
Se si aggiungono tutti questi elementi al fatto che passare l’infanzia rimbalzando da un ospedale all’altro può già di per sé segnare negativamente la vita di un individuo, ne risultano necessariamente una storia e un percorso di crescita drammatici.
Dave Small ne esce fuori grazie a una grande forza d’animo, all’aiuto di uno psicologo e grazie anche all’arte, che riesce a coltivare solo dopo essersi liberato dai vecchi legami familiari che lo frenavano e reprimevano.

La guarigione dei suoi traumi interiori non sembra affatto essersi realizzata, come vorrebbe invece dimostrare sul finale del libro. I suoi punti di sutura (Stitches appunto) sono deboli, e la stesura del libro appare come il suo ennesimo tentativo di rinforzarli. L’amore che l’autore lamenta di non aver ricevuto durante la crescita non sembra riuscire nemmeno a trasmetterlo lui stesso nella sua opera.
Perfino il suo tratto è metodicamente misurato ed essenziale. Seppur le sfumature del grigio date dalla mezza tinta cerchino di dimostrare il contrario e offrire varietà e spessore al segno, in realtà appaiono piuttosto come una limitazione. Sono cioè gli unici pochi colori adatti a rappresentare una giovinezza che colore non ne ha avuto e a evocare ricordi sbiaditi dalla sofferenza, ma i cui contorni sono rimasti vividi nella mente, anche se sottili, proprio come il segno di Small.
Sarebbe troppo facile paragonare Stitches con un altro capolavoro recente di biografia dei traumi familiari come Fun Home. Seppur i temi condivisi siano parecchi (il rapporto con i genitori e con la sessualità, morte e suicidio), al romanzo di Small manca la meticolosità che Alison Bechdel ha saputo affidare sia alla descrizione dei sentimenti che alla composizione strutturale dell’opera stessa.
Abbiamo parlato di:
Stitches
David Small
Traduzione di M.Bertoli
Rizzoli – Lizard, 2010
333 pagine, brossurato, bianco/nero – 19,90 €
ISBN: 978-8817040884
Riferimenti:
Il sito di David Small: davidsmallbooks.com
Il sito di Rizzoli- Lizard: lizard.rcslibri.corriere.it









