Dylan Dog #375: i segni della fine

Fra spietati assassini e barboni che predicono il futuro il nuovo Dylan di Sclavi e Stano riflette sul mistero dell'esistenza (cosmica e umana)

Nel business dell’Apocalisse, nell’ignoranza fatta scaltra

Racconto allo stesso tempo classico e moderno per la testata, il nuovo numero di vede il ritorno a testi e disegni della coppia “originale” e .
Nel mistero si annuncia, sin dalla bella copertina di Gigi Cavenago, come un qualcosa a sé e un racconto che, nel bene e nel male, farà parlare, sia per la dubbia necessità dell’edizione in volume che ha preceduto quella da edicola, sia per il narrato vero e proprio che potrebbe apparire ad alcuni come il compitino a casa di Sclavi senza verve né originalità, ad altri l’ennesima bella opera dello scrittore lombardo.

Dylan Dog #375: i segni della fine

Ad ogni modo, ritrovare Sclavi alla sceneggiatura fa sorgere alcune riflessioni sul personaggio di Dylan Dog, fenomeno di costume, character ormai “di tutti” ma profondamente legato al suo creatore, in un certo senso quasi totalmente intimo e privato.
Come è già stato detto fino allo sfinimento, Dylan è Sclavi, o meglio Sclavi fa vivere Dylan attraverso la sua personalissima visione del mondo e le sue percezioni e suggestioni. È innegabile che alla prima didascalia di ogni Dylan Dog scritto da Tiziano Sclavi ritroviamo “il vero” Dylan Dog, quello che si muove e respira nella sua interezza mentre tutte le altre interpretazioni del personaggio, per quanto a volte notevoli e di pregio, risultano essere nient’altro che questo: interpretazioni.

“E riciclammo il riciclabile, perché le mode, come velieri,
passavano nel firmamento e affondavano nei buchi neri.”

Nel mistero mette in campo molti dei tic sclaviani: dalla filastrocca sulla morte, all’assassino seriale e “filosofo” con poteri sovrannaturali, al barbone misterioso con doti divinatorie. Si potrebbe dire, leggendo questa storia, che Sclavi stia reiterando sé stesso e racconti sempre e solo ciò che sa raccontare, senza più una ricerca né formale né di contenuti, visti gli spunti narrativi che mette in campo (oggettivamente banali) e le situazioni in cui si trova coinvolto Dylan, già lette molte altre volte in contesti più o meno simili.

Fatto salvo che tutti gli elementi della storia son “triti e ritriti”, chi scrive è stato però più colpito dall’impianto generale della narrazione che dai tasselli che la compongono. La sensazione è quella che uno Sclavi pur stanco o con poche idee ne abbia sempre di più di molti altri autori che si sono avvicendati negli ultimi anni alle sceneggiature ma soprattutto che lo scrittore abbia un messaggio o quantomeno un’interpretazione dell’esistenza interessante e spesso foriera di interrogativi per il lettore.

Dylan Dog #375: i segni della fine

I due protagonisti della storia insieme a Dylan, ovvero l’assassino e il barbone, sembrano rappresentare due differenti approcci alla vita ma soprattutto alla morte: l’assassino inarrestabile e ineluttabile nella sua azione semplice e spietata, quasi animale nel suo essere aristocratico e il barbone, invece, legato a un’interpretazione magica e “spirituale” dell’esistenza, fatalista e ingabbiato nella sua disperazione e in definitiva nelle sue predizioni. «Abyssus abyssum invocat», «l’abisso chiama l’abisso», dirà un altro barbone a Dylan Dog. I segni della fine sono tali per chi li interpreta come tali.
Ma la frase che più di tutte può forse fungere da chiave di lettura all’intera vicenda è probabilmente quella pronunciata da Groucho quando dice: «quello che il bruco chiama la “fine del mondo” un altro lo chiama farfalla». Punti di vista differenti dunque, due antipodi, di cui comunque uno prevarrà (presumibilmente, vista anche la teoria fisica riportata in chiosa al volume dallo stesso di Sclavi).

“Misure dell’arca santa fra le cifre delle tabelline.”

Si potrebbe dire che Sclavi ha posato con questa sua ultima fatica un’ulteriore pietra (o sassolino, che dir si voglia) della sua indagine del mondo attraverso il medium fumettistico. Dando al lettore più domande che risposte (o illudendolo di ciò), questo albo sembra un’opera programmatica, quasi una costruzione architettonica di spazi, parole, silenzi e colori, per prendere per mano chi legge e condurlo senza scampo verso l’esaurirsi dell’equazione, dove lo attende non certo una fine ma un’ulteriore (e definitiva, questa volta si) domanda. Più poesia che narrazione, più indagine metafisica che caso da risolvere.

Dylan Dog #375: i segni della fine

Il lavoro di Stano alle matite e della colorista Giovanna Niro è buono: senza particolari virtuosismi o eccellenze, i due autori hanno fatto quello che sanno fare bene, donando alla sceneggiatura di Sclavi la “traduzione” appropriata (anche se certamente lo storico copertinista e padre grafico di Dylan Dog ha brillato di più in altri momenti). La sceneggiatura poi sembra risentire di una sorta di scrittura moderna, con spettacolari scene d’azione reiterate all’eccesso, dando a volte la sensazione di essere un mero riempitivo per le pagine e che anche l’arte di Stano fatica a giustificare.

“C’erano formule segrete nei sussidiari delle bambine:
c’erano tutti i segni della fine, ma non c’era la fine.”

Dylan Dog #375: i segni della fineIn definitiva per chi legge Dylan Dog da anni – o addirittura dall’inizio – il rischio è che questa storia annoi o venga presa come un esercizio di stile neppure troppo brillante (ma non è detto). Per chi invece è giovane, per i nuovi arrivati, potrebbe essere un buon approccio alla poetica sclaviana e forse anche qualcosa in più.

Una lettura che potrà sia deludere o innervosire, sia appassionare o coinvolgere in riflessioni sull’esistenza. Per alcuni potrà essere “la fine del mondo” per altri “una farfalla” e per altri ancora un mistero più o meno interessante da approfondire.

Nell’editoriale di apertura Roberto Recchioni cita Kierkegaard e dice: «La vita è un mistero da vivere, non un problema da risolvere» e questo in fondo potrebbe essere l’approccio migliore a questa storia.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog #375 – Nel mistero
Tiziano Sclavi, Angelo Stano
, Novembre 2017
100 pagine, brossurato, colore – 3,50 €
ISBN: 9771121580009

Le citazioni all’inizio di ogni paragrafo sono prese dalla canzone I segni della fine di Max Manfredi.

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