Conan, il ragazzo del futuro – Il post-apocalittico negli occhi di un bambino

Conan, il ragazzo del futuro – Il post-apocalittico negli occhi di un bambino
A 40 anni dal suo arrivo in Italia, la serie animata cult di Hayao Miyazaki riesce ancora a sorprendere e a offrire nuovi spunti di riflessione.



Era il 1981 quando su alcune reti locali italiane apparve un nuovo cartone giapponese, s’intitolava Conan, il ragazzo del futuro, e nonostante la programmazione non sempre cronologicamente precisa dei 26 episodi, colpì da subito l’immaginario dei piccoli telespettatori di allora. Abituati a robottoni, buffi eroi ed eroine, o a rivisitazioni di classici della letteratura per ragazzi, fu subito chiaro che aveva qualcosa di diverso, che si stava in qualche modo aprendo un nuovo mondo nelle storie animate. In Giappone la serie era uscita già tre anni prima, nel 1978, e l’accoglienza era stata, almeno inizialmente, piuttosto tiepida. A realizzarla fu , che curò oltre alla regia anche la sceneggiatura insieme all’amico e collega , ispirandosi a un romanzo di Alexander Key, intitolato The incredible tide. I due avevano già collaborato per serie come Heidi e Marco – dagli Appennini alle Ande, ma i loro nomi sono destinati a entrare nella leggenda a partire dal 1985, quando insieme fondano quella fabbrica delle meraviglie che prende il nome di .

Di recente Conan, il ragazzo del futuro è stato integralmente riproposto sulle piattaforme Prime Video e VVVVID sia con il vecchio doppiaggio italiano che con l’audio originale giapponese, mentre lo scorso maggio la ha distribuito un’interessante Ultimate Edition in blue-ray. Rivedendolo oggi (e potendo finalmente godersi gli episodi nel giusto ordine) è impossibile non cogliere moltissimi degli elementi che sono successivamente diventati marchio di fabbrica dello “stile” Ghibli, sia nei temi che nel disegno: la visione poetica dell’infanzia contrapposta al mondo adulto, la fascinazione mista a demonizzazione delle macchine e il messaggio dichiaratamente ambientalista sono veicolati attraverso un disegno semplice ma incredibilmente espressivo (basti pensare come il volto del protagonista, pur realizzato con pochi tratti, sia capace di esprimere molti sentimenti e sensazioni complesse) esaltato da un’animazione fluida e dai ritmi perfetti, decisamente avanti per l’epoca.

Mare, sole e piedi prensili

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Miyazaki mette subito in chiaro che, pur avendo un’ambientazione post-apocalittica, il mondo in cui si muovono e i suoi amici è diverso da quello che ci si può aspettare. Nel prologo che apre ciascun episodio delle minacciose note di chitarra elettrica fanno da sottofondo a grosse astronavi che attaccano la Terra, mentre una voce off ci racconta di come, nel 2008, le armi elettromagnetiche abbiano decimato la popolazione umana, arrivando a spostare l’asse terrestre e provocando la quasi totale immersione dei continenti. Fin qui niente di nuovo. Ma subito dopo la sigla e fin dal primo episodio, Miyazaki ci catapulta in un mondo tutt’altro che cupo. Niente paesaggi desertici, cieli coperti, edifici in rovina e bande di teppisti (quello che è lo sfondo predominante in un altro classico degli anime anni ’80: Ken il guerriero). L’Isola Perduta, su cui vive insieme a un vecchietto che lui chiama “nonno”, è un piccolo paradiso terrestre fatto di cieli limpidi, flora e fauna più che rigogliose e un mare in cui viene voglia di tuffarsi. I due sono convinti di essere i soli uomini sopravvissuti, anche se essendo nato alcuni anni dopo la catastrofe ignora completamente il mondo “di prima”. Non condivide dunque le malinconie del nonno ma vive tranquillamente procacciandosi il cibo e andando perfino a caccia di squali. Crescere a stretto contatto con la natura ha infatti dotato il piccolo uomo di una forza incredibile per la sua età, mentre i suoi piedi, forse per una naturale evoluzione dovuta all’adattamento al nuovo ambiente, sono straordinariamente prensili.  

