In una Londra di metà Ottocento molto simile a una Paperopoli ante litteram, Paperon de’ Paperoni possiede praticamente ogni attività produttiva della metropoli e abita addirittura in un edificio del tutto simile al classico Deposito dello Scrooge canonico.
Il furto della Numero Uno, il suo portafortuna, lo guida in una ricerca fuori città che lo vede tornare a casa cambiato nell’atteggiamento e nel modo di condurre la propria vita da imprenditore. Sullo sfondo della sua vicenda, nei mari intorno all’isola, sembra nel frattempo essere tornata in auge la pirateria, ferma ormai da qualche tempo, con diversi attacchi alle imbarcazioni commerciali proprio del magnate.
Il giornalista dilettante Topolino, in compagnia dello scostante nipote di Paperone – Paperino – e del maggiordomo del Club dei Miliardari – Pippo – decide di mettersi per mare sulle tracce percorse dal riccone, al fine di vederci chiaro nella faccenda.
Già le premesse alla base di Mickey e il re dei pirati permettono di intravedere la complessità dell’arazzo narrativo tessuto da Joris Chamblain: attingendo a piene mani dalle atmosfere de L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson lo sceneggiatore riempie di spunti intriganti una narrazione che si fa ingaggiante fin da subito.
In tal senso funziona molto bene la prima parte, ben lontana dal mood marinaresco e più vicina a quello dickensiano, ambientata in una Londra imbiancata dalla neve, operosa e prettamente industriale grazie alle tante fabbriche costruite da Paperone.
Il contesto serve a porre le fondamenta della vicenda, disponendo le varie pedine sulla scacchiera narrativa per portare poi, in maniera molto naturale, al cuore della vicenda quando i tre protagonisti intraprendono quasi accidentalmente un viaggio in mare, in maniera rocambolesca e con esiti imprevedibili.
È in questo momento che parte l’avventura con la A maiuscola, quella ricca di ritmo e fascino che, oltre a rifarsi ai grandi romanzi per ragazzi dell’Ottocento, richiama a un certo modo di intendere la narrativa disneyana nella sua essenza, che spesso rischia di venire trascurata o annacquata in favore della sola comicità, ma che in realtà costituiva l’ossatura dei grandi fumetti realizzati da Carl Barks, Floyd Gottfredson e Romano Scarpa, nei quali l’imprevisto e l’azione irrompevano nel quotidiano coinvolgendo i personaggi e chiamandoli al ruolo di eroi. Al di fuori degli standard character, anche i migliori lungometraggi d’animazione Disney hanno saputo codificare questa particolare formula di racconto avventuroso tra viaggi, protagonisti carismatici, villain interessanti, scontri entusiasmanti, situazioni immaginifiche e umorismo brillante a supporto della trama.
Chamblain, in questa sua nuova opera per l’editore francese Glénat, guarda direttamente a quella formula narrativa e la fa interpretare al Trio per eccellenza, quello formato da Mickey Mouse, Donald Duck e Goofy che negli anni Quaranta aveva recitato in alcuni cortometraggi d’animazione di grande valore e che nei comics ha invece avuto un raggio d’azione più limitato: l’autore li riscopre, donando loro a tratti anche interpretazioni vagamente differenti dal solito – a favore della sua storia – pur partendo sempre dalle loro caratteristiche note, solo leggermente rielaborate.
Molto interessante è anche la gestione della figura di Paperone: eccessivamente collerico nelle prime pagine, trova la sua miglior versione nel terzo atto dell’avventura in seguito al colpo di scena che scioglie il primo dei misteri disseminati fino ad allora.
Da quando torna in auge e prende in mano la situazione, quasi rubando la scena al terzetto di protagonisti, il personaggio spicca in maniera sontuosa, ricordando da vicino la visione migliore che ne è stata data nei decenni, a partire da quella originaria distillata da Barks. Rispetto alle recenti storie di Jason Aaron edite da Marvel, per fare un paragone, lo Zione viene qui esaltato senza trovate troppo chiassose ed elementi al limite del supereroistico, ma in maniera genuina e fedele alla sua migliore personalità.
Ai disegni e ai colori troviamo Dav, capace di offrire un’estetica pastellosa decisamente adatta non solo alle ambientazioni della storia ma anche al mondo Disney.
I personaggi vengono raffigurati con un tratto morbido, particolarmente vicino allo stile visivo dell’animazione disneyana: basti osservare la grande varietà delle espressioni, sempre azzeccate e spontanee, ma anche il modo in cui vengono rappresentati gli occhi e la recitazione fluida con cui vengono mossi per avere l’impressione di osservare dei fotogrammi di alta qualità artistica.
Le vignette di Dav contribuiscono poi a quell’operazione di omaggio disneyano: in quasi ogni pagina compaiono infatti sullo sfondo, con il ruolo di semplici comparse e spesso senza nemmeno una linea di dialogo, personaggi dell’animazione e del fumetto Disney di ogni epoca: da Jet McQuack a Spennacchiotto, da Gancio il Dritto a Basil l’Investigatopo, dal Taddeo Rospo di Le avventure di Ichabod e Mister Toad al Don Karnage della serie TV Talespin e così molti altri. Un allegro serraglio di funny animals che, invece di essere creati esteticamente da zero, vengono ripresi da modelli preesistenti con gusto e raffinatezza e che, al di là dei singoli riferimenti, rendono vivace ogni singola figura in scena.
Le ambientazioni inoltre vivono di un’infinità di dettagli tali da rendere quasi materici elementi quali legno, neve, acqua e rocce: in quest’ottica grande importanza la ricopre il colore, capace di offrire sfumature, ombre e giochi di luce particolarmente efficaci nel trasmettere sensazioni ed emozioni, oltre a connotare i luoghi in cui si svolge l’azione.
Se le prime tavole sono infatti dominate da una palette fredda, coerentemente allo scenario invernale e proletario, la tavolozza vira verso colori più caldi e accesi nella parte centrale dell’avventura, quando gli ampi panorami oceanici o i momenti letteralmente infuocati della vicenda chiamano cromatismi in equilibrio tra l’azzurro e il rosso intenso.
Mickey e il re dei pirati ha infine anche il pregio di portare un messaggio quasi poetico: la contrapposizione tra prima e seconda parte del racconto viene infatti riletta sotto una luce programmatica, additando la freddezza industriale della fumosa Londra capitalista fondata da Paperone come responsabile della fine della magia, intesa tanto in senso letterario – per quanto riguarda la trama – quanto a livello metaforico, invitando il lettore a riscoprire e a preservare quel sense of wonder che rischia sempre di perdersi in favore del progresso.
Un inno alla fantasia che offre in ultimo un’ulteriore chiave di lettura a un fumetto completo e soddisfacente, tanto per gli appassionati disneyani quanto per i lettori in generale.
Abbiamo parlato di:
Mickey e il re dei pirati – Disney Collection #21
Joris Chamblain, Dav
Traduzione di Silvia Martinoli
Panini-Disney, 2026
80 pagine, cartonato, colori – 16,90 €
ISBN: 9791221947250












