Tex nel Deserto Dipinto

Mauro Boselli e Angelo Stano nel terzo Romanzo a fumetti di Tex narrano un’'avventura di Aquila della Notte in uno dei più caratteristici deserti dell’'Arizona.

Tex nel Deserto DipintoPuntuale, a sei mesi dall’uscita del precedente, si rinnova l’appuntamento con la più peculiare tra le collane dedicate a Tex, i Romanzi a fumetti in formato cartonato alla francese.
In questo terzo numero torna alla sceneggiatura, come già per il precedente Frontera sul #2, affiancato stavolta ai disegni e ai colori da .
Painted Desert segna un’altra tappa del connubio tra i due autori che lo scorso anno avevano già firmato assieme Mohawk River, albo speciale della collana Le Storie uscito nell’estate 2015. Questa storia segna anche il battesimo di Stano sulle pagine dedicate a Tex e per l’occasione Boselli confeziona un’avventura ambientata in uno dei più caratteristici deserti statunitensi: il Painted Desert (deserto dipinto) dell’Arizona nord-orientale.

L’analisi di questo volume, a parere di chi scrive, deve essere svolta su un doppio binario, che porta a due esiti critici abbastanza antitetici nelle conclusioni.
Da un punto di vista narrativo, Painted Desert pare compiere un passo indietro rispetto a Frontera. La storia è più scontata, forse mancante del fascino dell’inedito legato all’ambientazione temporale nella giovinezza dell’eroe. Ma soprattutto, stavolta quello che viene a mancare è un epilogo capace di chiudere compiutamente le premesse narrative e raccogliere in modo efficace i fili della trama.
Da un punto di vista “linguistico”, il libro porta a compimento la codifica di una nuova struttura narrativa che definisce una gestione della tavola adatta al formato editoriale di questa nuova collana, ben lontano dal bonellide.

Il Tex di sempre

Painted Desert è un’avventura ambientata in un non ben precisato punto della vita di Tex: potrebbe essere tanto il presente narrativo della serie regolare quanto un episodio del passato prossimo dell’eroe.
Tex nel Deserto DipintoSicuramente è già diventato Aquila della Notte poiché qui ne veste gli indumenti e vive questa avventura insieme al suo pard indiano Tiger Jack.
Se il tempo non è definito, lo è invece il luogo, uno dei posti più aridi ma anche più spettacolari del Nord America: il Deserto Dipinto, una regione di quasi 20.000 chilometri quadrati che si sviluppa in Arizona a partire dal Grand Canyon estendendosi verso sud-est.

La storia narrata nel volume è un tipico racconto boselliano, ricco di una vasta platea di personaggi che lo sceneggiatore ama porre e far interagire sul palco del proprio costrutto narrativo, donando alle presenze femminili un ruolo non scontato e, per certi versi, risolutore ai fini della conclusione della vicenda.

La storia è tipica anche dal punto di vista dello sviluppo: un classico inseguimento di Tex e Tiger Jack sulle tracce di un gruppo di banditi alla ricerca di un tesoro perduto.
In questa tipicità si può riscontrare una prima criticità dell’avventura, che avrebbe potuto tranquillamente trovare il suo spazio più consono nelle pagine della testata mensile.

La vesta editoriale di questa collana texiana, con un formato alla francese di dimensioni maggiori e una foliazione minore rispetto al tipico formato bonelliano, pone vincoli e offre opportunità specifiche, che la rendono contenitore ideale per storie atipiche o per sperimentare nuovi approcci ai racconti di Tex. Questa novità può venire dal nome gli autori coinvolti, come Eleuteri Serpieri nel numero di esordio, figura lontanissima dal canone texiano per la sua produzione professionale e per il tipo di immaginario  che propone, o dal contenuto narrativo delle storie, come avvenuto nel secondo numero dove Boselli e erano riusciti a creare un prodotto che puntava le sue carte sulla straordinarietà della situazione in cui veniva a trovarsi il nostro eroe e sull’inedita collocazione temporale dell’avventura.