La vicenda prende il via quando Conan trova sulla spiaggia una bambina priva di sensi: è Lana e il loro incontro è destinato a cambiare per sempre le loro vite e non solo. Conan e il nonno scoprono infatti che ci sono altre isole e molti altri sopravvissuti, ma quel poco che resta dell’umanità è minacciata da Indastria, una città stato ultratecnologica su cui vige una dittatura militare basata sul terrore e sulla divisione dei cittadini in caste.

Per motivi che verranno chiariti di lì a poco, Lana è ricercata dalle milizie di Indastria, che seguendo le sue tracce giungono sull’Isola Perduta, portando un bel po’ di scompiglio nella tranquilla vita di Conan e del nonno. In pochi minuti Lana viene portata via mentre il nonno, nel tentativo di resistere agli uomini armati, è ferito a morte. Conan, rimasto solo, decide di prendere il mare per salvare la sua nuova amica. Inizia così un’avventura in cui lo vedremo rischiare la pelle parecchie volte senza mai perdere lo spirito coraggioso e un po’ da scavezzacollo che lo contraddistingue.

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Natura vs. macchine (SPOILER)

Come già accennato, in Conan non sono le macchine a dominare il paesaggio. Al contrario sono un elemento che ne disturba l’armonia. La solitaria ma idilliaca esistenza di Conan e del nonno subisce una brusca interruzione alla comparsa del Falco, il velivolo giunto da Indastria per catturare Lana. Stesso destino subisce anche High Harbour, l’isola di provenienza di Lana, abitata da una comunità pacifica che vive di agricoltura, caccia e pesca, attaccata a più riprese dalle macchine degli aspiranti tiranni. 
La tecnologia è vista il più delle volte come uno strumento per assoggettare, dividere, conquistare. E ovviamente per uccidere. 
Nonostante tracci questa netta dicotomia per cui la natura è il bene e le macchine sono il male, la visione generale di Miyazaki resta ottimistica: alla fine è sempre la natura a vincere. Basti pensare all’astronave conficcata nel terreno dell’Isola Perduta, ormai ricoperta di vegetazione e utilizzata come silos per un bacino sotterraneo di acqua potabile. Una macchina che si è riconvertita alla natura, che ne è stata in qualche modo fagocitata, piacevolmente vinta.

Nonostante il valore negativo dato alle macchine esse non hanno mai un aspetto troppo minaccioso. In questa serie Miyazaki introduce infatti quel “design” tecnologico che contraddistinguerà molte delle sue produzioni a venire, come  nella valle del vento e Laputa. Le astronavi, gli aeromobili, gli edifici di Indastria e perfino le bombe hanno un aspetto tondeggiante, grazioso, quasi buffo. Lo stesso Giganto, astronave da guerra che semina il terrore negli ultimi episodi, viene disarmato pezzo per pezzo da Conan e dai suoi amici in una sequenza talmente divertente che su quel micidiale aeromobile viene quasi voglia di farsi un giro. 
La stessa Indastria è sì grigia e militarizzata, ma mai totalmente respingente: dalle parti del molo ad esempio non è così diversa da High Harbour, tanto che la stessa Monsley, inflessibile capo delle milizie, quando gira per le strade della città lo fa in bicicletta e indossando un grazioso vestitino giallo ben diverso dall’austera divisa con cui siamo abituati a vederla.

Miyazaki dunque, pur sottolineando la sua preferenza verso le tematiche ambientaliste, non è totalmente anti-tecnologico, la fascinazione verso il progresso c’è eccome, tanto che sembra voler quasi cercare un compromesso, una convivenza pacifica tra i due valori. Come possono però le macchine interagire con la natura senza deturparla? Magari sfruttando una fonte di energia che proviene dalla natura stessa: l’energia solare. Il vero obiettivo di Indastria è infatti proprio lo sfruttamento di tale forma di energia per i suoi scopi di conquista, dal momento che tutte le altre forme di alimentazione sono ormai in esaurimento o comunque non sufficienti. L’unico sopravvissuto in grado di padroneggiarla è però l’ingegner Rao, nonno di Lana, che ovviamente si oppone ai piani di Indastria ma sfrutta le sue conoscenze per alimentare macchinari e aeromobili “buoni” che in più di un’occasione aiutanoConan e i suoi amici. 

