Non c’è bisogno di avere incredibili superpoteri per essere degli eroi, e non c’è bisogno di essere bambini per apprezzarne uno come Herobear.

Difatti, da questo momento il piccolo Tyler si ritrova catapultato dentro quello che ha tutto l’aspetto di un sogno, in cui, oltre al suo orsacchiotto, anche un piccolo giocattolo a molla può mutare le sue sembianze, diventando un perfido robot al servizio di un oscuro nemico da sconfiggere.
Tuttavia, più che la voglia di avventure, Herobear realizza un altro e ben più semplice desiderio di Tyler, quello del volo, che simbolicamente racchiude in sé l’intero senso di una storia che racconta come imparare a “credere per vedere”, come trovare il coraggio di lanciarsi per scoprire di poter volare. Il volo è la materializzazione di un sogno arcaico e mai vecchio che, unito al bisogno infantile (nel senso che è in noi fin dall’infanzia) di protezione, rende Herobear qualcosa di diverso da una “versione carina” del supereroe.
La storia che Kunkel racconta è prima di tutto la crescita di un bambino, inizialmente rapito dal fascino dei poteri dell’eroe-giocattolo che gli appartiene e, in un secondo tempo, colto dall’ammirazione per l’animo nobile dell’angelo custode che lo protegge.

superfluo, oltre che fortemente artificiale (in opposizione a un potere più “naturale” come quello di volare, appunto).
C’è nell’opera di Kunkel una costante ricerca del genuino, della semplicità come sinonimo di bontà spontanea opposta a una complessità artificiale, associata invece a una tecnologia “malvagia” (il primo nemico di Herobear è non a caso un robot). In questo senso, la propensione verso la fiducia appare immediata come un istinto, al quale i bambini sono “naturalmente” più vicini e al cui abbandono, invece, viene frapposto spesso l’ostacolo, più “adulto”, del bisogno di una conoscenza più profonda ed esaustiva: per tale ragione, Katie, la sorella minore di Tyler, oppone meno resistenza rispetto al fratello alla fede nell’eroe in rosso, “controfigura” di quello ben più famoso che fa la sua comparsa al termine della storia.

La ricerca della semplicità, invece, trova espressione coerente nel tratto di Kunkel, reso essenziale in ogni sua componente: le figure, dai profili arrotondati e spesso inserite in vignette circolari, si stagliano su sfondi dalle sagome bidimensionali o totalmente bianchi; dall’intera gamma cromatica viene selezionata, non a caso, come si scopre nell’ultimo capitolo, l’unica sfumatura del rosso, presente e visibile come una “sottolineatura magica” tra le pagine in scala di grigi. Il segno, che mostra lo spessore e il tratto della matita, rivela, come tracciato leggero appena accennato, la struttura compositiva, lo “scheletro” dei personaggi, ironicamente simile alle cuciture del piccolo orso-peluche.
Quest’ultimo aspetto, unito alla scelta frequente di rappresentare il movimento delle figure tramite la loro giustapposizione all’interno di una sola vignetta, rivela la forte influenza che ha l’animazione nelle scelte compositive di Kunkel, come afferma egli stesso all’interno del volume. Quest’edizione, difatti, oltre al primo ciclo della serie, contiene anche due storie brevi, introdotte dalle parole dell’autore che le ha realizzate in occasione del rilancio della testata da parte della casa editrice americana BOOM!.
In conclusione, Herobear e il bambino è una lettura che può conquistare facilmente il pubblico dei bambini al quale si rivolge (il premio Eisner, ricevuto nel 2002 e nel 2003, lo nomina “Best Title for Younger Readers” e “Best Comics Publication for a Younger Audience”), ma risulta godibile anche per uno più adulto.
Abbiamo parlato di:
Herobear e il bambino – L’eredità
Mike Kunkel
Traduzione di Leonardo Favia
Bao Publishing, marzo 2015
168 pagine, brossurato – 15,00 €
ISBN: 978-88-6543-267-9









