Cosa vuoi che sia una recensione: Giuseppe Lamola

Cosa vuoi che sia una recensione: Giuseppe Lamola
Forme, sfide e senso delle recensioni secondo chi le scrive: oggi è il turno di Giuseppe Lamola

Come tanti dei personaggi che studia e dei quali è appassionato, Giuseppe Lamola ha una doppia identità, poiché con la sua profonda conoscenza della materia anima tanto la redazione de lospazio bianco quanto quella de Gli Audaci. Sebbene il suo amore per il fumetto ne abbracci tutti gli aspetti, sicuramente quello seriale occupa un posto particolare nel suo cuore.

Che senso ha per te scrivere una recensione, quali sono le tue motivazioni e i tuoi obiettivi?
Una recensione per me rappresenta un mezzo per analizzare le tematiche, le tecniche, i riferimenti culturali e i tanti aspetti che caratterizzano un’opera. Un modo per spingersi là dove spesso un lettore, dopo una fruizione più o meno frettolosa, non giunge con facilità, per provare a cogliere il senso profondo dell’opera e a fornire chiavi di lettura interessanti.Scrivere una recensione mi permette di assecondare il desiderio di approfondire alcuni argomenti e approcci stilistici, di cercare di conoscere meglio i vari autori e il loro modo di esprimersi attraverso l’arte sequenziale. Mi piace contestualizzare i fumetti all’interno del percorso autoriale di chi li ha realizzati, è un aspetto al quale ho sempre cercato di dare una certa rilevanza.Il mio obiettivo è cercare di mantenere sempre viva quella sana curiosità che mi conduce costantemente a uscire dalla mia “comfort zone” e misurarmi con qualcosa di nuovo, di differente, che – inevitabilmente – ancora non conosco e aspetta solo di essere sviscerato.

Dai tuoi riscontri e discussioni, quale è secondo te il maggior fraintendimento intorno alle recensioni?
Francamente, credo che uno dei problemi principali di molte recensioni sia l’ego del recensore. Ho l’impressione che spesso, piuttosto che essere il risultato di ciò che si trova tra le pagine di un fumetto, alcune recensioni siano principalmente frutto dell’esperienza personale dello scrivente, al punto da prescindere quasi dall’analisi dell’opera e da fare emergere per gran parte impressioni, pensieri e considerazioni personali, con una tendenza narcisistica che rischia di allontanarsi dagli scopi di una recensione. Il lettore ne deduce che l’aspetto più importante sia scavare nella vita di chi ha scritto il pezzo, mentre credo che in questo modo si vada a incentivare semplicemente il circolo vizioso dell’esigenza di essere considerati: tutto molto umano, ma sostanzialmente off topic.Nell’epoca dei social si tende poi a cadere in alcune trappole che portano a barattare la qualità con la visibilità. Un percorso di questo tipo può condurre alla spasmodica ricerca del consenso, magari un riscontro positivo da parte degli stessi autori dei quali si va a parlare. Come in fisica nel principio di indeterminazione di Heisenberg, l’atto stesso dell’osservazione modifica gli oggetti osservati, così alcuni recensori rischiano di cambiare direzione poiché sono consci di essere “giudicati”. Ebbene, quando si instaura questo tipo di meccanismo, forse vuol dire che si tende a far parte di un sistema troppo piccolo e non sufficientemente ampio da permettere quel distacco che sarebbe necessario per poter essere critici a tutto tondo.