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Bambini vs. Adulti (SPOILER)

Parlando di Conan in un’intervista rilasciata nel 1983 alla rivista Animage, Miyazaki affermò:

“Considero stupido riversare su dei bambini il proprio pessimismo. Se hai perso la speranza nel domani puoi rivolgerti agli adulti ma non c’è bisogno di farlo con i più piccoli. A quel punto è meglio tacere.”

Con questa breve dichiarazione, l’autore esprime le motivazioni del sopra citato capovolgimento dei cliché post-apocalittici. Il suo scopo è quello di proteggere il pubblico dei bambini da visioni del futuro eccessivamente pessimistiche. Conan e gli altri piccoli protagonisti affrontano infatti ogni difficoltà senza mai abbattersi, la sconfitta per loro non è contemplata anche quando l’impresa appare disperata.
La dicotomia natura/macchine fin qui evidenziata risulta quindi il riflesso di un altro scontro, su cui Miyazaki non cessa (e non cesserà) mai d’insistere: l’innocenza dei bambini contro la quasi ineluttabile corruzione degli adulti. Non tanto una lotta generazionale quanto la contrapposizione di due energie, di due forze, dove la seconda cerca sempre in qualche modo di schiacciare la prima in nome di qualcosa di più elevato, di qualcosa che i bambini dal basso della loro ingenuità non possono capire. Invece è proprio quell’ingenuità, quella semplicità, che rende eroici i tre piccoli protagonisti. Anche se Lana ha poteri telepatici, anche se Jimsey, il miglior amico di Conan, è un cacciatore eccezionale e anche se lo stesso Conan ha una forza spesso al limite del superpotere, è la loro purezza d’animo a renderli super. Una purezza che gli adulti cercano in ogni modo di annichilire, di sporcare, di eliminare, ed è proprio in tal frangente che troviamo i momenti più disturbanti, più scioccanti della serie. Se infatti Miyazaki rende quasi gradevole il futuro post-apocalittico, se nemmeno le macchine distruttrici fanno così paura, le cose cambiano quando c’è da raccontare la spietatezza del mondo adulto.

Potentissima ad esempio la scena in cui Conan si prende una serie infinita di legnate sul sedere pur di proteggere Jimsey. Sembra quasi di sentire ogni attimo di quel dolore lancinante. Se in quanto tale la sculacciata può apparirci come una punizione poco violenta dal punto di vista fisico, Miyazaki gioca di contrasto esasperandone il dolore, come se ci stesse mostrando una sequenza di scudisciate. 
Altro momento particolarmente pesante è quando Lana, che non ha intenzione di rivelare i segreti dell’ingegner Rao, viene posizionata in bilico su una passerella sottilissima sospesa sul vuoto.
Insomma in Conan accade di sovente che gli adulti maltrattino o addirittura tentino di uccidere a sangue freddo dei bambini.

Non c’è dunque alcuna speranza per chi cresce? L’età adulta rende necessariamente malvagi? Miyazaki non dimentica il suo approccio ottimista e anche in questo caso apre degli spiragli. Tra gli adulti palesemente buoni come il nonno e quelli totalmente cattivi come Repka, il direttore di Indastria nonché vero villain della storia, i personaggi più interessanti sono quelli moralmente ambigui, non ancora del tutto accecati dall’avidità, che tendono quindi a oscillare da un polo all’altro lasciando presagire una futura redenzione. È il caso di Dyce, il capitano del Barracuda, un uomo diviso tra bene e male, passato e futuro, tradizione e progresso. Se infatti la sua nave è un classico veliero con assi in legno e la sua divisa è quella tipica bianca della marina militare, egli non disdegna la coercizione tecnologica resa possibile dai suoi Robonoidi, buffi ma potenti robot da lavoro a guida manuale.  
Dyce è un fanfarone, simile al personaggio del capitano nella commedia dell’Arte, un cattivo più buffonesco che davvero temibile. Per questo si resta turbati quando lo si vede costringere i due bambini a lavorare a ritmi disumani o quando accetta senza colpo ferire di incendiare la casa di Conan e Jimsey – e quindi di bruciarli vivi! – pur di coprirsi le spalle. Eppure anche uno come Dyce dimostra a più riprese di avere una coscienza e sempre più spesso lo ritroveremo a prendere le parti dei nostri.