Se le pagine non bastano

Tex nel Deserto DipintoCon Painted Desert la sensazione è di trovarsi davanti a una storia più adatta a uno sviluppo narrativo di più ampio respiro, come quello messo a disposizione dagli spazi della serie mensile, che soffre invece la “compressione” all’interno di un numero di pagine ridotto.

Ciò a discapito di alcune premesse narrative interessanti e dello sviluppo di alcuni personaggi, primo fra tutti lo sceriffo salvato da Tex. La storia si vede costretta nell’esiguità di pagine a disposizione e in particolare ne risulta sacrificata la risoluzione compiuta degli intrecci intessuti da Boselli.

In tal modo, seppure la vicenda principale venga portata a compimento, tutta una serie di spunti interessanti risultano privati del mordente che si erano guadagnati durante lo sviluppo, uno fra tutti quello legato al rapporto tra lo sceriffo e la moglie rapita, che alla fine appare insoluto, di fatto appiattendo il primo e rendendo semplicistica la sua scelta finale, che chiude la storia. Scelta che invece, se dotata del giusto spazio di approfondimento, avrebbe donato valore aggiunto alla narrazione.

L’arte texiana della complicazione

Ma al di là, della valutazione – sempre ovviamente opinabile – sulle  singole soluzioni di sceneggiatura, la sostanza è che, cercando di adattare il classico plot (gianluigi)bonelliano a un numero di pagine ridotto si perde in Painted Desert quella che è una delle caratteristiche fondanti della narrazione texiana.

La potremmo definire “l’arte della complicazione”: l’eroe parte con un obiettivo da realizzare ma, in corso d’opera (di episodio in episodio), incontra ostacoli imprevisti che procrastinano la fine dell’avventura e che lo costringono a perseguire nuovi parziali obiettivi.  È questa struttura da patchwork in progress che rende l’afflato epico delle avventure di Aquila della Notte, di cui – fateci caso – è sempre difficile definire con precisione l’arco temporale.  O meglio, si arriva a capire che le avventure durano molto: un “molto” incommensurabile, tipico dell’epica e del mito.

In Painted Desert  tutto questo viene meno, perché non c’è spazio per deviare dalla trama principale: è (all’esatto opposto del canone texiano) una “corsa contro il tempo per…”  (…salvare la donna …salvare gli indiani rapiti, etc.). Una formula non adattabile a Tex Willer? Non è detto. Frontera ha dimostrato come, anche  comprimendo l’avventura, il racconto bonelliano possa comunque trovare una sua ragione d’essere, a patto di ricalibrarne i ritmi all’interno del diverso formato.

Nascita di una griglia

In questo senso, pure coi limiti evidenziati, Painted Desert  si propone come un ulteriore passo nella sperimentazione delle inedite opportunità espressive offerte  agli autori dal (nuovo) formato francese  rispetto al classico “quaderno” bonelliano.

Tex nel Deserto DipintoMauro Boselli porta qui a compimento un percorso di fatto iniziato in Frontera. Conscio dell’inefficacia dell’applicazione della classica griglia bonelliana (tre strisce ognuna suddivisa in una, due o tre vignette) a un formato maggiorato rispetto a quello tradizionale, nel volume precedente lo sceneggiatore milanese aveva creato una nuova struttura flessibile che alternava tavole con alta libertà compositiva a tavole che vedevano nascere una nuova gabbia rigidamente strutturata, ampliata nel numero delle vignette.

Qua Boselli compie un ulteriore passo avanti, codificando di fatto una nuova griglia (che poi tanto nuova non è): quattro strisce al posto delle canoniche tre, con tavole che possono quindi arrivare a ospitare un massimo di dodici vignette, cioè il classico schema BD usato da autori francofoni quali Hergé e Edgar P. Jacobs.

Questa “nuova gabbia” permette all’autore l’inserimento di un numero di scene e sequenze (massimo) anche maggiore rispetto a una canonica porzione mensile di racconto texiano, approfittando del numero di vignette che la nuova griglia gli mette a disposizione che sopperiscono al minor numero di pagine (12×56 pagine = 672; 6×96 pagine = 576).
Boselli applica questa nuova struttura a tutte le tavole della storia, lavorando sulla dimensione in altezza delle varie strisce e sul numero e la larghezza delle vignette che le compongono, in modo da donare le variazioni di ritmo richiesta dalla narrazione.

