Tra animali antropomorfi e storie di paura: intervista a Christian Urgese

Tra animali antropomorfi e storie di paura: intervista a Christian Urgese
Abbiamo avuto modo di intervistare Christian Urgese, fumettista torinese che già da qualche anno produce molti lavori interessanti.

“Quando non c’è una strada, createne una” è un modo di dire che ben si adatta a Christian Urgese, un sceneggiatore e disegnatore di fumetti torinese che già da qualche anno produce molti lavori interessanti. Abbiamo avuto modo di intervistarlo via email per domandargli dei suoi ultimi lavori e dei suoi progetti futuri.

Ciao Christian, grazie per averci concesso questa intervista. Come sempre vorrei partire da un po’ di background, qual è stato il percorso che ti ha avvicinato ai fumetti da bambino?
Credo che il fumetto sia una vocazione, in fondo è un parente stretto della scrittura, ma scrivere fumetto è avere un’immaginazione che scatta dei flash: creare immagini che seguono o illuminano la parola scritta. Non ricordo letture particolari, ho letto anch’io Topolino e i classici di Carl Barks, ma già da piccolo avevo il feticismo di andare a spulciare i nomi dei disegnatori che mi piacevano di più: amavo Giovan Battista Carpi, Romano Scarpa e, ovviamente, Giorgio Cavazzano.
Non sono inciampato in insegnamenti, in libri ispiratori, non sono stato condotto al fumetto. Ricordo che disegnavo le mie versioni dei fumetti di Paperino e Topolino. Nell’estate dell‘89 iniziai a inserirvi auto, fuoristrada, alla maniera di Cavazzano e, credo, ci fosse anche l’influenza del Lupin III di Miyazaki (indimenticabile la sua Cinquecento). Molto prima del fumetto sono stato appassionato di animazione, Walt Disney era il mio idolo, comprai e lessi, rapito, un libro su Walt e Topolino. Per il resto ammiravo moltissimo Lupin III e Conan, il ragazzo del futuro di Miyazaki. Era il 1981 e io avevo 6 anni, come passa il tempo!

Peppa sub_rAB

Che studi hai fatto per diventare un fumettista? Hai frequentato qualche scuola o sei un autodidatta? 
Ho studiato sceneggiatura, il disegno dell’anatomia, la sua dinamica, lo studio della luce, il drappeggio da autodidatta, in maniera seria, e cerco di disegnare al mio meglio, ma confesso che aver interrotto a 23 anni, per terminare gli studi in ingegneria, mi ha rallentato molto. Da ragazzo, per tutte le scuole dell’obbligo, ho tenuto diari quotidiani, anche d’estate, in cui disegnavo con impegno. Adesso le scuole di fumetto si sono moltiplicate e addirittura fanno pubblicità nei canali nazionali. Gli strumenti a disposizione dei giovani di oggi sono molti di più di quanto avessi io quando ho iniziato, senza contare che, per essere sempre aggiornato e competitivo con loro, ho dovuto investire altro tempo nelle modalità di disegno digitale, ma che soddisfazione!

Peppa&Julio è una storia fuori dai generi, letteralmente, visto che unisce romance, noir e contemporaneo in uno. Tutti e tre questi generi rappresentano una minoranza nel mondo del fumetto che tradizionalmente preferisce elementi di avventura e di fantastico molto più forti che qui mancano totalmente. È stata una scelta voluta per distinguersi sul mercato?
Non amo percorrere i canoni narrativi commerciali, i cliché, per quanto non disdegnerei approfittarne a mia discrezione, senza mai esagerare. Ho una mia personale idea di narrazione riuscita, che esula dagli standard del grande pubblico, però non era premeditato che il genere risultasse così originale. La trama di Peppa&Julio è frutto di un’intuizione e di inventiva. Distinguersi, al giorno d’oggi, è, spesso, fortemente penalizzante e controindicato. Vedo sempre maggiore conformismo da un lato e diffidenza dall’altro. Però sono sempre contento di ricevere i commenti dai lettori, in questo caso sorprendentemente prodighi e questo mi appaga molto.

Peppa 1Lispirazione è una brutta bestia… Raccontaci un pocome si sono palesati nella tua mente Peppa&Julio?
Racconto sempre l’episodio della fine di una fiera nel 2016, in cui degli amici espositori intendevano festeggiare facendo saltare con un petardo la testa di una lampada di Peppa Pig. La fine così cruenta di un simbolo infantile mi rimase evidentemente in mente. In aereo, con il flusso degli imbarchi in sottofondo, iniziai a dare corpo alla storia tendenzialmente sentimentale che avevo intenzione di scrivere. Così nacque Peppa, dalle spoglie di un intento distruttivo del simbolo più famoso del mondo infantile commerciale, a cui diedi la connotazione fisica di una bella donna. La mia intenzione era di raccontare la vicenda realistica di un personaggio immaginario, con sembianze amichevoli; lo stile è volutamente e fortemente cartoonesco, per inserire elementi di denuncia sociale, ma restando ben radicato nell’intrattenimento puro.

