farlo? E ho capito che le fumetterie erano il luogo giusto. Così ho stampato un magazine fisico: 50.000 copie distribuite gratuitamente nei negozi di fumetti del Nord America.
Mi è piaciuto moltissimo farlo, quindi ho continuato. Il mio background è nel giornalismo e nel design, quindi metterlo insieme è molto divertente. È nato per questo motivo, e continuo a farlo perché mi piace. È davvero un piacere realizzarlo.
Ultima domanda sui tuoi lavori creator-owned: l’ultimo uscito è White House Robot Romance per DSTLRY. Qual è l’idea alla base? Puoi raccontarci qualcosa in più?
Ancora una volta, come ho detto per Public Domain, credo di aver semplicemente letto troppi manga a causa del podcast. E mi sono accorto che adoro in particolare i titoli yaoi e boys’ love più eccentrici. Mi sono chiesto se avessi una storia del genere in me, qualcosa di strano, divertente, romantico, con elementi di commedia e azione.
Mi piacciono le storie che mescolano i generi — fantascienza, romance, commedia, azione — tutte insieme. È nata dal desiderio di raccontare un fumetto romantico, stranamente, e ho continuato ad aggiungere strati divertenti. Poi ho immaginato Rachel disegnarlo e ho pensato: “Voglio vedere questa cosa nel mondo.”
Il formato DSTLRY è bellissimo: la dimensione, la confezione, la lunghezza. Poter raccontare una storia completa in tre albi da 45 pagine è molto appagante. Ho fatto lo stesso con la serie Time Waits, ed è sempre bellissimo vedere il risultato finale.
I robot, pur essendo molto genuini, ricordano visivamente quelli con la testa a schermo di Saga.
Sì, capisco cosa intendi. Hanno un’aria simile. Saga è un’enorme ispirazione, non solo per me ma per quasi tutti nel settore. Dimostra che se crei semplicemente la cosa che vuoi vedere nel mondo, può funzionare. Brian e Fiona hanno detto: “Facciamo un fumetto per noi stessi e vediamo cosa succede.” Ed è nato Saga.
A volte i progetti migliori nascono proprio così — quando scrivi ciò che ti piacerebbe leggere.
Sì, finisco sempre per scrivere o disegnare ciò che vorrei leggere. A volte piace anche ad altri, a volte no, ma in ogni caso è un successo, perché è la cosa che volevo creare. Ed è sempre una bella sensazione.
Grazie ancora per questa (doppia) intervista, Chip!
Intervista realizzata il 28 novembre al Walt’s Comic Shop di Berlino e il 31 novembre al Lucca Comics & Games 2025.
Un ringraziamento ai team di Walt’s Comic Shop, Panini e di Goigest per il supporto.
Chip Zdarsky

Alter ego fumettistico del giornalista, scrittore e illustratore canadese Steve Murray. Per oltre un decennio ha collaborato col quotidiano di Toronto National Post, firmando anche – con il suo vero nome – la striscia umoristica Extremely Bad Advice. Con l’alias di Zdarsky ha dato vita, fra le altre cose, a produzioni indipendenti come Prison Funnies e Monster Cops.
È inoltre co-creatore, insieme a Matt Fraction, e disegnatore di Sex Criminals (Image), vincitrice nel 2014 di un Eisner Award come migliore nuova serie. Per la Marvel, dopo Howard the Duck e Star-Lord, si è occupato di Marvel 2-in-One, Peter Parker: The Spectacular Spider-Man (aggiudicandosi un altro premio Eisner), Namor: The Best Defense, Spider-Man: Life Story e Invaders.
È stata poi la volta di un lungo, acclamato ciclo di Daredevil (comprendente anche l’evento Devil’s Reign) e della miniserie X-Men/Fantastic Four. Per la Image ha pubblicato Stillwater e Newburn, e per la DC ha sceneggiato vari titoli con protagonista il Cavaliere Oscuro, a partire dall’ammiraglia Batman, oltre alla miniserie Justice League: Last Ride. La sua produzione Marvel più recente comprende Avengers: Twilight e il rilancio di Captain America insieme a Valerio Schiti. In occasione del nuovo crossover tra la DC e la Casa delle Idee – Deadpool/Batman, in uscita in italiano in anteprima a Lucca Comics & Games 2025 – ha scritto una storia breve con protagonisti Wonder Woman e lo stesso Capitan America.