Seppur con alcune criticità evidenti e alcuni meccanismi da perfezionare, la strada intrapresa da Boselli segna una tappa importante in un processo di innovazione del linguaggio bonelliano, alla luce delle scelte che si stanno facendo nella casa editrice, non ultima l’esplorazioni di nuovi formati editoriali.
In questo libro, in effetti, la rigidità e la ripetitività della griglia risulta in alcuni passaggi ridondante, quasi una costrizione, un voler piegare il flusso narrativo a una struttura di pagina prestabilita.

Per un pugno di vignette

Se confrontiamo il numero totale di vignette che compongono rispettivamente Painted Desert e Frontera, notiamo uno scarto curioso: quest’ultimo è composto da 357 vignette, il primo da 371.  Quattordici vignette non sono tante, ma su un numero di tavole così ridotto resta comunque un dato da evidenziare, perchè a nostro avviso rappresenta una spia di come Boselli e Alberti siano riusciti a interpretare la potenzialità espressiva dal formato francese in una espansione grafica della gabbia canonica bonelliana.
Le tavole di Mario Alberti traducono, infatti, la regia di Mauro Boselli in costanti variazioni e invenzioni di layout, giocando sulla taglia delle singole vignette, sulla dinamica primo piano/sfondo,  nonché su quella tra le coppie di tavole destra/sinistra. Il risultato è una narrazione con un suo marcato “respiro” visivo laddove la destrutturazione di alcune tavole dava valore a quelle più rigidamente impostate, e viceversa.

Tex nel Deserto Dipinto

Nel racconto di Stano, assistiamo all’esito opposto: pur partendo sempre dalla regia di Boselli, siamo di fronte a una compressione grafica. Non è soltanto il numero crescente di vignette, rispetto a Frontera, a segnare la distanza ma il loro rigido affastellarsi in layout  che sembrano non aver nessun rapporto gli uni con gli altri. La mancanza di fluidità fa sì che quella pulizia architetturale così tipica di un maestro dei ritmi bonelliani come Stano  – mirabile, per  esempio in classici  quali  Morgana di Dylan Dog –   qui dia la sensazione di una narrazione statica, non partecipata, fredda.

In Frontera, l’esperienza di un disegnatore come Alberti,che nella sua carriera ha lavorato per molti mercati (italiano, francese e statunitense) e di conseguenza su formati di tavola diversi, diventa una chiave di interpretazione e trasposizione grafica della sceneggiatura di Boselli più efficace di quanto avviene in Painted Desert, in cui Angelo Stano, indiscusso maestro del formato bonelliano, pare sentirsi a disagio su tavole con una diagonale di tavola diversa da quella con cui ha lavorato in tutta la sua carriera.

Uno strano Stano

Il primo confronto di Angelo Stano con il mondo di Tex vive, quindi, di momenti altalenanti. Fermo restando i talenti ben noti dell’autore, in Painted Desert  pare soffrire questo nuovo formato.
Conoscendo l’abituale modo di scrivere di Boselli, con sceneggiature dove l’autore arriva praticamente a disegnare lo storyboard di ogni tavola e a suggerire il numero di vignette da inserire, bisogna capire quanta sia stata la libertà goduta da Stano nell’impostazione delle pagine. Perché il segno del disegnatore sembra soffrire proprio in quei passaggi dove è più massiccia la frammentazione in molte vignette delle strisce che compongono la tavola, con la posa dei personaggi che risulta spesso rigida e poco naturale.