Quanto hai messo di te stesso e della tua vita privata in Peppa&Julio? E in tutti gli altri tuoi lavori? 
Tutti i miei lavori hanno qualcosa di autobiografico o di biografico. Certe cose accadono ogni giorno e restano nascoste dalle pieghe del quotidiano, tra le zone d’ombra del vivere civile. Senza giustizia. Lasciando spesso cicatrici profonde. Tutte le donne, per certi versi, si possono riconoscere in Peppa, purtroppo. Per fortuna, la maggior parte delle donne può anche raccontare dei propri successi, della forza morale, nonostante l’inevitabile cul-de-sac della condivisione con l’uomo.
Anche le opere precedenti nascono da una riflessione dal quotidiano, inevitabile il confronto con me stesso. Nei racconti Piccoli Orrori è stato dato sfogo alla fantasia. Qui si trovano alcuni decisi sconfinamenti nel fantastico.

Una cosa che si nota fin dalla prima lettura è che tutti i personaggi positivi hanno un volto animale, mentre tutti i negativi hanno un volto umano? Potresti spiegarci il perché? 
Non è sempre vero. Alcuni personaggi con sembianze animali, per esempio i lupi, non sono affatto buoni. Non c’è una correlazione stretta tra positività del carattere e aspetto fisico, per quanto potrebbe, invece, esserci una correlazione tra zoomorfia e carattere!
In fin dei conti credo potrebbe essere legato alla esteriorizzazione di una caratteristica interiore. L’idea della zoomorfia non è affatto un’idea originale, dico sempre che non ho inventato nulla.

Perché Peppa è una maialina? Non hai avuto paura che facendo la spogliarellista questa scelta potesse essere mal interpretata dai lettori? 
Non ne sono sicuro, è nata così. Credo potrebbe essere una maialina anche per lo stile di vita che conduce ad inizio racconto e per coerenza con certi aspetti del suo carattere. Lo stesso si può dire per Julio. Lascio fare questa scelta ai lettori, però devo dire di non aver ricevuto rimostranze in merito, anzi. La maggioranza dei lettori è stata positivamente impressionata dal personaggio e ho una collezione di commenti entusiastici, che sono la migliore soddisfazione di un artista.

sailor_fauno_grandeABc_LOSPAZIOBIANCO

Hai lavorato spesso solo come disegnatore e su commissione per svariate riviste, tra cui “Sbam! Comics” e “Il lettore di fantasia”. Qual è stato il percorso che ti ha portato a ChEdizioni?
Tutto fa bagaglio di esperienza, ma il ruolo che più mi soddisfa è la regia. L’ideale per me è concretizzare un progetto editoriale, dall’idea alla pubblicazione e stampa. Ecco perché la ChEdizioni. 

Se dovessi dire qual è la parte del tuo lavoro in cui ti senti più debole e quella nella quale ti senti più forte, quali sarebbero?
Che bella domanda! Ciò che davvero fa di un prodotto un successo è la capacità impositiva del produttore, ai giorni nostri la migliore è la socialità speculativa, quello che una volta era detto “spam”; io lo spam non l’ho mai praticato. I miei estimatori mi hanno conosciuto in fiera o per caso sui social. Altro mio difetto è che non sono un disegnatore puro, purtroppo non passo, come vorrei, intere giornate a disegnare, se non in fase esecutiva di un progetto. Ma poiché le mie attività vanno dal realizzare fumetti, all’editare testi di prosa, a mansioni da grafico, e molto altro… Gioco-forza mi devo necessariamente considerare non un puro disegnatore. Invece ho sempre sceneggiato con grande facilità, quindi è la fase che prediligo.

lame_02_La raccolta Piccoli orrori presenta esattamente quello che dice, brevi (se non brevissime) storie dellorrore a fumetti. È stata la tua prima esperienza di scrittura senza la boa di salvataggio di una redazione? Ti è stato facile scrivere queste storie così brevi e condensate? 
Vero, prima di Piccoli Orrori ho realizzato un’altra raccolta di fumetti brevi e brevissimi,  variegata, in formato albo e quasi tutta a colori, ma ero evidentemente agli inizi!
Devo ammettere che i racconti brevi sono il mio formato preferito. Autogestirmi, o – come nel caso di Piccoli Orrori – gestire la realizzazione insieme agli altri creatori, è arduo, ma lo faccio da 5 progetti. Non posso dire che non mi piaccia e al tempo stesso ho ancora tanta strada da percorrere. Il formato del racconto autoconclusivo mi è congeniale. Ho sempre avuto la predilezione per la sintesi. Anzi credo che sia un segno del mio personale modo di essere e di esprimermi. Anche nella narrazione priva di vincoli stringenti di spazio e tempo io sono scarno e a volte stringato, però per giudicare bisogna leggere.

