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Paperoidi su Beta Centauri

5 Settembre 2019
Era appena uscito il secondo film della trilogia di Star Wars che Topolino pubblica Paperobot contro Paperoidi di Romano Scarpa con la dicitura iniziale di Storie stellari. L’idea, ovviamente, è quella di cavalcare l’onda del film di George Lucas, ma l’ispirazione per la storia è ben altra: i robottoni giapponesi. In particolare abbiamo da un lato Ufo Robot Goldrake, serie ideata da Go Nagai che ovviamente danno vita ai Paperobot, e dall’altra i Meganoidi, i cattivi di Daitarn 3, che danno vita nella storia di Scarpa ai Paperoidi. Guardare le stelle in cerca di tesori Lo spunto iniziale della storia

Era appena uscito il secondo film della trilogia di Star Wars che Topolino pubblica Paperobot contro Paperoidi di Romano Scarpa con la dicitura iniziale di Storie stellari. L’idea, ovviamente, è quella di cavalcare l’onda del film di George Lucas, ma l’ispirazione per la storia è ben altra: i robottoni giapponesi. In particolare abbiamo da un lato Ufo Robot Goldrake, serie ideata da Go Nagai che ovviamente danno vita ai Paperobot, e dall’altra i Meganoidi, i cattivi di Daitarn 3, che danno vita nella storia di Scarpa ai Paperoidi.

Guardare le stelle in cerca di tesori

Lo spunto iniziale della storia viene dal desiderio di Paperone di rimpinguare le sue riserve auree per “mettere al sicuro la mia lontana vecchiaia“. Paperino, a quel punto, gli suggerisce di guardare tra le stelle. I meteoriti, infatti, sono costituiti da metalli piuttosto rari sulla Terra, e magari qualcuno potrebbe contenere delle quantità d’oro sufficientemente grandi da giustificare la spesa per andare a recuperarlo. A quel punto ecco l’idea: chiedere ad Archimede Pitagorico di costruire uno strumento in grado di scovare l’oro nel cosmo.
Ora, trovare la composizione chimica di un pezzo di roccia nello spazio senza poterci andare lì sopra è piuttosto complicato. Se prendiamo, ad esempio, le ricerche sugli esopianeti, il metodo del transito ci ha permesso di fare dei passi da gigante nella loro scoperta, oltre a poter determinare una serie di proprietà differenti, come raggio e raggio orbitale, massa, composizione dell’atmosfera. Se già quest’ultima è fornita come ipotesi, la possibile composizione del pianeta diventa ancora più complicata: il massimo che si può fare è determinare se il pianeta è roccioso o gassoso, e sempre con un certo margine di errore.
Queste difficoltà, nel 1981, erano ancora maggiori: di fatto l’esistenza di pianeti extrasolari, all’epoca, era ancora nel campo delle ipotesi. Il primo a formularla fu Isaac Newton nel 1713 e successivamente nel corso di tutto il XIX secolo si susseguirono annunci su presunte scoperte di esopianeti, mai confermate a causa della scarsa precisione dei metodi di osservazione.

70 Ophiuchi – via it.wiki
Uno dei casi più famosi ed eclatanti di quest’epoca fu l’annuncio di William Stephen Jacob dell’Osservatorio di Madras della scoperta, nel 1855, intorno alla stella binaria 70 Ophiuchi, di un’anomalia orbitale che secondo l’astronomo era compatibile con la presenza di un pianeta. Nel 1899 sembrò arrivare una conferma ancora più solida grazie a Thomas Jefferson Jackson See, ma poco tempo dopo Forest Ray Moulton dimostrò che un sistema di tre corpi con i parametri orbitali osservati doveva essere molto instabile. Dunque l’annuncio di Jacob e See andava considerato errato. Nel 1943, però, Dirk Reuyl e Erik Holberg annunciarono la scoperta di un sistema planetario intorno a 70 Ophiuchi, ma anche questo annuncio si rivelò errato.
Dunque ad Archimede serviva progettare degli strumenti assolutamente all’avanguardia, in grado non solo di scoprire corpi celesti rocciosi, ma anche di determinarne la composizione chimica: ecco, allora, un triplo telescopio a condensatori neutroionici. Ovviamente dietro i paroloni scientifici non si nasconde alcuno strumento reale, a maggior ragione per via del design utilizzato da Scarpa, che richiama dei telescopi classici, che peraltro Archimede ha dimenticato di installare.
Ad ogni buon conto, con questi inusitati e giganteschi strumenti montati sulla fiancata del deposito, l’inventore inizia a scandagliare il vuoto cosmico.

Una pianeta intorno alla stella Hadar

La pazienza, alla fine, ripaga, ed ecco che nella costellazione Minox (che non esiste: è un evidente riferimento a Minosse) Archimede scopre un planetoide d’oro massiccio. Purtroppo è impossibile da raggiungere con la tecnologia terrestre dell’epoca, ma Scarpa ci fa avvicinare al planetoide, rappresentato come un’accozzaglia di forme geometriche tra le più disparate. E l’autore disneyano, però, fornisce un’informazione interessante: Noi, però, possiamo avvicinarci a Beta Centaurum!
Beta Centauri, nota anche come Hadar, è la seconda stella più brillante della costellazione del Centauro e dista dalla Terra all’incirca 350 anni luce. Hadar ha anche altre due compagne che gli ruotano intorno e ognuna di queste è a sua volta un sistema binario le cui due compagne sono così vicine da non poter essere distinte una dall’altra neanche con un telescopio: serve uno strumento più raffinato come uno spettroscopio.
Intorno a questa stella, a tutt’oggi, non è stato scoperto alcun sistema planetario, ma d’altra parte la complessità del sistema stellare costituito da cinque stelle rende praticamente impossibile non solo la presenza di un qualunque pianeta abitabile, ma anche di un qualunque genere di pianeta. Molto più compatibile, per i nostri scopi, è Proxima Centauri, sempre nella costellazione del Centauro, ma decisamente molto più vicina alla Terra, appena 4 anni, 2 mesi e un paio di settimane alla velocità della luce. Il vantaggio di rivolgere lo sguardo verso questa stella non è solo dovuto alla vicinanza, ma anche al fatto che intorno a essa nel 2016 è stato scoperto un pianeta, chiamato Proxima Centauri b, che così potrebbe essere il pianeta d’origine dei temibili Paperoidi.

Porzione del cielo con alcune stelle della costellazione del Centauro: in evidenza la posizione di Proxima Centauri – via commons
Gianluigi Filippelli

Gianluigi Filippelli

Gianluigi Filippelli (Cosenza, 1977) ha conseguito laurea e dottorato in fisica presso l'Università della Calabria. Attualmente lavora presso l'Osservatorio Astronomico di Brera (Milano) dove si occupa di Edu INAF, il magazine di didattica e divulgazione dell'Istituto Nazionale di Astrofisica di cui è editor-in-chief.
Tra i suoi interessi, le applicazioni della teoria dei gruppi alla fisica e la divulgazione della scienza (fisica e matematica), attraverso i due blog DropSea (in italiano) e Doc Madhattan (in inglese). Collabora da diversi anni al portale di critica fumettistica Lo Spazio Bianco, dove si occupa, tra gli altri argomenti, di fumetto disneyano, supereroistico e ovviamente scientifico.
Last but not least, è wikipediano.

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