Altro personaggio affascinante è sicuramente la già citata Monsley, soldatessa e braccio destro di Repka. Per buona parte della serie ci appare priva di qualsiasi scrupolo a dispetto dei suoi lineamenti gentili. Ma da donna tutta d’un pezzo capisce a sue spese che il delirio di onnipotenza di Repka non può portare a nulla di buono. Riemergono i suoi traumi, affronta in modo anche piuttosto duro il suo superiore (quasi insostenibile la scena in cui lui le spinge una scarpa sulla faccia per umiliarla) per poi redimersi e aiutare i nostri, fino a trovare un epilogo positivo e deliziosamente inaspettato. 
Altro personaggio degno di menzione è Orlo, un ragazzo di High Harbour a capo di una banda di giovani allevatori/banditi che tiranneggia la brava gente del posto. Data la sua età Orlo è “di mezzo” in tutti i sensi, lui è già un adolescente, più grande rispetto a Lana e Conan, dunque la corruzione adulta alberga in lui in maniera ancora acerba. Le sue malefatte sono sì efferate ma spesso ingenue, come quando invece di mettersi in salvo per l’imminente tsunami che sta per travolgere l’isola, sceglie – povero illuso! – di attaccare Conan, il quale ovviamente gliele suona di santa ragione. Orlo fa più pena che paura, è infido e meschino, eppure quando in una delle inquadrature finali scopriamo che anche lui si è redento ci viene automatico tirare un sospiro di sollievo.

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Nei bambini invece, come dicevamo, non c’è alcuna macchia: Conan, Lana e Jimsey sono positivi dall’inizio alla fine, i loro sentimenti sono sempre buoni e nulla sembra poterne intaccare la purezza. Anche l’amore che palesemente sboccia tra Conan e Lana è solo suggerito, mai apertamente dichiarato e Miyazaki ce lo racconta con quella delicatezza mista a poesia che ritroviamoin tante sue opere successive. Basti pensare all’unico bacio che i due si scambiano, non un bacio d’amore ma un bacio salvavita, dato sott’acqua per passarsi aria a vicenda e non annegare. Una respirazione bocca a bocca che però in quel contesto diventa LA scena romantica della serie. 
Una bimba cattiva a dirla tutta c’è, ma ci mette poco a cambiare sponda: è Tera, la sorellina di Orlo, anche lei membro della banda del fratello. Le basta conoscere Jimsey per affezionarsi a lui e rimettere in discussione un bel po’ di cosette.

Perché rivederlo?

Alla luce di quanto detto, dunque, approfittare della ripubblicazione di Conan per rivederlo a distanza di 40 anni è consigliabile non solo perché è una serie invecchiata benissimo
Conan va rivisto perché negli anni ‘80 molti di noi erano ancora dei bambini, creature non corrotte per cui la distinzione netta tra bene e male è ancora una cosa naturale, non pone grandi questioni morali. Risultava dunque normale vedere un bambino picchiato o legato come un salame da un adulto se quest’ultimo era identificato fin da subito come “cattivo”. Così come era normale fidarci subito di lui se lo vedevamo cambiare bandiera. 
Oggi invece da adulti alcune scene ci sembrano decisamente più crudeli e quell’ottimismo che Miyazaki dichiara di voler infondere ai piccoli spettatori su di noi sembra funzionare meno, perché siamo costretti a fare i conti con le nostre mancanze, con le nostre avidità, con la nostra grettezza. Certo, magari nessuno di noi cercherebbe di ammazzare dei bambini, ma di sicuro tutti in un modo o nell’altro abbiamo perso quella spensierata capacità di gettarci nella mischia per ciò in cui crediamo, quello spirito fanciullesco che rende grande un personaggio come Conan.

È come se la serie veicolasse un doppio messaggio, uno per i piccoli e uno per gli adulti: ai primi dice di avere sempre fiducia nel domani, ai secondi ricorda di non perdere del tutto lo sguardo infantile sulle cose. Così come Dyce e Monsley, anche noi siamo ancora salvabili se decidiamo di fidarci di Conan, di prendere esempio da lui. Perché Conan è la semplicità che vince contro la complessità, l’istinto che supera la brama di potere, l’amore che sovrasta l’odio. E anche se questo può sembrare un messaggio banale o perfino buonista, in un momento storico come il nostro, che pur non essendo post-apocalittico di sicuro non è roseo, è forse una delle lezioni migliori che ci possano capitare.

Abbiamo parlato di:
Conan, il ragazzo del futuro
Hayao Miyazaki (regia)
1978, 26 episodi

 

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