Qui su Lo Spazio Bianco abbiamo presentato dei lavori di Marco Torti, sceneggiatore con cui hai lavorato per una storia breve sempre per ChEdizioni… Ti occupi o ti vorresti occupare anche di scouting di nuovi talenti? Trovi che sia una sfida eccitante lavorare con esordienti assoluti o autori con relativamente poca esperienza?
Marco è uno sceneggiatore con cui ho lavorato bene. Siamo complementari oltre che in ottimi rapporti. Abbiamo anche frequentato gli stessi ambienti fieristici. Lo scouting è una questione delicata. È tanto interessante quanto spinoso. Ma non nego che mi piacerebbe. Ho incontrato artisti interessanti e molto spesso non esistono le risorse per realizzare tutti i progetti che si vorrebbero. È una delle cose che avverranno sicuramente nel futuro prossimo, in maniera naturale.

Il tuo stile di disegno richiama il fumetto classico americano o Bonelli per lItalia. Questo tratto ti è sempre appartenuto o è stato scelto dopo aver provato altri stili?
Tutti gli illustratori dispongono di più di un solo registro espressivo (o dovrebbero). E così io ho attinto alla tradizione italiana per i fumetti impegnati o dell’orrore. Come sfuggire a questo canone? Fin da ragazzo ho disegnato in maniera realistica o pseudo-realistica. Al momento di realizzare fumetti professionali, sono passato ad utilizzare i metodi di inchiostratura della nostra tradizione, anche se a volte la voglia di sperimentare mi rende un po’ amorfo. In generale non credo metterò mai da parte uno degli stili già usati, piuttosto sarà più facile acquisirne di nuovi.

Di Manero Renoir sappiamo pochissimo anche se abbiamo qualche immagine che gentilmente ci hai mandato in anteprima… Ci puoi raccontare qualcosa di più?
Manero Renoir è un progetto a cui sto infondendo molte risorse e su cui ripongo speranze relativamente ambiziose. Nasce per colmare una delle mie lacune narrative: dopo aver scritto racconti brevi di genere vario e un racconto romantico, sento la necessità di tornare ad esprimere la mia indole naturale. Amo il genere giallo, il noir, il parboiled più di tutti. Sogno il ritorno di Sam Pezzo. Inoltre non ho mai realizzato un volume unico e consistente colorato interamente da me. Altro particolare in cui Manero Renoir necessariamente si allinea all’attualità è la tecnica digitale con cui (almeno per la maggior parte) è stato realizzato. È un giallo un po’ all’italiana, quasi che, anche questa volta, senta bisogno di attingere alla tradizione nostrana, ma che vuole anche prestarsi a scavalcare i confini d’oltralpe. Manero è un meccanico molto in gamba, gestisce un’officina con il suo fraterno amico Gerard. Quest’ultimo viene ritrovato morto a bordo della propria auto. Le forze dell’ordine indagano anche su Manero, ed è a questo punto che accade qualcosa di molto particolare. Ma non vi svelo altro!

Manero Renoir
Manero Renoir

Nel tuo percorso artistico hai sempre e solo pensato al fumetto? Hai mai ampliato Le tue competenze in altri campi dellarte? 
Mi occupo di editoria, testi di prosa e di poesia, libri illustrati, dipingo, modello in 3D da tempo immemore e modello anche in maniera tradizionale. Non ti parlo poi della mia vecchia passione per la chitarra…

Dopo Manero Renoir hai già altri progetti pronti in pentola?
Non credo mi basterà il tempo per finire tutto. Un progetto iniziato ma non terminato è il secondo volume di Peppa&Julio. È in pubblicazione The Mirror, racconto breve di 12 tavole (non di mia sceneggiatura), sarà pubblicato sulla rivista Ink di Menhir Edizioni.

Ultima domanda: se una persona che non ha mai letto fumetti e volesse cominciare, venisse a chiederti con quali fumetti o graphic novel iniziare, tu cosa gli consiglieresti? 
Domanda da 100 punti! Ognuno ha i propri gusti; però, giustamente, ho un’opinione anche’io: bisogna cominciare dai grandi maestri, e poi si può leggere tutto. Come nell’arte si inizia dall’arte primitiva e dai classici eterni, per poi arrivare al ‘900 fino all’astrattismo. Può darsi che dare priorità ai fumetti cronologicamente più lontani, possa essere una via, ma anche in ordine di clamore che un’opera ha generato. Se un artista è ritenuto da tutti un genio assoluto, non puoi non studiarlo!

Intervista condotta via mail a ottobre 2020.

Christian Urgese

Christian Urgese disegnatore, sceneggiatore e fumettista torinese nato nel 1975. Ha pubblicato con diverse case editrici tra cui Menhir Edizioni e Sbam!Comics e ha collaborato su diversi giornali. Ha fondato la ChEdizioni con cui ha pubblicato la trilogia Peppa&Julio (sia bianco nero, sia nella versione a tiratura limitata a colori con la collaborazione di Emilia Elia) e la raccolta di racconti brevi horror Piccoli Orrori.

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su