Leggi molto altro oltre a ciò di cui scrivi: come scegli che cosa recensire? E il tuo approccio a un fumetto da recensire è diverso da quello che segui quando non pensi di recensirlo? Ovvero, esiste un “leggere per leggere” distinto da un “leggere per recensire”?
La scelta di cosa recensire in genere dipende da quanto mi sono appassionato a leggere un fumetto e dalla misura in cui ritengo effettivamente rilevante dedicare del tempo al suo approfondimento. Non tutto ciò che leggo è stimolante, questo è normale, ma ritengo che per scrivere su un argomento sia necessario conoscere molto altro rispetto a quello che finisce in una recensione. Credo sia importante essere onnivori. Leggere tutti i libri possibile, vedere tutti i film e le serie tv e così via.Col tempo poi si sviluppa un occhio critico che credo scatti in automatico quando si legge, si guarda o si ascolta qualcosa. Paradossalmente è più difficile metterlo da parte che attivarlo, per cui per me ormai non esiste praticamente più il “leggere per leggere”. Durante la lettura nascono spontaneamente delle riflessioni e in primis cerco in maniera più o meno esplicita di comprendere se gli approfondimenti tematici e i ragionamenti stilistici che sto sviluppando nella mia testa possono risultare fruttosi al punto da condurre alla stesura di una recensione o se semplicemente ha senso lasciarli nella mia testa.

Nel tempo, il modo in cui affronti una recensione è cambiato? Se sì, in che cosa e perché?
Sì, il mio approccio alle recensioni è cambiato nel tempo. Crescendo si affina il proprio gusto personale, parallelamente alla quantità di letture e allo studio teorico costante (ad esempio, qualche anno fa avevo scarsa dimestichezza con il mondo delle autoproduzioni e con i webcomics, che invece possono rappresentare spesso delle piacevoli sorprese). Oltre alla lettura di testi formativi sul ruolo di critico, credo che uno dei fattori più incisivi nella mia personale evoluzione in quest’ambito sia stato il confronto. L’esperienza con Lo Spazio Bianco comporta un dibattito continuo con redattori e collaboratori all’interno del forum redazionale, un luogo virtuale dove ci si scambiano idee, osservazioni e proposte di modifiche sui pezzi in lavorazione: ogni articolo pubblicato sul sito è frutto di queste discussioni, nelle quali ognuno mette in campo il proprio bagaglio culturale ed esistenziale. Con il tempo ho fatto mie molte di quelle osservazioni, imparando ad esempio a concentrami di più sui disegni, tallone d’Achille di molti recensori alle prime armi, cercando di evitare tutto ciò che è superfluo e provando a non accontentarmi mai della prima stesura di un pezzo.Altro aspetto in cui sono cambiato è l’idea di provare a prescindere dalle categorizzazioni. Cerco di evitare il più possibile le distinzioni desuete come quelle tra popolare e autoriale e di usare la parola “fumetto” nel modo più ampio possibile (anche se mi rendo conto che spesso la necessità di semplificare prende il sopravvento).

È più difficile scrivere di opere imperfette/mal riuscite o di opere ben riuscite, senza particolari difetti?
Per quanto mi riguarda la difficoltà maggiore consiste nel parlare di opere che mi hanno lasciato pochi spunti di riflessione, sostanzialmente prive di aspetti da analizzare. Le opere ben riuscite in genere possiedono intrinsecamente quegli stimoli che portano a volerle approfondire, a prescindere dal fatto che possano mostrare piccoli difetti o meno (anzi, in quei casi cercare gli aspetti che non convincono fino in fondo diventa ancor più stimolante).

Gli Audaci, il logo.

GIUSEPPE LAMOLA

Classe 1984. Pugliese, medico, fumettofilo. Legge fumetti praticamente da sempre. Con il tempo si appassiona alla Nona arte come mezzo espressivo. Collabora con Lo Spazio Bianco dal 2011, ne è redattore dal 2015 e ha contribuito all’ideazione e al coordinamento di Speciali tematici dedicati a Martin Mystère, Marvel Now!, Batman, Orfani, Nathan Never e Dylan Dog. Insieme ad altri amici fonda nel 2012 il blog de Gli Audaci, con il quale assegna ogni anno gli omonimi Awards virtuali dedicati a fumettisti e opere che hanno caratterizzato la precedente annata.

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