Una certa (voluta) “disarticolazione figurativa” i personaggi di Stano l’hanno sempre avuta. Nella narrazione contemporanea di Dylan Dog, quello stilema espressivo innesca un corto circuito disturbante ed efficace tra realtà e rappresentazione. Al contrario, nell’universo fortemente codificato del Western lo straniamento sembra eccessivo e toglie credibilità al racconto.  In definitiva, anche il segno pulito – quasi da linea chiara francofona- di Stano risulta poco affine all’immaginario  di Aquila della Notte. Guardate Tex che si fuma in una sigaretta in Painted Desert  e vi sembrerà di vedere un elegante gentleman seduto in un caffè di Londra, non un rude cowboy al bivacco.

Non che all’epoca, il Tex dandy di Magnus ne La valle del Terrore fosse meno straniante . Ma il maestro bolognese era riuscito in quel caso a sovvertire magnificamente, a livello espressivo, l’ordine dei classici valori bonelliani.  Era Tex a essere stato trasportato in un universo altro e il lettore era chiamato a immergersi in quella dimensione. Nel caso di Stano, invece, è il cartoonist a essere risucchiato in un mondo grafico con leggi fissate da oltre cinquant’anni, senza riuscire a trovare un efficace equilibrio.

Colpisce invece in senso positivo l’accurato studio che traspare dai disegni, sia per quanto riguarda le ambientazioni, che per ciò che concerne abbigliamento, accessori e acconciature dei personaggi, con una nota di merito per la restituzione del volto di Tiger Jack, a cui Stano regala lineamenti marcatamente indiani, senza ridurlo a un semplice uomo di razza caucasica con i capelli lunghi che dovrebbero renderlo un nativo nord americano.

Tex nel Deserto Dipinto

Nota positiva è anche la colorazione eseguita da Stano. Se si osservano delle foto del Painted Desert, si può notare come questa regione assuma spesso, in vari momenti della giornata, colori molto vivi e quasi psichedelici, che vanno dalle tonalità del rosso arancio a verdi, gialli e blu quasi fosforescenti. Il disegnatore sceglie per le sue tavole una palette cromatica sempre molto accesa: le ombre vengono quasi annullate, tanto nelle ambientazioni esterne – dove la presenza di un forte irraggiamento solare di fatto annulla qualsiasi contrasto – quanto nelle interne dove, seppur in toni più scuri, si gioca sempre sugli effetti psichedelici che effettivamente quella regione degli Stati Uniti trasmette all’occhio di chi la osserva.
Stano riserva anche ai personaggi e al loro vestiario gli stessi colori forti e accesi usati per gli ambienti, quasi a far sì che l’intensa illuminazione naturale doni agli esseri umani gli stessi effetti policromi e abbaglianti che regala ai luoghi.

Conclusioni

Painted Desert è dunque una storia che assomma al suo interno elementi positivi e criticità, quasi che la collana Tex Romanzi a fumetti possa già essere incappata in uno dei rischi che si corrono con la serialità, quello cioè di standardizzare le storie su un livello qualitativo medio. O forse questo numero segna solo un passaggio meno riuscito del precedente ed è quello che auguriamo a un prodotto ricco di potenzialità, tanto narrative quanto editoriali. Un prodotto che comunque si confronta con una diversa modalità di narrazione, cercando soluzioni variegate: questa sperimentazione resta un fatto comunque positivo, giustificando da solo la collana al cui interno ogni esperimento può portare a risultati diversi, come è nella natura delle cose.

Abbiamo parlato di:
Tex – Painted Desert (Tex Romanzi a fumetti #3)
Mauro Boselli, Angelo Stano
Sergio Bonelli Editore, febbraio 2016
56 pagine, cartonato, colori – 8,90 €
ISBN:

 

2 Commenti

2 Comments

  1. pierangelo

    26 febbraio 2016 a 09:02

    Bravissimi, concordo in pieno con Voi. Comunque è una collana meritoria e che ci riserverà sorprese. Ciao

    • David Padovani

      David Padovani

      26 febbraio 2016 a 16:08

      Grazie Pierangelo. Hai assolutamente ragione: “Tex Romanzi a fumetti” è una collana importante che si inserisce nel solco del rinnovo del linguaggio bonelliano e prova a declinare secondo nuovi paradigmi linguistici l’avventura western del ranger di casa Bonelli.

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